Il Festival della Politica. Intervista con Nicola Pellicani

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La politica? Al minimo della popolarità. Quasi una parolaccia. Eppure a Mestre, ogni settembre, piazza Ferretto, la piazza-salotto della città, è gremita di pubblico. E così le piazzette vicine. Per una festival dedicato alla politica. Quest’anno è il sesto della serie. Cinque giornate fitte, un programma interessante, un appuntamento per il quale vale davvero la pena un viaggio a Mestre, e caso mai in un ritaglio di tempo fare una visita a Venezia.

Già, ma perché Mestre e non Venezia?

Mestre è stata un grande laboratorio politico e un territorio di conflitto.  Che, per citare Massimo Cacciari, è la quintessenza della democrazia. Mestre è una realtà dove ha dominato la cultura operaia e industriale e dove la democrazia è cresciuta. Una storia che deve essere rivendicata con orgoglio. Innanzitutto dai suoi abitanti, i mestrini, che vivono a volte la propria città con un senso di frustrazione, mentre essa è stata una grande città del ‘900. In primo luogo per queste ragioni, un Festival della Politica non poteva essere fatto che a Mestre. Anzi, direi forse che non c’è città più adatta a ospitare una simile iniziativa

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A parlare così è Nicola Pellicani, che anima e organizza il Festival della Politica, l’iniziativa principale tra le diverse che promuove la Fondazione Pellicani, intitolata a Gianni Pellicani, importante dirigente nazionale del Pci e poi del Pds e Ds, nonché figura rispettatissima nella città veneziana.

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Nicola Pellicani

Siamo alla sesta edizione…
Sì, e credo che già questa continuità in un quadro organizzativo e di risorse finanziarie sempre precario, sia di per sé un grande risultato. All’inizio siamo partiti con l’idea di organizzare tre o quattro iniziative spalmate su due giorni, non un festival vero e proprio. La nostra intenzione era di contribuire a rivitalizzare il centro urbano con una serie di eventi. Il nostro obiettivo è sempre stato di rigenerare un’area della città che appare sempre più spenta, e di farlo attraverso attività di carattere culturale. Di fronte abbiamo sempre avuto una doppia sfida, di natura culturale e sociale. Peraltro, come è noto, il centro di Mestre è sempre meno frequentato, per cui rivitalizzarlo rappresenta una necessità non più rinviabile.

È la riprova che la Fondazione Pellicani è fortemente radicata sul territorio mestrino. E Venezia? La Fondazione, va ricordato, è molto impegnata sul fronte della città metropolitana, un’idea di città vasta che riflette, tenendole ben insieme e ben colelgate tra loro,  le diverse realtà territoriali, città d’acqua e città di terra, innanzittutto.
Sì, siamo in una grande città, che è quella che viviamo quotidianamente e che va ben al di là dei confini comunali, nella quale ci siamo fortemente radicati nel corso degli anni. Fai bene a sottolineare che una delle attività permanenti della Fondazione è lo studio sulla città metropolitana. Se noi operiamo in particolare a Mestre è perché è il luogo dove noi viviamo e perché la Fondazione è dedicata a Gianni Pellicani che su questo territorio in particolare ha lasciato un’impronta significativa, e quindi riprendiamo anche un progetto al quale ha dedicato la sua attività.

Qual è il tema del Festival quest’anno?
 L’appuntamento di quest’anno non può che essere l’occasione per ragionare sui drammatici processi globali che stanno scuotendo il mondo in questi mesi. In particolare il tema della paura e dell’insicurezza che viviamo ormai quotidianamente. Per dirla con una parola forte, il rapporto tra politica e terrore. Come “si pensa” e come agisce la politica in questo nuovo disordine globale, quale è il suo ruolo e come si rimettono insieme i pezzi? Il tema non può essere che quello legato alla guerra, ai conflitti che ci sono e quelle, dio non voglia, che potrebbero esplodere (se la politica non torna al centro dei processi). Ed è un tema che ovviamente interpella l’Europa ,che si sta in qualche modo disgregando. Un tema che ha a che fare con la ricostruzione di un ordine in questo grande disordine globale.

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Festival della Politica in piazza Ferretto, 2015

Come s’articola dunque il Festival?
Com’è consuetudine, è articolato in una sezione principale il cui tema è quello prima menzionato, a cui partecipano alcuni tra i principali protagonisti della vita culturale italiana. Da Massimo Cacciari a Ernesto Galli della Loggia, da Ezio Mauro a Ilvo Diamanti, da Renzo Guolo a Angelo Panebianco, da Dacia Maraini a Brunello Cucinelli ad Antonio Noto. Dal nuovo direttore de L’Espresso Tommaso Cerno a Francesco De Gregori che verrà a presentare il suo ultimo libro, a Giacomo Marramao. Il Festival contempla una sezione principale e alcune, per dir così, speciali. Una di queste sezioni da qualche anno la dedichiamo a qualche ricorrenza illustre. In passato ne abbiamo dedicata una a Niccolò Machiavelli, e l’anno scorso a Pier Paolo Pasolini, di cui ricorrevano i quarant’anni della morte. Quest’anno è la volta di William Shakespeare, e sarà curata, come le precedenti, dal giornalista de la Repubblica Antonio Gnoli. Repubblica è da tempo media partner del Festival. Ma quest’anno c’è anche la novità, a noi molto gradita, che come media partner si sia aggiunta anche ytali.com, a cui va il mio ringraziamento.

Nella prossima edizione inauguriamo anche una sezione sempre legata al tema principale e che abbiamo chiamato “Ex Cathedra” in cui alcuni importanti filosofi terranno delle lectio magistralis Giacomo Marramao, Roberto Esposito, e Marcello Veneziani. Anche in questa sezione intervengono relatori di diversa formazione culturale, ma questa è proprio la caratteristica del Festival, essere plurale e aperto a tutti i punti di vista. (Tutte le informazioni sul Festival si possono trovare su http://www.festivalpolitica.it)

E il pubblico apprezza. Le scorse edizioni sono andate molto bene.
Sì, e non era scontato che il pubblico apprezzasse questo taglio. E invece si dimostra che quando tu affronti i temi della politica in modo approfondito e serio, l’interesse della gente c’è. Noi non vogliamo replicare il talk show in piazza Ferretto e per questo non invitiamo i politici e i rappresentanti dei partiti. Perché non vogliamo che il Festival si trasformi nell’ennesima occasione di polemica tra i partiti. Per questo basta accendere la tv. Il Festival vuole essere un momento di approfondimento dei temi di cultura politica, al di fuori di stereotipi e luoghi comuni. Una novità della prossima edizione è la sezione dedicata al rapporto tra politica e fumetti che ospita alcuni dei principali protagonisti. Da un lato e da un punto di vista filosofico, Giulio Giorello sarà un po’ l’animatore di questa sezione, dal momento che è pure un appassionato di fumetti. Ci saranno Milo Manara, Vittorio Giardino, Sergio Staino. Il fine è di capire che anche il fumetto è stato un veicolo d’informazione e di cultura sul tema della politica. Per raccontare e spiegare la politica attraverso i fumetti. Vittorio Giardino presenterà anche alcune tavole inedite. A tutto ciò si affiancano le iniziative diffuse nei quartieri, che hanno l’obiettivo di coinvolgere altre parti della città. Sta di fatto che il Festival della Politica ha ormai raggiunto un’importanza nazionale e ciò non era scontato in un momento in cui la politica sembra appassionare così poco le persone.

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Festival della Politica in piazza Ferretto, 2015

Quello dell’astensione dalle urne pare sia il primo partito.
Essì, è il primo indice del disinteresse per la politica. Eppure guardando alla partecipazione al nostro Festival, si direbbe l’esatto opposto… Lo scorso settembre, in cinque giornate, il festival ha coinvolto 83 relatori e registrato oltre trentamila presenze. C’è da dire però che questo interesse è anche parte di un più generale fenomeno che è il turismo da festival in Italia da qualche anno a questa parte – ce n’è un migliaio -, sebbene quello della Politica non abbia ancora la potenza di comunicazione di Pordenone Legge, del Festival dell’Economia di Trento, del Festival della Letteratura di Mantova o di quello della Filosofia di Modena. Che sono tutti festival più maturi che esistono da più tempo, e che soprattutto possono contare su un impianto organizzativo e su risorse molto più cospicue di quelle di cui noi disponiamo.

L’importanza nazionale ormai raggiunta dal Festival della Politica è percepita dalle realtà istituzionali e economiche del territorio?
L’importanza è stata percepita sempre più dal pubblico, che ora non è solo mestrino o della città metropolitana. Quest’anno proponiamo una cinquantina di eventi. Ci sono poi eventi che nascono in modo spontaneo e non necessariamente legati al tema principale, cosa di cui sono molto contento. Penso, solo per fare un esempio, alle iniziative sulle startup in programma all’Officina del Gusto. È un fatto molto positivo perché segnala un processo nel quale la città riflette su se stessa e sul suo posto in questo mondo, discute e ragiona su grandi temi, non necessariamente legati a quello principale del Festival. Ecco, questo è far politica. E la politica, attraverso l’attività della Fondazione, l’abbiamo sempre immaginata e fatta così.

Come sono i rapporti con la nuova amministrazione che guida il Comune?
Il Comune sta collaborando attivamente alla riuscita del Festival, ma questo è successo anche nelle scorse edizioni. Mi fa molto piacere che questa collaborazione continui ad esserci. Significa che è stato recepito il valore dell’iniziativa nell’interesse di tutti che le persone, che i cittadini riprendano un rapporto con la politica. È stato riconosciuto soprattutto il valore del format del Festival, fondato su un panel di relatori che sono tra i principali protagonisti della vita culturale italiana. Questa è la grande ricetta del Festival che ha dimostrato di funzionare e di essere unanimemente apprezzata. Quindi non c’entra nulla l’appartenenza politica bensì la voglia di capire e comprendere i grandi problemi che abbiamo di fronte. Le ultime due edizioni hanno registrato circa trentamila presenze e questo è un dato estremamente significativo. Se vai a vedere la partecipazione ai dibattiti che organizziamo verso sera, tu vedrai che piazza Ferretto è piena. Ci sono le foto che lo dimostrano. Quale iniziativa politica oggi è capace di riempire la piazza di Mestre? Per ritrovare una piazza così piena devo andare agli anni ’70, ai comizi di Enrico Berlinguer che faceva più presenze. Ma stiamo parlando di un’altra epoca. Io questo lo considero un successo enorme. In un momento d’insicurezza e paura, come parlavamo prima, io credo che questo sia il miglior antidoto. Non solo per riappropriarci di uno spazio pubblico, ma anche per ragionare su temi che viviamo quotidianamente. In una stagione poi in cui mancano i punti di riferimento, e i partiti hanno smesso di svolgere le funzioni che avevano un tempo, le persone hanno anche bisogno di avere qualcuno che le aiuti a ragionare sui grandi temi, non a polemizzare.

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Festival della Politica in piazza Ferretto, 2015

Il Festival, che è la vostra iniziativa di massimo richiamo, può far germogliare altre iniziative che abbiano una continuità e diventare così una sorta di “scuola” della politica? Se ne sente un grande bisogno oggi.
Sarebbe utilissimo, anche se questo del Festival è comunque un modo di fare formazione alla politica, è una scuola di politica. È certo che per arrivare a quello che dici ci sarebbe la necessità di disporre di una struttura e un contesto in grado di gestire un progetto del genere. Oggi attorno alla Fondazione ruotano dei ricercatori che sono interessati a sviluppare singoli progetti. Si formano gruppi di lavoro attorno a tematiche che proponiamo, ma non esiste una struttura permanente che possa garantire un progetto al quale tu alludi.

Più nello specifico, che attività svolge la Fondazione?
Il lavoro della Fondazione è articolato in tre ambiti di attività ormai consolidati: quello del Festival della Politica, quello della ricerca storica sulla vita politica e amministrativa della città e anche dell’industria e del lavoro. Un ambito in cui abbiamo dato vita a ricerche specifiche e soprattutto ad un Archivio della politica e dell’industria. Da qualche anno stiamo valorizzando i materiali attraverso itinerari educativi ai quali hanno partecipato 500 studenti delle scuole con dei percorsi all’interno dell’area industriale di Porto Marghera. Sapendo che i giovani di oggi non hanno mai visto la Marghera degli anni ’70 e la conoscono come un’area ormai chiusa e ridotta a un deserto. Poi abbiamo l’osservatorio permanente sulla città metropolitana che è rimasto l’unico luogo di riflessione sulla città contemporanea. Una volta c’era un certo fermento, c’erano le università che ora sono latitanti, c’era il Coses che ha chiuso, l’Istituto Gramsci non esiste da anni. Continuiamo noi, non solo con le occasioni di dibattito e di confronto, ma anche di ricerca sulle trasformazioni della società contemporanea. A seconda dei progetti di ricerca che sviluppiamo, attiviamo rapporti con le università, con vari centri di ricerca e con singoli ricercatori. È uno sforzo che facciamo volentieri, perché credo che questo sia il modo migliore di fare la politica da cittadini.

Da settembre torneranno prepotentemente in campo alcuni temi politici “cogenti”, come il referendum costituzionale. Voi scegliete di discutere invece di temi più generali. Rientra in una scelta cosciente lo scegliere argomenti che non sono immediatamente divisivi?
Su questi temi ciascuno di noi ha nello specifico ovviamente le proprie opinioni. Noi cerchiamo di offrire gli strumenti utili che possano consentire alle persone di formarsi una propria idea. La Fondazione nel 2017 compirà dieci anni di vita. Noi abbiamo dieci anni di attività sui temi che citavo prima. Queste cose contano, perché poi ti permettono di acquisire un prestigio verso l’esterno, perché poi uno ti riconosce il lavoro che hai fatto e come l’hai fatto. Se siamo sopravvissuti a varie stagioni politiche è perché abbiamo offerto dei contenuti robusti, e tutto si basa sempre su ricerca, su lavoro, su confronto aperto a tutti i punti di vista. E credo che questo sia il motivo per cui la Fondazione Pellicani è ormai riconosciuta da tutti. Molti pensavano che, come altre fondazioni, saremmo stati lì a celebrare ricorrenze. E invece noi, a parte il convegno organizzato allo IUAV in occasione dei dieci anni della morte di Gianni Pellicani che poi è stato anche quello un’occasione di parlare di un tema della politica, ci siamo ricavati uno spazio lavorando giorno per giorno sui temi. Anche sul festival che, intitolandosi alla politica, di per sé crea molte diffidenze, per come lo stiamo organizzando sta ottenendo riconoscimenti diversi.

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Festival della Politica in piazza Ferretto, 2015

Forse avresti dovuto organizzare un Festival dell’Antipolitica.
Appunto. Quando l’abbiamo pensato si chiamava “Voci fuori campo”. Poi quando è diventato il Festival della Politica, qualcuno ha pensato che fosse un festival comico… Solo per dire l’atteggiamento che c’era già alcuni anni fa e che progressivamente è aumentato. Di disamore, di disattenzione e di allontanamento dalla politica. E, vista la situazione che abbiamo sotto gli occhi, non è che i cittadini non abbiano buoni motivi per distaccarsene.

L’attuale sindaco, Luigi Brugnaro, ha detto che farà lui grande il Festival della Politica.
Questo è già un grande Festival e i nomi dei relatori e il programma di quest’anno sono li a confermarlo. Sono comunque molto contento che, al di là di chi governa la città, tutti riconoscano il valore di questa iniziativa. Per farlo ancora più grande bisogna fare quello che vado predicando assieme a Cacciari da anni. Ovvero che dopo che la città si è riconosciuta in questa rassegna, anche le istituzioni cittadine abbiano la capacità di riconoscerlo. Sono anni che sostengo che, come accade in tutti i festival più maturi, bisogna che si dia vita a un comitato promotore. Cioè che accanto alla Fondazione che è il soggetto ideatore, ci siano altri soggetti pubblici e privati a partire dal Comune, la Camera di Commercio, la Fondazione di Venezia. Tutti soggetti che  già partecipano da vari anni alla riuscita della manifestazione, ma c’è bisogno di un loro maggiore coinvolgimento, garantendo un budget all’altezza dei festival più maturi del nostro paese. Abbiamo bisogno di quello di cui possono disporre gli altri festival, a partire da un budget e una struttura adeguati.

Conversazione a cura di @GuidoMoltedo, direttore di ytali., uno dei media partner del Festival della Politica

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