Bufera Rai. Ma l’unica riforma è la sua privatizzazione

ALDO GARZIA
Il dibattito di questi giorni sulla Rai è ripetitivo, noioso, irritante e perfino un po’ penoso. Circola sul web un appello contro la rimozione di Bianca Berlinguer dalla direzione del Tg3, incarico assolto dal 2009. La stessa ex direttrice, in un post su Facebook, ringrazia per gli attestati di solidarietà e avverte che presto tornerà in video con altro ruolo. Siamo tutti contenti.

Intanto molti commentatori invocano l’imparzialità del servizio pubblico e la sua autonomia, sostenendo che Matteo Renzi sta facendo cose che nemmeno Silvio Berlusconi ha fatto. Uno dei più accaniti sostenitori di questa tesi è Carlo Freccero, in Consiglio di amministrazione in quota 5 Stelle, ex Fininvest ed ex dipendente Rai. Poi ci sono i flebili lamenti dell’Usigrai (il sindacato interno), della Fnsi, delle forze di centrodestra, di Sinistra Dem e Sinistra italiana o di personalità singole come Vincenzo Vita (ex sottosegretario alle Telecomunicazioni): sembrano tutte mammolette innocenti che urlano contro il potente di turno. Hanno invece condiviso e spartito per anni, chi più chi meno, quote di potere e di influenza.

Quanta ipocrisia sui giornali e nei commenti! A nessuno viene in mente di dire una banale verità: la Rai di oggi è come l’Urss ai tempi di Mikhail Gorbaciov. Cioè, è semplicemente irriformabile. Come sinistra e organismi di categoria dei giornalisti ci abbiamo provato in tutti i modi a difendere il principio del servizio pubblico e la sua funzione. Nessuna ipotesi si è fatta largo. Siamo stati sempre sconfitti. Lottizzazione, iper presenza della politica, logiche non aziendali hanno sempre prevalso sia quando la Rai era gestita dai “professori” (Gelli & c.), sia quando era diretta dai tecnici (Gubitosi & c.). Lo stesso avviene ora.

Il problema viene da lontano, da come è nata la Rai nel 1954 ed è stata occupata dalla Dc che poi ha concesso via via fette di potere ad altri, dal Psi al Pci ai partiti minori, col paradosso in anni più recenti di creare tre reti non tematiche ma semplicemente di diverso orientamento politico. Assunzioni e incarichi di direzione sono avvenuti di conseguenza seguendo quasi esclusivamente bussole politiche. La Rai, quindi, come le Poste e i Telefoni. Occorre perciò spezzare il meccanismo irriformabile di questo servizio pubblico.

Di fronte a stipendi da calciomercato di dirigenti e giornalisti, allo scandalo dei precari, a quello degli appalti, dei consulenti (anche pensionati come Francesco Merlo, ex Repubblica), di assunzioni esterne e via discorrendo che senso ha difendere questa Rai e questo servizio pubblico? Meglio avviarne la processuale privatizzazione. Se ci saranno imprenditori disposti a pagare le cifre che attualmente fanno impallidire i compensi di presidente della Repubblica e premier, ben vengano. Sarà il mercato, quello vero, a decidere in quel caso e non il mercato presunto. Si obbietta: e se non ci fossero compratori? In quel caso, molto remoto, si pensi a un servizio pubblico in stile Bbc, magro e sobrio fondato soprattutto sulle news.

Colpisce, infine, la posizione dei grillini. Fino all’ingresso in Parlamento erano per la privatizzazione della Rai. Ora tacciono, nonostante il loro esponente Roberto Fico sia presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai (orribile definizione). Come mai? Ci hanno ripensato?

aldo garzia

Aldo Garzia

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