València, laboratorio politico. Intervista col sindaco Joan Ribó

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@CompromisVLC

CLAUDIO MADRICARDO
“Il crollo del Partido Popular cede il potere territoriale alla sinistra”, intitolava il quotidiano spagnolo El País all’indomani della tornata elettorale amministrativa del maggio 2015. Una rivoluzione che veniva dopo il movimento degli Indignados e il 15M e che stravolgeva la geografia politica del paese mandando al governo i rappresentanti dei nuovi movimenti sorti nella galassia del più conosciuto Podemos.
Cadevano città come Madrid, grazie a Manuela Carmena, Barcellona con Ada Colau, Saragozza con Pedro Santisteve, Cadice con José María González Santos, meglio noto come Kichi, La Coruña con Xulio Ferreiro.

E infine València, la terza città di Spagna per importanza, con una strepitosa vittoria personale di Joan Ribó, che con Compromís (@CompromisVLC) passava da tre a nove consiglieri. E apriva la strada a un’inedita coalizione di governo a tre assieme a Valencia en Comú, la declinazione locale di Podemos, e al Partido Socialista del País Valenciano di Joan Calabuig, che otteneva il suo peggior risultato dal 1991, anno in cui i socialisti persero il governo della città.

E il ‘91 è anche l’anno in cui s’inaugurava l’epoca di Rita Barberá, soprannominata in seguito “l’Alcadesa de España” per i mirabolanti risultati elettorali che portava al suo Partido Popular.  Figlia di un giornalista e politico di epoca franchista. Ai suoi esordi giornalista pure lei a Radio Valencia e al Levant. Poi l’adesione ad Alianza Popular nel 1976, la formazione dell’epoca della transizione in cui si raccolgono gli eredi del franchismo. E l’ascesa a cariche di responsabilità nazionale nel Partido Popular.

“Vengo con dignità, orgoglio e gratitudine verso tutti i valenziani che mi hanno permesso di essere sindaca durante 24 anni. È un risultato cattivo, non me lo voglio nascondere. Non mi piace per nulla – ammetteva con sincerità Rita all’indomani del voto – però gli elettori hanno sempre ragione. I valenziani avranno il governo che hanno desiderato”.
Caduti Rita e il suo PP travolti dagli scandali legati alla corruzione, non ultimo quello del caso Taula che la vede imputata assieme al partito di riciclaggio di denaro sporco a fine di tangenti, Valencia apriva le porte dell’Ajuntament al portavoce di un gruppo politico di stretta osservanza valenziana, di carattere progressista, e che alle elezioni politiche nazionali si presenta in coalizione con Podemos e Izquierda Unida.

Joan Ribó con Compromís, appunto, che già nel 2012 aveva vinto un ricorso giudiziale e ottenuto che il Comune revocasse la cittadinanza onoraria concessa il 1 maggio 1939 al generalissimo Franco. Fresco vincitore della Guerra Civile che aveva insanguinato il paese per tre tragici anni. Forse una sorta di riparazione, allora, da parte di una città che in qualche modo doveva farsi perdonare dal caudillo di essere stata la capitale della Seconda Repubblica Spagnola.

Con Ribó arrivava al potere un uomo dalla lunga traiettoria politica. Un catalano della provincia di Barcellona. Valenziano d’adozione e laureato in ingegneria agraria presso il Politecnico cittadino. I suoi primi passi il futuro sindaco li muove in ambienti vicini alla teologia della liberazione e a Cristianos por el Socialismo, passa a militare nel PCE e poi in Izquierda Unida, facendo anche parte dell’esecutivo delle Comisiones Obreras degli insegnanti. Poi il finale approdo in Compromís.

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Joan Ribó a bordo del bus ecologico della nuova linea 99 intervistato da Las Mañanas Cuatro @CompromisVLC

Giunto a ricoprire la carica di sindaco, Ribó ha dato prova di saper manifestare con toni misurati quelle che a parere di chi lo conosce sono forti convinzioni. Ciò è avvenuto in primo luogo quando ha denunciato la discriminazione nei finanziamenti da parte del governo centrale che nulla ha concesso al trasporto metropolitano, o al progetto del Parque Central.
Sul piano del governo cittadino gli viene dai più riconosciuto di aver puntato sull’apertura del municipio ai cittadini e ai turisti, spendendosi per decongestionare il traffico automobilistico nei pressi del Mercat Central e della vicina Llotjia de la Seda, l’edificio del secolo XV, patrimonio dell’Unesco, meta ininterrotta dei turisti che visitano Valencia.

In un anno che sta al governo di una coalizione che molti vorrebbero fosse presa a modello per l’esecutivo nazionale, ha dimostrato una certa abilità nel tenere ferma la rotta e coeso il gruppo. Anche se qualche grattacapo politico non gli è mancato, come quando ha voluto limitare la libertà oraria totale di apertura in zone turistiche da parte delle grandi superfici commerciali. Con l’intenzione di difendere e beneficiare i piccoli commercianti e gli esercizi a conduzione famigliare del centro urbano.

O come quando ha rifiutato un investimento d’imprenditori di Singapore che pare ammontasse a circa un miliardo di euro, capace di creare ventimila posti di lavoro nella zona della Marina Real, l’antica zona della Coppa America.  In quel caso, fregandosene del malpancismo dei socialisti con lui al governo, affermò di avere per València un progetto che di certo non prevedeva la sua trasformazione in Las Vegas.

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Joan Ribó, di spalle, intervistato da Las Mañanas Cuatro @CompromisVLC

Uomo di eleganti maniere e di radicate convinzioni di sinistra, il sessantanovenne Ribó non è privo di capacità di cambiamento nel tempo, ma senza rotture. Frutto più di laboriosi processi di evoluzione. E tutta la sua lunga storia politica lo sta lì a dimostrare. In città per muoversi usa la bicicletta e lo fa non per sfoggio, ma per quella che appare una sincera abitudine. Anche se, ironia della sorte, le condizioni finanziarie della sua città non gli consentono di dotarla a breve di una circonvallazione ciclabile, come lui vorrebbe.

Criticato aspramente dalla destra per la sua politica nei confronti dei simboli religiosi, Joan Ribó tira dritto senza guardare in faccia nessuno. E non entra, come invece accadeva per i suoi predecessori, in Cattedrale, La Seu, nella Ciutat Vella per assistere al Te Deum del cardinale Antonio Cañizares Llovera. Quello che, rispedito da Bergoglio nella sua diocesi natale in Spagna, ha rispolverato il ferraiolo dei porporati, il mantello rosso lungo decine di metri. Le cui foto, viste per lo più come un insulto alla sobrietà, gli hanno fatto fare il giro del mondo  sui social network e procurato fama imperitura. Quello stesso porporato che non perde occasione di far sentire la propria voce ogniqualvolta, come recentemente con il paventato referendum catalano, viene a suo dire messa a repentaglio l’unità del paese. E conseguentemente della Chiesa.

Ma ha anche ordinato, tornando a Ribó, di eliminare ogni simbolo religioso dai “tanatorios” municipali, cioè da quegli edifici in cui trovano ospizio i cadaveri nelle ore che precedono l’inumazione o la cremazione.
E spinto dallo spirito animalista che lo accomuna ad altri suoi colleghi di fede politica nella penisola, arriva perfino a scardinare consolidate quanto crudeli pratiche “tradizionali” come “el bou embolat” o “el bou en corda”. Passioni risapute delle destre, ma non solo a quanto pare. Se perfino i socialisti, che al governo cittadino partecipano, hanno sentito la necessità di esprimere accenti critici nei confronti della loro messa al bando.
Piano in discesa invece per quanto riguarda gli interventi a favore dei cittadini e al contenimento della povertà. Che in Spagna ha colpito durissimo dopo lo scoppio della bolla speculativa edilizia che ha trascinato il paese nei gorghi di una travagliatissima crisi.

Al suo attivo il sindaco di sicuro può rivendicare il “bono social”, il biglietto gratuito che permette ai disoccupati di spostarsi in autobus per València, anche se in maniera limitata. Oltre al sostegno concesso dalla sua amministrazione al pagamento degli affitti a chi ne ha necessità, cresciuto di un quaranta per cento da quando Ribó è in carica. E l’aumento, per quanto contenuto, di nuove abitazioni popolari.
Un passo avanti verso il coinvolgimento e la partecipazione sembra esser stato fatto con la chiamata dei cittadini a decidere a quali progetti destinare sette milioni di euro messi sul tavolo dall’Ajuntament. Non grosse cifre, ma sempre meglio che niente.

Ma il quadro che riguarda Joan Ribó non sarebbe completo e il senso del cambio profondo intervenuto dopo la sua elezione non potrebbe essere colto se non si accennasse alla grande polemica che ha percorso la città lo scorso 3 gennaio. Quando il sindaco ha accettato di presentarsi sul balcone del palazzo in Plaça de l’Ajuntament con le tre “reinas magas”, al termine della riedizione della “cabalgata laica” organizzata da un’associazione locale per i 79 anni di quella che avvenne nel 1937 e che allora chiudeva la Festa de la Infantesa. La festa, laica, dedicata all’infanzia.

Rappresentazioni della Libertà, dell’Uguaglianza e della Fraternità spogliate di ogni spirito cristiano quando València era capitale della Repubblica.
Una “patochada” ha tuonato Isabel Bonig, presidenta del Partido Popular nella Comunidad Valenciana. Che, più o meno, sta a significare una cosa fuori ragione, uno sproposito, ignorante e priva di educazione. “Un’utilizzazione delle tradizioni per impoverirle e attaccare una parte importante della società”, ha continuato Bonig chiedendo al sindaco di scusarsi pubblicamente.
Da parte sua Joan Ribó ha risposto, come sempre, con parole misurate e a stretto giro di posta, facendo diffondere un comunicato ai giornali in cui si legge che

il sindaco deve essere il sindaco di tutti, e come ha ricevuto i giovani cristiani… in una cerimonia formale…, allo stesso modo riceve un’attività di gente come la cavalcata di ieri.

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Joan Ribó, il sindaco in bicicletta va in prima su El País

Abbiamo voluto porgli alcune domande allo scadere di un anno dal suo insediamento.

Nel giugno del 2015 il crollo del PP ha ceduto il potere territoriale alla sinistra. Che cosa ha significato per València il lungo regno di Rita Barberá?
Barberá, fortunatamente, è il passato. Non lo dico per lei personalmente, ma per la forma autoritaria di governare, praticamente dispotica, sprecona e, da come vediamo in questi giorni, anche oscura. La città ha espresso nelle urne il suo rifiuto a questa maniera di governare, e per questo dall’inizio ci siamo sforzati di mettere in atto uno stile ampiamente partecipativo. Abbiamo ben chiaro dove vogliamo arrivare, però non vogliamo né dobbiamo farlo alle spalle della gente. Per questa ragione abbiamo aumentato per la prima volta i budget partecipativi, o anche abbiamo aperto ai cittadini e alle cittadine della città i progetti delle linee d’autobus, per esempio. Dall’altro canto, nelle nostre azioni di governo stiamo facendo un esercizio di trasparenza assoluta e, ovviamente, ogni centesimo speso non va per il lusso del sindaco, né a pagare capricci degli amichetti, come ha fatto Barberá alla sua epoca.

Lei è uno dei rappresentanti in Spagna dei nuovi sindaci sorti dopo il 15M. Mi spiega com’è nato Compromís, come ha operato sul territorio, e come finalmente ha potuto arrivare a fare un governo con PSOE y València en Comú (Podemos)?
Andiamo per punti… Il 15M è stato un movimento precisamente apartitico e ciò è stato di per sè stesso qualcosa di buono, perché ha permesso di pensarsi e di ripensarsi senza condizionamenti precedenti. Compromís già esisteva quando è scoppiata l’indignazione in tutta la Spagna, anche a Valencia. Di fatto, da Compromís abbiamo voluto essere assolutamente rispettosi e non commettere alcuna ingerenza nel movimento cittadino, ma è certo che per una grande maggioranza di persone Compromís ha rappresentato la saturazione della gente comune di fronte ai comportamenti dispotici di buona parte dello spettro partitista del momento. Compromís è la somma di persone diverse, che procedono da ambiti e discorsi differenti…. e di fronte al discorso unico che molti partiti politici vogliono difendere, noi sempre abbiamo optato per la pluralità.

Sì, veniamo dalla tradizione ecologista, dalla tradizione di una sinistra innovatrice, dalla tradizione valencianista… e siamo molto contenti di poter riunire tutti i valori che rappresentano sotto un unico ombrello: sotto uno strumento che è utile solo nella misura in cui rappresenta i cittadini e vuole perseguire politiche che avvantaggiano la maggioranza dei cittadini , così spesso messa a tacere. Proprio questa singolarità unita alla nostra impazienza nel denunciare la corruzione, è stato quello che ha attratto i votanti fino a consolidarci come prima forza politica a València. Questo, assieme alla necessità di cambiamento in questa città, ha fatto sì che il PSOE e València en Comú si aggiungessero al progetto di modernizzazione e apertura che stiamo portando avanti a Valencia.
Quella di Rita Barberá è l’epoca della Formula 1 e della Coppa America, ovvero della spesa pubblica.

Tutto ciò è definitivamente finito?
Distinguiamo, la spesa pubblica, è logico sempre che a beneficiarne sia l’insieme della cittadinanza. Ciò che non ha alcun senso è che la Coppa America ci lascerà un debito di 400 milioni di euro, o che il disastro della Formula 1 lo debbano pagare i cittadini e le cittadine.

Quindi bando agli eventi? È questo che vuol dire?
A me gli eventi non sembrano male per il sistema, ma preferisco investire in primo luogo in ciò che davvero interessa giornalmente i valenziani. Se da un gran progetto la cittadinanza trae beneficio, mi sembra stupendo, ma quello che non possiamo fare è lasciare una città rachitica d’infrastrutture e servizi, con in più un debito multimilionario affinché gli amichetti dei potenti facciano il grande affare. Con me non funzionano così le cose.

Tra gli altri problemi lasciati da Barberá, c’è il tema dell’antica zona di regate di Coppa America. Lei rifiutando un’offerta d’investimento, ha dichiarato che non vuole trasformare Valencia in Las Vegas e che ha un’idea di sviluppo differente. Potrebbe spiegarmi il suo progetto?
Il progetto di presunto investimento al quale si riferisce è caduto per vari motivi. In primo luogo perché non hanno potuto garantire la loro solvenza alle istituzioni davanti alle quali dovevano render conto, e in secondo luogo perché pretendevano di privatizzare un’intera area della città cambiando anche la legislazione vigente. Eh no, València non è in vendita. Gli investitori sono i benvenuti nella nostra città, ma gli investitori veri. Quelli che generano ricchezza per la città. Inoltre il nostro modello vuole aprire spazi come questo nella città ai quartieri più vicini e, in generale, che diventino un punto di riferimento con contenitori culturali e dell’imprenditorialità che dinamizzino l’economia di questi quartieri della parte marittima di València, i quali fino ad ora sono stati tanto maltrattati. València è un gioiello di città, e la sua facciata marittima pure. Qualcuno ha cercato di usarla per speculare, ma questo è cambiato: la città è dei suoi cittadini e delle sue cittadine.

Mi permetta una domanda. Come può governare con i socialisti che sono stati critici sulla vicenda del presunto investimento di Singapore nella zona della Marina Real, e che difendono “el bou embolat” e “el bou en corda” con la scusa che sarebbero tradizioni popolari?
Come quasi tutto nella vita, anche questo è ricco di sfumature. Nel PSOE non tutti pensano alla stessa maniera, ma ci sono voci con approcci differenti. Come sindaco ho ben chiaro che devo preservare la pluralità del mio governo, e questo avviene con il parlare, con il dialogare e trattare con i miei alleati. Gettare ponti è molto necessario, e in politica troppe volte si applica il “mattarello” delle maggioranze. Non è il mio stile. Preferisco convincere al vincere. Perciò, senza venir meno ai valori che devono definire un governo progressista, abbiamo negoziato tra alleati di governo come proteggere l’integrità degli animali nella nostra città, o come evitare gli errori del passato con investitori fantasma.

Quanto è importante la partecipazione dei cittadini nel suo sistema di governare? O meglio, qual è il suo sistema di governo?
Te l’ho detto prima (passa al tu). La nostra maniera di concepire la politica non è quella di un partito che ha ansia di potere e vuole perpetuar se stesso in detto potere. I partiti politici disgraziatamente in troppe occasioni si sono convertiti in macchine generatrici di clientelismo, nelle quali l’importante è arrivare al potere per poterlo occupare con gente simile.  Abbiamo rotto con questo. Il nostro dovere è rendere conto giornalmente alla cittadinanza su problemi di pulizia, di mobilità, di creazione di occupazione e di cultura… Per questo la partecipazione è una maniera di controllo cittadino sull’azione del governo. Non ti puoi occupare di creare reti clientelari se i tuoi cittadini ti stanno a controllare, in che cosa spendi il denaro pubblico e  come lo spendi. Questa è una delle nostre chiavi di governo. Inoltre c’è da dire che desidero fermamente limitare i mandati delle persone nelle istituzioni, in modo che non si spingano oltre le due legislature. Rompere con il clientelismo e le pratiche corrotte va a beneficio collettivo della città.

Joan Ribó, lei è stato oggetto di critiche da parte della destra per la sua politica nei confronti dei simboli religiosi e per l’appoggio dato alla sfilata  de las Magas de Enero, ripresa dai tempi della Repubblica. Non crede che dopo tanto tempo dalla fine della Guerra Civile, Valencia, e soprattutto la Spagna, dovrebbe guardare avanti e non più al passato?
Certamente. València deve guardare al futuro, ma senza calpestare il presente e senza dimenticare il passato. Guarda, quest’anno Valencia compie gli ottant’anni come capitale della seconda Repubblica Spagnola. Dobbiamo fare come se questo non fosse successo? Chiaramente si tratta di un fatto storico oggettivo, e deve essere un orgoglio ricordare che un giorno la nostra città è stata la capitale dello Stato. Nello stesso senso, non sarebbe nemmeno bene perpetuare i tabù, come quello della Guerra Civile o della dittatura franchista. Questo non significa ossessionarsi con queste cose, ma certamente noi che stiamo in democrazia dobbiamo difendere i valori democratici e rifiutare le dittature. Ovviamente anche quella che abbiamo vissuto qui.

Perfetto, e la sfilata?
La sfilata de le Magas de Enero è stata un’iniziativa di un’associazione privata che rispettiamo e accogliamo nella nostra città, nella stessa maniera in cui abbiamo accolto l’incontro dei giovani cristiani di Taizé nello stesso periodo, per esempio.  Quanto ai simboli religiosi, come sindaco è mio obbligo rispettare i cattolici, i musulmani, gli ebrei, gli evangelisti, gli agnostici, gli atei…. Le istituzioni non devono prendere partito per nessuna religione, perché sono di tutti e di tutte. Ciò non significa che non possa partecipare a cerimonie tradizionali della cultura valenziana, molte di esse con radici religiose. Ma di certo un sindaco non sta lì a presiedere processioni, ma per presiedere le plenarie del suo Comune.

Allo scadere di poco più di un anno di governo della città, quali sono i risultati di cui si sente orgoglioso? E, se ciò è accaduto, come si è trasformato il suo programma originale nel corso del tempo?
Vediamo… (pensa per alcuni secondi). Quello di cui mi sento più orgoglioso di questo primo anno di sicuro è l’apertura dei refettori scolastici per i bimbi e le bambine in estate, l’aver evitato sfratti per ipoteche non pagate, così come aver assicurato che a nessuna famiglia sia tagliata la luce o l’acqua per non poter pagare le bollette. Penso che le cose più basilari erano quelle di cui c’era maggior bisogno. Mi chiedo come poteva qualcuno spendere migliaia di euro in ricevimenti uffciali mentre ci sono bambini che in estate non hanno un pasto al giorno assicurato.

E sul programma elettorale?
Quanto al programma elettorale con il quale ci siamo presentati alle elezioni, devo riconoscere che qualcosa mi pesa abbastanza. Mi riferisco ai tempi molto lenti con i quali si muove l’amministrazione. Abbiamo voglia e capacità di cambiare le cose che non funzionano, ma i ritmi sono quelli che sono. È un impedimento che devo accettare? Non lo credo. Per questo abbiamo iniziato un piano di modernizzazione dell’amministrazione che spero possa dare presto i suoi frutti.

l’Unità, 7 8 2016

Claudio Madricardo

@claudiomadricar

“Noi, gente di Barcellona”. Discorrendo con l’alcadessa Ada Colau di Claudio Madricardo

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