La TAP e la storia di una tangente a sei azeri

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GIORGIO FRASCA POLARA
Che cosa c’entra con l’ex deputato dell’Udc Luca Volonté con il progetto del Tap (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che dovrebbe permettere l’arrivo in Italia e in Europa di una enorme quantità di gas naturale proveniente dall’Azerbaijan? C’entra, eccome, ma bisogna spiegare le ragioni di un nesso che rischia di diventare un delicato problema di rapporti interstatali.

Dunque, partiamo dal progetto del Tap, di cui sono partner tanto l’Italia quanto la repubblica caucasica e altri quattro paesi europei. In realtà non solo siamo ancora alle fasi preliminari (c’è appena un cantiere, ancora simbolico, in riva al mare di Melendugno, nel Salento) ma queste fasi sono per giunta caratterizzate, nel coté italiano, da pareri contrastanti tra il ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico sulla data dell’avvio del cantiere. Insomma lite burocratica, atti in procura, in pratica tutto fermo con il rischio che la concessione decada per mancato inizio dei lavori, e la Commissione europea è contraria a qualsiasi proroga. Senza contare che questo gasdotto muoverebbe proprio dalla frontiera greco-turca, con tutto quel che ne consegue di instabilità dopo il controgolpe di Erdoğan.

Ma a complicare ulteriormente le cose sta – eccoci – lo scandalo che ha investito l’on. Volontè. Secondo la Procura della repubblica di Milano, che lo indaga per corruzione e riciclaggio, l’ex parlamentare avrebbe intascato una tangente di due milioni e 390mila euro versata da boss del governo dell’Azerbaijan. E perché mai questa tangente? Nel gennaio del 2013 il Consiglio d’Europa (allora Volontè faceva parte della delegazione berlusconiana) aveva bocciato il rapporto Strasser su 85 prigionieri politici nell’ex repubblica sovietica. Secondo l’accusa il voto a favore dell’Azerbaijan (128 voti contro 79) era stato anche frutto dell’attività di lobbying dell’ex deputato dell’Udc: da qui la mazzetta milionaria per sostenere “le posizioni politiche di uno Stato straniero”.

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Questa stessa espressione viene ripetuta dalla Procura nell’avviso di conclusione delle indagini che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio di Volontè. Costui che avrebbe assicurato “nel corso di incontri e riunioni in Azerbaijan e a Strasburgo il proprio sostegno alle posizioni politiche dello Stato straniero dietro il pagamento di danaro”. Quattrini “per sé e per terzi soggetti” non ancora identificati, pagati da Elkan Suleymanov, suo collega dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, ma anche da un collaboratore di questi, Muslum Mammadov, e da “altri soggetti politici azeri non meglio identificati”, perché asservisse “la propria funzione pubblica” agli interessi del governo dell’Azerbaijan.

Ora, con tutta evidenza, questa grana ha riflessi più che imbarazzanti sulla gestione del progetto del Tap. C’è chi (il Movimento 5 Stelle, ad esempio) ne ha subito approfittato per chiedere al governo di “rivalutare l’opportunità di dare seguito agli affari” con lo stato azero. Ma ci sono anche potenti interessi opposti, dal momento che il gasdotto trans-adriatico rappresenta una fonte rilevante e in qualche misura alternativa per esempio a quelle, a rischio, della fascia nord africana.

Il Tap ha la propria sede centrale a Baar, in Svizzera, e uffici operativi in tutti i paesi attraversati dal futuro gasdotto: Grecia, Albania, Italia (qui l’arrivo è previsto in provincia di Lecce, appunto a Melendugno). D’altra parte gli attuali azionisti del progetto sono del calibro dell’italiana Snam (venti per cento), dell’inglese Bp (venti per cento), dell’azera Socar (venti per cento) della belga Fluxis (diciannove per cento) della spagnola Enagàs (sedici per cento), della svizzera Axpo (cinque per cento).

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Tap, insieme a Tanap (Trans Anatolian Pipeline, che attraverserà da Est a Ovest la Turchia) e a Scp (South Caucasus Pipeline), è una delle infrastrutture-chiave di trasporto che consentiranno l’accesso al mercato europeo delle gigantesche riserve di gas naturale dell’area del Mar Caspio. Il gas che Tap trasporterà (qualcosa come dieci miliardi di metri cubi all’anno) appartiene al Consorzio Shah Deniz II, proprietario del gas proveniente dall’omonimo giacimento offshore azerbaigiano situato sotto le acque del Caspio, a sud di Baku.

È probabile che la lauta mazzetta intascata dall’ex deputato Luca Volonté non influirà sull’avanzamento del progetto. Ma resta (e fa il giro dei paesi europei, in particolare degli azionisti del progetto) la situazione imbarazzante in cui l’Italia è stata cacciata dall’incredibile mercimonio fatto – sulla pelle di 85 prigionieri politici azeri – da un rappresentante del nostro Paese. Tanto più che la Commissione europea, il Parlamento e il Consiglio hanno selezionato il Tap come “Progetto di interesse comune” perché funzionale all’apertura del corridoio meridionale del gas, uno dei dodici indicati come prioritari dall’Ue per il conseguimento degli obiettivi di politica energetica attraverso una diversificazione delle fonti.

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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