I disegni di Vedova. Un percorso nel tempo senza tempo

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CHIARA BERTOLA
I disegni e le carte presentate alla Fondazione Vedova nella mostra “Emilio Vedova Disegni”, coprono l’intero percorso espressivo dell’artista veneziano. Vedova considerava i disegni, una parte fondante e anticipatrice dei dipinti, tanto che l’atto del disegnare per lui s’inscriveva nella logica della compresenza di tempo e spazio, di quel continuum senza regole e chiusure e alla sua energia propulsiva.

L’esposizione curata da Germano Celant e Fabrizio Gazzarri, si struttura di due parti: una prima sezione, disposta nelle bacheche all’inizio del percorso, ospita opere del periodo  tra il 1935 e il 1940 ed è dedicata ai primi studi e ai primi sondaggi sulla rappresentazione e registrazione del mondo. Si tratta d’inchiostri, pastelli, carboncini, grafiti e sanguigne; e i soggetti sono le architetture barocche di Venezia, le storie della Bibbia, e troviamo i suoi studi classici e alcuni autoritratti. Il linguaggio assorbe e fa l’eco alla grande pittura veneziana e barocca che il giovane Vedova sente e studia in quei primi anni.

La seconda parte della mostra occupa l’intera parete di sinistra: si tratta di un potente mosaico di disegni e carte, dal 1940 al 2006, esposti insieme senza seguire un itinerario stilistico lineare. Disegni che appartengono alla ricerca del primo dopoguerra e che indagano l’affermazione di un linguaggio spezzato ed energico, convivono con i disegni più puri e rarefatti degli ultimi anni.

Dal 1950 il linguaggio di Vedova, seguendo l’influenza della fenomenologia e dell’informale, si libera e si traduce in un gesto immenso che imprime nella materia la presenza dell’artista stesso. Dagli anni ‘60 in poi, la superficie per Vedova diventa veicolo di luce e spazio. Sono disegni che si animano di segni crepitanti e di colori dinamici e vorticosi, che lasciano intuire la temperatura emotiva e politica di quell’epoca. Sono gli anni in cui Vedova produce i Plurimi (1962-1964) ed è sempre più interessato a una pittura performativa che cerca di uscire dalla bidimensionalità e dai limiti del quadro per indagare nuove condizioni spaziali. Anche i disegni di quegli anni si spingono verso una condizione atmosferica senza confini e senza limiti. I vortici e il magma del linguaggio vedoviano, registra come un sismografo le vicende politiche di quel periodo fino ad arrivare – dopo una pausa meditativa negli anni Settanta – ai disegni più puri ed essenziali degli anni Ottanta.

Quello che colpisce di questa mostra è l’interessante allestimento proposto da Germano Celant che per restituire la visione di flusso energetico, caratteristico del linguaggio di questo artista, ha disposto senza soluzione di continuità e su di un’unica parete la totalità dei disegni e delle carte. Il risultato è appunto quello di un grande mosaico e di un ininterrotto flusso di segni e di energia.

Un allestimento che porta fuori dai limiti, fuori da una sequenza cronologica, fuori dalla storia, ma anche dentro un altro ordine narrativo e storico, e dentro un’emozionalità potente. Inoltre si rompe la monotonia della sequenza cronologica, si evita la prevedibilità delle associazioni conosciute e tutto tracima dentro un nuovo ritmo di forze e associazioni stilistiche che danno vita ad un’opera inaspettata e molto potente.

Ogni frammento di segno che inizialmente può sembrare bloccato, nel momento in cui ci si avvicina e lo si vede, si presenta e disvela tutta la sua forza originaria. Ma il display depotenzia o rinforza l’opera? Questa installazione/flusso, accentua e fa capire l’andamento narrativo e di scrittura del linguaggio vedoviano, sempre conosciuto per la sua forza energica.È un intervento curatoriale certamente molto rischioso e coraggioso che in questo caso è assolutamente riuscito ed è anche capace di emozionare.

BERTOLA

Chiara Bertola

Responsabile per l’arte contemporanea della Fondazione Querini Stampalia di Venezia e curatrice della fondazione Furla fu Milano

Venezia 22 luglio 2016

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