Turchia, esistenza/resistenza della poesia

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Gezi Parkı

GIAMPIERO BELLINGERI
In questa Turchia pare ben più difficile immaginare lo sviluppo dello stato civile, politico, etico insomma, nelle sue dinamiche e nei predicati, che non prefigurarsi gli effetti di un golpe tentato e riuscito. Ciò si prova ad affermare, senza rincorrere cavillosi dilemmi e indovinelli oziosi, offensivi per chi sta vivendo una situazione di scampato pericolo, di promesse o rassicurazioni, o di umiliazioni, punizioni, esclusioni. S’intenda: parliamo di Turchia, nel mondo, ossia di situazioni della Turchia nel nostro stesso mondo. Scenari, l’uno reale e quotidiano nella sua durezza, l’altro incompiuto nelle sue deformazioni, sproporzioni; intersecati, confusi, non sempre contrapposti.

Di fatto, paradossalmente, su quella arena, o Piazza, sembrano talora incontrarsi, sovrapporsi ed elidersi concezioni che recano, nella provvisorietà e funzionalità lievi e grevi dei termini, uno stesso nome complesso, composito: difesa della democrazia, introduzione di forme statuali in grado di garantire l’etica incarnata dal popolo, per il popolo. Democrazia è dunque ancora una parola che va riempiendosi di sensi nuovi da qualche anno, tra il rimpianto e la speranza. Potrebbe somigliare al vero, tuttavia, l’espressione da noi vagheggiata, auspicata, di una gratitudine al Gezi Parkı, il luogo verde di passeggiate e incontri, che assurge a luogo universale, salvato per ora dall’aggregazione in sua difesa, soprattutto giovanile allora, e di età e attitudini mentali variabili ora. Ma sempre di organismi viventi si tratta: viventi in uno stato, a sua volta, e, pari ai propri cittadini, vittima dei traumi, a ripetizione.

Grati a quel verde dovrebbero essere (ci vien da pensare) i musulmani e i difensori delle libertà insieme. Invochiamo, vogliamo evocare una riconoscenza, che necessita di una coscienza civica: tra le piante nella Città, anziché fra i cantieri e i recinti e i profili aguzzi dei grattacieli e delle forme strutturate (in sé insolenti, perché, in turco, sono chiamati “bucacielo”, con una arroganza irrispettosa del sublime). Ma quella sera di qualche giorno fa lo sfondo restava almeno ammorbidito dalle sagome degli alberi, dei sentieri, dei vialetti. Lineamenti mantenuti per quella volontà popolare che ha saputo portare a sospensioni del disegno, o ad attese. Nel segno di una maturazione politica in corso, vigorosa, e traumatizzata, stretta, strangolata, nel momento in cui sembrano trionfare, dai fili dei rapporti di potere.

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Yunus Emre

Fronde, foglie verdi, balsamiche, curative, elargitrici di mobili ombre. Yunus Emre, poeta mistico turco (m. 1321 ca) avrebbe cantato:

Rimedio sia la foglia, balsamo all’ammalato,

Dalla sua ombra protetto, sia lungo il cammino…

 

A quello stesso Yunus sono attribuiti distici quali:

 

Yunus non ha speranze in paradiso,

E dall’inferno lui non è atterrito…

 

Nel verso di una rassegnazione, di un affidarsi fiducioso al Dio di Giustizia e Misericordia. Ma ecco altri suoi distici, stesi a scandire le visioni di un viaggio terreno:

(…) Lontane da pietà, scene ben crude e di miseria ho visto.

Alpeggi disertati a primavera, rifugi desolati nell’inverno,

Ho visto lingue arrugginite, e mute, grevi in bocca.

Chi nei piaceri sprofondato ho visto, chi dalle feste deliziato,

E sofferenze senza fine, e le giornate stravolte nella notte.

Quegli occhi neri ho visto, raggelati, volti di luna esangui,

Mani spettrali, tese di sottoterra a raccogliere rose.

Capi contorti, carni gettate sul fondo alle fosse,

Ho visto offendere le madri e scavezzare i colli.

Chi piange e leva lagni, sull’anima imprimono tormenti

I demoni, e le tombe, fuoco intorno, e il fumo a fiotti ho visto.

Ed ecco qui Yunus, che annuncia quando e dove ha visto questo,

Ero saldo di mente, ora vacillo a ciò che ho visto, a quell’orrore.

 

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Nedîm

Qui Yunus viveva, rintracciava, reinventava un paesaggio tanto lugubre da dissestare le idee, che sono nei corpi. Più giocosa, all’apparenza, è la canzone che segue, del poeta Nedîm (m. 1730), composta negli anni Venti del Settecento (nostro; l’egira ha altre datazioni, ma non una diversità storica assoluta…):

Vieni a elargire gioia al cuore afflitto,

Mio cipresso vezzoso, andiamo a Sa´d-âbâd.

Il caicco a sei remi è pronto giù allo scalo,

Mio cipresso vezzoso, andiamo a Sa´d-âbâd.

 

E riso, e balli, e godiamoci ‘sto mondo,

Il nettare beviamo a fonte che nuova zampilla.

Acqua di vita sgorga, vedi, dal Dragone,

Mio cipresso vezzoso, andiamo a Sa´d-âbâd.

 

Sul labbro alla piscina fluttuanti stupiremo

Incantati al Palazzo che svetta in Paradiso.

Intoniamo canzoni, leviamo inni all’amore,

Mio cipresso vezzoso, andiamo a Sa´d-âbâd.

 

Fa’ credere alla mamma che il Venerdì vai in moschea

E strappiamo una giornata alla ruota del destino.

Infrattiamoci, a spasso sui sentieri tra le selve,

Mio cipresso vezzoso, andiamo a Sa´d-âbâd.

 

E tu, e io, e una voce limpida che canta,

E poi, se tu lo vuoi, quel tuo Nedîm pazzo di te.

Per un giorno lascia stare gli altri amanti,

Mio cipresso vezzoso, andiamo a Sa´d-âbâd”.

 

Si danno dunque epoche in cui si canta la voglia di infrattarsi, nelle strofe intonate sul labbro all’abisso dell’eternità, della volta gobba del cielo, per un giorno, chissà, gabbata. Compiamo un balzo agli inizi del Novecento, con i versi di un poeta adolescente:

Alla mia razza (1331/1915)

Un tempo tu, razza mia,

Eri sovrana di dominatori

Che l’Europa facevano tremare,

Che conquistarono Istanbul.

Tu eri gran signora di guerrieri

Che lottavano in steppe infuocate.

Quando un tempo l’Europa

Annaspava tra stagni di ignoranza,

Eri tu, razza mia, padrona di sapienti

Che una vivente scienza dominavano.

Perché oggi l’Europa

Deve lanciarti la sua sfida?

Perché oggi, perché,

Quel covo di ignoranza

Deve infliggerti lezioni?

 

Vendetta  (1331/1915)

Gridano vendetta

Le moschee messe in croce

Gridano vendetta

Gli innocenti trafitti

Gridano vendetta

Gli orfani abbandonati

Gridano vendetta

I nonni e i vecchi

Gemono i cieli

Gridano vendetta

Grida vendetta la Rumelia

E tu, figlio di tanta stirpe,

A tanto lamento, taci?

 

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Nâzım Hikmet

Era lo scatto fiero del giovanissimo Nâzım Hikmet, considerato, per la sua militanza socialista, “traditore della Patria” fino a un decennio fa, mai riabilitato con nettezza. Come sentiamo, l’urlo dell’orgoglio musulmano e turco, la chiamata della Nazione alla rivalsa sono fatti ricorrenti, nella pratica religiosa, o nella fede laica; qui, l’invito e la condanna vengono espressi da parte di un individuo, colto, appartenente alla élite, non praticante, eppure non privo di pensieri sulla religiosità della vita, nella lotta. Sempre lui, oramai maturo, durante il suo più lungo soggiorno in carcere (1938-1950) elevava un inno alle donne:

 …E le donne

le nostre donne:

mani paurose e sante,

esile il mento, gli occhi enormi,

madri, mogli, compagne nostre

che muoiono quasi non fossero vissute

e dopo il nostro bue

si accostano alla mensa

e fughe e rapimenti su in montagna e noi in prigione

e nei campi di grano, di tabacco, a fare legna e sul mercato

e sotto il giogo trascinano l’aratro

e nelle stalle

al pulsare di lame conficcate in terra

agile balza e posa greve il fianco nella danza

e campanelle e sono nostre

le donne

le nostre donne

sotto la luna andavano

dietro i carri di cartocci di polvere da sparo

come recando all’aia steli d’ambra

la stessa quiete in cuore

identica abitudine sfinita…

 

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Sezai Karakoç

Donne, operose nel riscatto dall’oppressione, e impegnate, non certo renitenti, o schive rispetto a una militanza. Ora sentiamo la voce originale di Sezai Karakoç (1933), poeta già socialista, poi immerso nella riscoperta, nella profondità dell’islam:

      Il Balcone (1957)

Muore se cade il bimbo ché il balcone

È nelle case il golfo prode della morte

Sorriso che svanisce estremo ai bimbi in volto

Mamme mamme mani sul ferro alla ringhiera

 

Dentro di me il balcone e nelle case

Tiene lo stesso spazio di una bara

Pronto il sudario dei vostri panni appesi

E voi morti distesi sulla sdraio

 

Tempo verrà che nei balconi

Saranno i defunti tumulati

Nemmeno dopo morto

Sarà concessa pace all’uomo

 

Non stare a dirmi dove vai così di corsa:

Sai mi precipito affannato

A stampare un bacio in fronte

A chi fa case senza quei balconi.

Che non sia stato, questo, un invito ad assumere provvedimenti per una nuova “architettura, o edilizia dell’anima”, riposta, velata? Inoltre, S. Karakoç, con senso religioso, torna a frequentare, anche in versi, i luoghi di culto, e a rovesciare quel motivo trapelato qui e là nel corso di questa trattazione. Ecco un suo distico (2007?) animato dalla obiezione della che la sua coscienza muove alla storia, non solo letteraria:

(…) Fa’ credere alla mamma che vai al cinema, oggi è festa,

E andiamo alla preghiera del Venerdì in moschea…

 

È un capovolgimento del malizioso, accattivante invito di Nedîm. Invito, quello, che resta comunque impartito a mo’ di una lezione recepita e biasimata, quasi a collocare -accigliati in quell’epoca dei Tulipani (1720-1730), stroncata da una rivolta moralistica dei giannizzeri, stanhi di lusso e lussuria quando mancava il pane, “alla gente”-, l’inizio di una corruzione, di un traviamento dei buoni costumi, e per restituire al Venerdì l’essenza del giorno santo del riposo creativo divino, secondo i musulmani.

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Sunay Akın

Sono, ed erano però tante, le voci dei musulmani, e si distinguono le une (più individuali, e creative) dalle altre (più di massa, che vuol proporsi, legittimarsi come Comunità monolitica, fedele ai dogmi). Sunay Akın, nostro contemporaneo, per esempio, immaginava un muezzin bambino che, dalla cima del minareto, invitava alla preghiera i fedeli, con la voce rivolta al cielo, gli occhi a terra, e il cuore pulsante, gonfio come il pallone col quale, giù nel campo, stanno giocando i suoi piccoli amici… :

Il minareto

Dal minareto ha scorto

Gli amici che giocano al pallone

E corre

La voce del bambino

Che invita alla preghiera.

 

Ma Sunay Akìn si era fatto anche consapevole del grigiore che può avvolgere la vita alle donne:

(…) E non sapevo

Che la sola nota di colore

Nell’esistenza di mia madre

Fossero conserve e marmellate

Nei vasi posti

In fila sulla mensole…

 

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Orhan Pamuk

E un celebre autore turco, Orhan Pamuk, dal canto suo, ben prima del Nobel, avrebbe scritto nel 1997 (in Altri Colori), sull’ordine impresso alla Turchia rifondata (quasi quello dato a quei vasetti sugli scaffali): a proposito di isolamenti e autoesclusioni:

Il movimento repubblicano di Occidentalizzazione, non sapendo come agire davanti al nazionalismo e alla democrazia, essendo per giunta idealista e autoritario di fronte a quelle spinte e inclinazioni, più che avvicinare la Turchia all’Occidente, ne ha segnato l’allontanamento dall’antica cultura scritta e dalla tradizione. (…) Quest’atmosfera –in cui della cultura occidentale si imitavano i simboli e le ritualità e si disprezzava la tradizione con un atteggiamento ostile verso qualunque espressione culturale- è venuto a costituire il vivaio in cui l’isolamento ha attecchito in tutti i suoi aspetti deteriori (…).

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Sait Faik

Ciò a trasmettere un senso critico dichiarato nei confronti della Repubblica. Viene in mente un verso di Sait Faik (1906-1954): “…i sogni del paese limpido e tremante” (1940). Ma è la volta di un nuovo rinvio, ancora a un diverso atteggiamento religioso, o a un differente, intimo e cosmico sentimento di Dio. Ce lo comunica L’appello vespertino del Creato, di Fazıl Hüsnü Dağlarca (1914-2008):

 

Un istante, e la sera che attraversa l’idea,

Dal primo uomo all’ultimo, sempre,

Nel vuoto io me stesso percepisco con ciascuno,

Un ciclo, un cerchio discende a me nel cuore.

 

Un istante che è fuori geografia,

E atmosfera, la superficie intera.

L’ora in cui gli affetti son più veri,

E al pensiero più simili, i fiori (…).

 

Un istante, tenerezza delle madri,

Il sogno di ragazze diffuso negli azzurri.

Schivo, quanto di pietà grandezza,

Come luce nel cuore delle stelle cadenti (…)

 

Un istante, infinità di lacrime smarrite,

E perduto distacco dei ricordi.

Ottunde al pellegrino le sue prime visioni,

E avvolge ognuno, quella nostalgia (…)

 

Un istante, veste su di noi,

Tepore ai palmi d’uomo che la figlia accarezza.

E intride gli atomi giovani, ignari,

La lontananza da morte (…).

 

Un istante, istante conscio di ogni cosa,

Puntuale, ogni giorno, che transita dal cielo.

E tacciono, da uomo, con mestizia,

I ciottoli, le luci, le nuvole, i pensieri.

 

Un istante, il gran silenzio del coraggio,

In terre sconfinate di senso e d’intelletto.

All’appello di Dio, si dichiara

Il Creato, e là si colloca: Presente!…

 

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Fazıl Hüsnü Dağlarca

La meditazione sull’istante cosmico e di tutti noi si effondeva, con all’universo e al Paese, e la Politica si sarebbe mossa tra i blocchi dei colpi di stato, sotto all’ombra  di (cioè grazie a) opinioni diverse riarticolate intorno alla democrazia. E quel Gezi Parkı, rianimato da verdi energie, avrebbe segnato un punto che non dovrebbe confondersi in una linea grigia, o di sangue. Dovrebbe semmai distinguersi nelle impostazioni e negli indirizzi dei pensieri. Punti, come quelli rappresentati dagli esempi letterari, cioè etico-estetici, additati in modo piuttosto sommario qui di sopra, ed esposti all’oblio nel nome di una disciplina dettata dai colpi sferrati alla discussione.

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Giampiero Bellingeri

 

 

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