Islam e Italia. Una nuova laicità per una nuova cittadinanza

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La Grande moschea di Roma (foto di Veronica Adriani http://www.piuculture.it/)

GIOVANNI INNAMORATI
La scia di sangue iniziata con l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, continuata con la strage del 13 novembre 2015 e con gli attentati di Bruxelles, fino ai recenti fatti in Germania e in Francia, ha posto in evidenza un problema che gli studiosi e gli analisti avevano paventato già da alcuni anni: la mancata integrazione di una fascia di “immigrati di seconda generazione” la cui religione di origine è l’Islam. Prima che questa non integrazione si traducesse in atti terroristici, il problema si era già manifestato in termini sociali: questi ragazzi erano più esposti dei coetanei “indigeni” a rischi di devianza, esclusione o autoesclusione, emarginazione o autoemarginazione.

In Italia il problema non si è finora posto visto che siamo terra meta di immigrazione solo da un paio di decenni, e gli “immigrati di seconda generazione” (vedremo che il termine è fuorviante) cominciano ad affacciarsi solo ora. Ma un dibattito pubblico che parta da un approccio culturale e sociale e non solo “securista” è diventato indifferibile, e non può non toccare il tema della laicità. D’altra parte anche in un Paese a noi così simile come la Germania, la riflessione sull’integrazione ha messo a fuoco proprio il tema della laicità (penso a E.W. Boeckenfoerde o a J.Habermas).

In Francia il concetto di laicità è diverso dal nostro: alcuni studiosi hanno parlato di una laicità “ostile” alla religione. L’idea francese della laicità, andatasi formando sin dalla Terza Repubblica, è che nello spazio pubblico il discorso religioso non ha cittadinanza, mentre esso è pienamente legittimato nel privato, laddove con privato si intende non solo la famiglia, ma anche le associazioni o le organizzazioni religiose stesse.

Il modello di laicità francese ha potuto funzionare per decenni perché il discorso pubblico e il discorso religioso (cristiano nelle sue diverse denominazioni) condividevano alcuni presupposti essenziali, a partire dal concetto di “persona”, inteso come titolare di diritti inalienabili (il diritto naturale). Un concetto, quello di “persona”, nato anzi in ambito religioso, da quando il cristianesimo europeo si è innestato nel diritto romano e nell’idea di “ius”. Quindi il discorso religioso fatto all’interno delle mura domestiche o all’interno di un ambiente cristiano non era eccessivamente dissimile da quello laico svolto nell’agorà pubblico, dato che i fondamenti erano e sono comuni.

Questo modello di laicità ha smesso di funzionare da quando milioni di nuovi cittadini, provenienti da Paesi musulmani (soprattutto dall’Algeria) hanno portato con sé il bagaglio religioso e culturale che non ha a fondamento lo stesso concetto di “persona”, che è alla base dello spazio pubblico. Il dato più evidente è la concezione della donna, che non è portatrice degli stessi diritti dell’uomo. Quindi a questi nuovi cittadini – in pratica – gli si diceva: “all’interno delle tue mura domestiche tua moglie e le tue figlie possono essere trattate secondo la tua cultura/tradizione/religione, e quindi eventualmente puoi far sposare tua figlia con chi decidi tu; ma per strada, a scuola, in ufficio questo non è possibile, e tua figlia avrà gli stessi diritti e sarà trattata come i tuoi figli maschi o come i nostri figli, maschi o femmine che siano”.

È evidente – forse solo con il senno del poi – che questa impostazione era foriera di schizofrenia, di alienazione, e uso questi termini anche in senso clinico. Possiamo immaginare il disagio, direi la sofferenza, che hanno vissuto migliaia di adolescenti, maschi e femmine, nati in Francia (o in Belgio, o in Olanda) da genitori immigrati da Paesi musulmani. Pensiamo a un adolescente maschio di questo tipo, che a scuola sta in una classe mista, assieme a ragazzi e ragazze con cui studia e scherza a ricreazione, ma con cui non può uscire il pomeriggio dopo la scuola perché la famiglia gli impone di frequentare solo gli amici maschi. E pensiamo alla sofferenza delle ragazze. Quando alla fine degli anni Novanta in Francia è sorto il dibattito sul “velo islamico” nei luoghi pubblici, sfociato nel divieto di indossarlo nelle scuole, il senso di alienazione non poteva che crescere.

L’insostenibilità di tale situazione sta anche nel fatto che questi ragazzi non potevano considerarsi né francesi, perché non condividevano con i coetanei “francesi” i fondamenti culturali/giuridici, ma non potevano nemmeno sentirsi algerini (o tunisini, marocchini), essendo il Paese di origine dei genitori del tutto estraneo a loro. Apolidi a casa propria. Per questo il termine “immigrati di seconda generazione” è del tutto fuorviante: questi giovani non sono affatto immigrati da un altro Paese, non hanno alle spalle una patria o una cultura che possa essere per loro un riferimento.

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La Grande moschea di Roma (foto di Ilaria Moretti http://www.piuculture.it/)

Quando la sofferenza è vissuta non solo da una o da poche persone, bensì da migliaia o centinaia di migliaia, il problema diventa sociale, culturale e politico. Lo studioso francese Olivier Roy sostiene che in Francia c’è stata non una “radicalizzazione dell’Islam”, bensì una “islamizzazione del radicalismo”, nel senso che questa alienazione culturale e sociale in cui hanno vissuto i figli degli immigrati, ha condotto alla ricerca di una risposta radicale, che ha spinto alcuni di loro ad abbracciare l’islam integralista e poi jihadista perché è l’unica ideologia radicale “che offre il mercato”. Tuttavia in questa mia riflessione non vorrei toccare i problemi della sicurezza, legati a sbocchi terroristici, che pure esistono, bensì quelli della convivenza, quello dei valori costituzionali condivisi che consentono ad una società di sussistere.

Vorrei partire da due modi diversi con cui in parlamento è stato affrontato il problema del radicalismo islamico, e in particolare da due proposte di legge: una è stata presentata da Fratelli d’Italia, prime firme di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, l’altra da una quarantina di deputati di Scelta Civica e Pd, prime firme quelle di Stefano Dambruoso e Andrea Manciulli. La prima proposta punta sul penale, e rende reato la predicazione dei principi dell’islam integralista (elencati in quattro punti, come il sostenere la pena di morte per gli apostati, gli infedeli e gli omosessuali, ecc). La proposta si inserisce in una tradizione di destra (“law and order”), ma per certi altri versi si inserisce in un filone più ampiamente italiano che ha delegato alla magistratura e alla sfera penale la risoluzione di problemi complessi: tra l’altro la legge Mancino che punisce l’apologia del fascismo risponde a questa concezione.

La proposta di Dambruoso e Manciulli affronta il problema con strumenti tesi a prevenire la radicalizzazione. Vengono previsti appositi piani di formazione delle forze dell’ordine perché siano in grado di “riconoscere e interpretare i segnali di radicalizzazione”, nonché l’istituzione di un Sistema informativo sui fenomeni di radicalismo: questo verrebbe alimentato da segnalazioni delle forze dell’ordine, ma anche dei comuni e degli uffici scolastici provinciali, così da attivare “i necessari provvedimenti anche preventivi”. Per quanto riguarda la scuola, la proposta prevede dei piani specifici di educazione interreligiosa e interculturale, con progetti di dialogo nei singoli istituti e la presenza di psicologi. A un livello educativo più ampio, si propone l’istituzione di un portale internet per la diffusione della cultura della convivenza. Infine il recupero: sono previsti piani educativi nei penitenziari diretti alla “deradicalizzazione”, mentre a livello lavorativo vengono suggerite iniziative per l’inserimento di queste persone in cooperative sociali.

Mi sono soffermato sulla proposta di Dambruoso e Manciulli innanzi tutto perché per la prima volta tenta di mettere in campo strumenti non solo penali, ma anche preventivi ed educativi. Certamente la proposta (è iniziato l’esame in Commissione affari costituzionali della Camera, con Barbara Pollastrini come relatrice) sconta alcuni punti confusi, laddove gli aspetti educativi e quelli della sicurezza si mischiano: ad esempio il Sistema informativo verrebbe alimentato sia da informative delle forze dell’ordine sia da quelle degli uffici scolastici, senza chiarire se poi i dati raccolti servono per la sicurezza o per eventuali programmi educativi di integrazione sociale individuali. In ogni caso è importante che ci sia una base per il confronto parlamentare e anche pubblico.

Un secondo motivo per cui ho riportato la proposta Dambruoso-Manciulli e perché essa propone dei programmii scolastici di educazione interculturale e interreligiosa, cosa che ci porta sul piano su cui mi interessa riflettere: perché è sue questo terreno che dobbiamo agire se vogliamo affrontare il problema a monte di quello della radicalizzazione, vale a dire quello della estraneità di molti nuovi cittadini ai nostri valori costituzionali e in particolari a quelli sanciti nei primi articoli e che riguardano il concetto di persona.

La scuola italiana non parte da zero. Nel settembre 2014 il ministero dell’Istruzione ha ricostituito l’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura (era stato istituito nel 2007 dal ministro Giuseppe Fioroni ma poi disattivato dal successivo governo Berlusconi) che, nel settembre del 2015 ha approntato delle linee guida con dieci proposte operative concrete che il ministero, attraverso una circolare, ha inviato agli istituti scolastici. Proposte che puntano innanzi tutto al primo problema da affrontare, cioè la conoscenza della lingua italiana da parte degli studenti e delle loro famiglie che vengono da una storia di immigrazione. Ma in ogni caso lo strumento operativo già esiste.

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La Grande Moschea di Roma (foto di Veronica Adriani http://www.piuculture.it/)

A livello di contenuti vorrei sottolineare che l’integrazione passa non solo e non tanto attraverso la conoscenza delle reciproche tradizioni religiose, così da favorire il dialogo, bensì attraverso l’apprendimento dei valori costituzionali che sono comuni sia ai ragazzi italiani che frequentano la scuola, sia ai ragazzi che provengono da una storia di immigrazione. L’”alfabetizzazione” ai nostri valori costituzionali – vorrei sottolinearlo – è necessaria a entrambe le categorie di bambini e ragazzi, ed è il primo terreno di integrazione. Non si tratta di rispolverare la materia di educazione civica, ma di elaborare specifiche linee guida per ciascun ciclo scolastico. Il che richiede un forte investimento sul personale docente, sia in termini di soldi, che in termini di formazione e di motivazione. D’altra parte il sostanziale successo della riforma della Scuola del 1963 e l’affermazione della cosiddetta “scuola di massa”, è stato un successo della classe docente italiana. Il presidente del consiglio Renzi afferma che per ogni Euro speso in sicurezza, occorre spenderne uno in cultura: suggerisco di usare l’Euro in questo ambito. Alle tre “i” per la scuola del governo Berlusconi, sostituirei tre “c”: Costituzione, Cicerone (studi umanistici), Cartesio (studi scientifici).

La costruzione di una nuova laicità inclusiva passa per quella della cittadinanza. E’ impensabile lasciare “apolidi” tanti ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che non hanno più nulla a che fare con il Paese d’origine del padre e della madre. Renzi si era impegnato a varare la riforma della cittadinanza, passando dallo “ius sanguinis” (ho la cittadinanza del paese di mio padre) al cosiddetto “ius solis” temperato: se sono nato in Italia da genitori stranieri, dopo aver completato un ciclo scolastico (es. elementari), sono cittadino italiano. Specialmente se si punta alla scuola come luogo dove apprendere a vivere i valori costituzionali, la legge sulla cittadinanza è indifferibile, mentre giace da mesi in Commissione affari costituzionali del Senato. Eppure sono 800.000 i ragazzi in questa condizione.

Il terzo passo per costruire una nuova laicità può essere spiegato partendo, in negativo, da alcune esperienze scolastiche. Alcuni dirigenti hanno nel recente passato vietato nelle proprie scuole primarie il presepe e, in occasione del Natale, hanno imposto alle insegnati, per la consueta rappresentazione con le famiglie, di evitare di parlare del Natale stesso, optando piuttosto per temi come la pace. Questa scelta avviene in nome della laicità. Una laicità, appunto, intesa come spazio non solo neutro e asettico, ma in cui la religione è esclusa perché foriera di divisioni. Una laicità alla francese, “rivoluzionaria”, cioè una laicità che volutamente voleva creare una frattura rispetto alla precedente società confessionale. In Italia, il Paese di Croce e Gramsci, sin dalla nascita della Repubblica la laicità ha tenuto conto del dato storico, cioè l’adesione della maggioranza della popolazione alle tradizioni (anche se non alla pratica) del cattolicesimo. Per integrare nuovi cittadini di religione musulmana, molti dei quali non hanno chiaro il concetto culturale di secolarizzazione (intesa come processo storico che ha condotta alla nascita dello Stato moderno, attraverso la separazione della religione dalle istituzioni), occorre affidarsi alla laicità “all’italiana”; una laicità che guarda con accondiscendenza alle religioni che condividono i valori costituzionali. Rimanendo all’esempio del presepe, esso potrebbe essere usato per spiegare a chi non è di religione cristiana il significato di questa festa sia per i cristiani che per le tradizioni popolari italiane; e magari si potrebbe anche raccontare che Francesco d’Assisi nel 1223 inventò il presepe in antitesi alle Crociate, ecc. D’altra parte questa idea di laicità è insita nella promozione delle formazioni sociali presente nella nostra Costituzione.

Manca un elemento alla laicità intesa in questo senso, se vogliamo includere cittadini di una religione che finora non ha elaborato alcuni nostri concetti costituzionali (persona, secolarità delle istituzioni): la garanzia che il discorso pubblico “protegga” la religione dalla derisione e dall’insulto (non dalla critica, naturalmente). Per fare un esempio concreto, vignette che irridano Allah o il Profeta, e d’altra parte anche il Dio cristiano e Gesù di Nazareth, non dovrebbero trovare spazio nel discorso pubblico, mentre lo troverebbero i Versetti satanici di Salman Rushdie. Come raggiungere questo obiettivo? Il codice penale (art 724) già oggi prevede una sanzione pecuniaria contro la bestemmia e l’oltraggio alla divinità, anche se è un reato poco perseguito. Probabilmente però occorrerebbe tematizzare la questione nel dibattito pubblico per giungere a una consapevolezza condivisa.

Corollario di tutto ciò sarebbe una Intesa dello Stato con l’Islam, obiettivo perseguito già ai tempi del ministro Beppe Pisanu, e sempre sfumato per le divisioni interne alla Comunità islamica italiana. In ogni caso la garanzia di luoghi di culto dignitosi non può essere affidata a decisioni delle amministrazioni comunali, né ai finanziamenti di Stati esteri. Sono evidenti anche gli aspetti relativi alla sicurezza, ma in campo c’è anche il tema dell’integrazione di questi cittadini e l’adesione ai nostri valori costituzionali.

giovanni innamorati

@G_Innamorati   

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