Il papa, la Cina e le paure dei cattolici. Intervista col cardinale Joseph Zen

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BENIAMINO NATALE
I cattolici cinesi “stanno vivendo un momento di paura… io ho contatti quotidiani con loro e posso dire che hanno paura di un accordo tra il Vaticano e la Cina”. Joseph Zen, 84 anni, cardinale, ex-vescovo di Hong Kong, da decenni in prima fila nelle battaglie per la democrazia nell’ ex-colonia britannica, è un oppositore deciso della politica cinese di papa Francesco. Tre anni fa, subito dopo essere stato eletto in sostituzione del dimissionario Benedetto XVI, Francesco ha ordinato ai suoi collaboratori di fare di tutto per trovare un accordo con Pechino sulla nomina dei vescovi, un accordo che – nelle speranze della Santa Sede – potrebbe preludere a uno storico viaggio del Papa in Cina.

“Non so come possano essere ottimisti in questo momento”, mi ha detto Zen in un’intervista che si è svolta in luglio nella Salesian House of Studies, sull’isola di Hong Kong, dove il cardinale sta trascorrendo la convalescenza dopo una malattia non grave ma fastidiosa. A dispetto dell’età e della malattia il cardinale – che parla un ottimo italiano – è apparso in buona forma, loquace e pronto alla battuta, le caratteristiche che gli hanno fruttato nel territorio una popolarità che va molto oltre i confini della comunità cattolica.

“Si può pensare di ottenere un buon accordo in questo momento? Non c’è nessun motivo per l’ottimismo, non c’è un fondamento”, sostiene. “È possibile in questo momento avere un buon accordo? Non è possibile. Per aver un buon accordo (i cinesi) devono cedere un lungo pezzo. Ma non cedono. Quando hanno conquistato tutto, perché dovrebbero cedere? Vogliono ottenere di più, vengono a parlare per ottenere di più, non per cedere. Non è realistico pensare che vengano veramente a contrattare”.

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La Santa Sede e la Cina non hanno relazioni diplomatiche dal 1951, quando la Nunziatura Apostolica – di fatto l’Ambasciata del Vaticano – si trasferì da Pechino a Taipei a causa delle crescenti tensioni con i comunisti di Mao Zedong, che due anni prima avevano preso il potere dopo una feroce guerra civile. Il Vaticano rimane l’unico Paese occidentale a non aver riconosciuto Pechino e a mantenere a Taiwan la sua rappresentanza diplomatica. Il governo di Pechino riconosce cinque religioni: buddhismo, taoismo, islam, protestantesimo e cattolicesimo. Per i seguaci cinesi di queste religioni esiste oggi la libertà di culto. Una libertà che però si può esercitare entro limiti precisi: i fedeli devono aderire a una delle associazioni – per i cattolici l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi – che rispondono all’Ufficio Affari Religiosi e che sono governate da funzionari del Partito Comunista Cinese.

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I capi delle cinque religioni hanno l’ ultima parola esclusivamente sulle questioni religiose ma politicamente devono obbedire alle direttive del PCC. Il Partito Comunista, un partito ateo, ritiene di aver il diritto, per esempio, di nominare gli imam delle moschee e addirittura quello – nel caso del buddhismo – di riconoscere le reincarnazioni dei bodhisattva, i saggi che pur essendo sfuggiti al “ciclo infernale” delle reincarnazioni decidono di tornare tra i mortali per aiutarli a raggiungere lo status di Buddha. Nel caso dei cattolici, questo significa che i vescovi non possono essere nominati dal Papa e che devono essere scelti dall’ Associazione Patriottica.

L’Ufficio Affari Religiosi – che fa parte del Consiglio di Stato, il governo della Cina, nel quale le funzioni del Partito e quelle dell’ esecutivo sono spesso confuse – afferma che 5,7 milioni di cattolici aderiscono all’Associazione Patriottica.

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Secondo le valutazioni dell’Holy Spirit Centre di Hong Kong in Cina – un centro studi sulla storia del cattolicesimo in Cina – ci sono oggi circa dodici milioni di cattolici. Circa la metà di questi non hanno aderito all’Associazione e formano quella che viene chiamata la “Chiesa Clandestina”. Secondo un’indagine pubblicata in luglio dalla Reuters – che ha intervistato religiosi ed esperti in Cina, Hong Kong e Italia – attualmente in Cina ci sono 110 vescovi – tutti approvati da Pechino. La maggioranza di questi ha ottenuto in un modo o nell’altro anche l’approvazione del Papa. Otto di questi rimangono però apertamente fedeli al governo di Pechino e non riconoscono l’ autorità papale. Tre di loro sono stati scomunicati e almeno due di loro sono sposati e hanno figli.

Trenta vescovi sono “clandestini” – cioè sono stati nominati dal Papa e non hanno aderito all’Associazione Patriottica, ragione per la quale sono tuttora perseguitati dalle autorità. Uno di loro era, fino a pochi mesi fa, Ma Daqin, il vescovo ausiliario di Shanghai, che nel 2012 aveva sfidato l’ira di Pechino affermando di “non poter rimanere” all’interno dell’Associazione. Poi, Ma ha fatto una clamorosa marcia indietro, esaltando in un lungo articolo la “Chiesa patriottica”. “Non posso non pensare che abbia ricevuto pressioni dal Vaticano”, afferma Zen.

“Non è possibile per la Chiesa accettare l’Associazione Patriottica”, prosegue. “In Cina non c’è libertà per nessuno, come facciamo ad averla noi? Non è possibile un accordo accettabile. Non ce lo daranno. Allora noi ci pieghiamo e accettiamo. È possibile che la Cina accetti un viaggio del Papa, ma cosa combinerà? Lascerà una scia di rimpianto e di risentimenti. Io penso che questo Papa viene dal Sudamerica e lì il problema erano i governi militari che insieme a pochi ricchi opprimevano il popolo. Per questo nella Chiesa nacque la Teologia della Liberazione. Il Papa non la poteva accettare ma lì quando un prete lavorava per il popolo veniva chiamato “comunista” e in alcuni casi ucciso. Lui ha conosciuto i comunisti perseguitati, non i comunisti persecutori”.

Il cardinale ritiene estremamente difficile che Pechino accetti veramente un viaggio del Papa in Cina. “Ma ammettiamo per assurdo che l’accettino – dice -, cosa succederà? Prima dell’ arrivo del Papa arrestano un po’ di gente, alla manifestazioni ci vanno solo quelli che vuole il governo… non può avere successo come il Papa che è andato in Polonia. Ho paura che un accordo lo faranno, perché (il Vaticano) lo vuole a ogni costo. Ma c’è una linea di fondo e non c’è speranza che (i cinesi) cedano su quello. Vogliono che si confermi lo stato attuale, è chiaro. Non vede (il Papa) che stanno facendo i prepotenti dappertutto e che in Cina stanno soffocando tutto? Adesso ogni giorno c’è qualcuno che fa l’autocritica in tv dice “io ho sbagliato”, “io mi pento”, adesso non ammazzano più la gente ma ammazzano le coscienze, umiliano la gente. Ormai non ci sono atti di violenza ma c’èuna situazione di violenza”.

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Le trattative sono in corso da tre anni e si svolgono a Roma. Da parte del Vaticano sono da condotte dagli uomini del segretario di stato Pietro Parolin, un acceso sostenitore del compromesso con la Cina. Nel 2007, dopo aver pubblicato una Lettera ai cattolici cinesi nella quale escludeva la possibilità di un riconoscimento del ruolo dell’ Associazione Patriottica, Benedetto XVI aveva nominato una Commissione di esperti della Cina, che avrebbe dovuto essere la “mente” dei rapporti con Pechino e della quale Zen fa parte. “È completamente dimenticata – denuncia il cardinale – non è mai stata convocata, e non è nemmeno stata formalmente sciolta… e pensare che il Vaticano è sempre stato estremamente attento alla correttezza, almeno a quella formale”. “Secondo me, stanno dimostrando una grande ignoranza del comunismo cinese e non vogliono ascoltare quelli che lo conoscono… stanno svendendo la parte migliore della nostra Chiesa”, conclude il cardinale Zen.

beniamino

@beniaminonatale

“Frequento l’ Asia dal 1978, quando feci il primo viaggio in India e decisi che ci avrei passato una parte della mia vita. Il mio primo viaggio in Cina risale al 1985 e fu un secondo colpo di fulmine…Dal 1992 al 2002 sono stato corrispondente dell’ ANSA da New Delhi, coprendo tutto il subcontinente e nel 2003 mi sono trasferito a Pechino, dove vivo tuttora. Ho scritto due libri, L’ UOMO CHE PARLAVA COI CORVI e APOCALISSE PAKISTAN (con Francesca Marino) pubblicati da MEMORI (www.memori.it)”

le fotografie nell’articolo sono dell’autore

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