Sulla menzogna (con l’aiuto di Goldoni)

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PATRICK GUINAND
Johnson e Farage hanno mentito. Con successo. La Brexit si è imposta. Bush e Colin Powell, per bombardare l’Iraq, hanno mentito. Con le conseguenze disastrose che si conoscono, ancora oggigiorno operanti. Blair ha seguito. Il che gli è valso, a seguito del recente rapporto Chilcot, reso pubblico a Londra lo scorso 6 luglio, il soprannome di “Bliar” – liar in inglese è il mentitore. Non il massimo, per passare alla Storia. [versione originale in francese]

L’eccellente rubrica online del quotidiano Le Monde, “i decodificatori”, smonta ogni discorso di Sarkozy, ex presidente e nuovamente aspirante-candidato alla presidenza della repubblica francese, le sue approssimazioni, i suoi giri di parole retorici e altre contro-verità. Non importa, l’aspirante candidato spinge sempre gli stessi tasti. Più la menzogna è pesante, più i sondaggi migliorano.

E Trump non sembra incarnare il personaggio ideale per salvare la confraternita. Business as usual o nuova era della menzogna? Si teme il peggio.

La consustanzialità della menzogna e della politica è provata, lo si sa da secoli. Machiavelli ne fa un’arte di governo. Quasi un’etica della governance. Che d’altra parte non ha ispirato che i principi italiani. E Collodi ne ha scoperto la forma nasale, evolutiva, che si attacca all’immagine di molti governanti. I pensatori italiani sono decisamente maestri in materia. E ci si può compiacere a pensare che il suo soggiorno a Roma fu di una certa incidenza su Sant’Agostino, quando si lanciò nella sua celebre meditazione sulla menzogna.

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Ma oggi, l’epoca sembra in effetti di nuovo sommersa da uno tsunami comportamentale che erige l’appropriazione indebita della verità in dogma universale. E fioriscono i populismi di ogni risma. È stato bello aver degustato Machiavelli e riso con Collodi, c’è del male ad abituarcisi.

E se non fosse sufficiente, ecco che la menzogna, passando dal materiale allo spirituale, fa espressamente la sua apparizione nel conflitto di civilizzazioni: una religione monoteista, incarnata dalle sue ideologie fondamentaliste e dai suoi elementi più estremisti, ha dichiarato che è giunto il tempo di conquistare il mondo.

E una delle regole strutturanti di questa religione, a fini di proselitismo e di conquista di terre e di spiriti, metodicamente riattivata, della quale i media parlano poco, o non osano parlare, è la menzogna.

È la famosa taqqiya o taqiyya, disseminata in numerose sure e molti hadith, che autorizza o raccomanda la dissimulazione, l’inganno, la menzogna, per sottomettere l’infedele, il non credente, o il credente giudicato apostata o eretico.

Dato che il fine giustifica i mezzi, ogni cosa è buona per infiltrare e abbattere la società dei “crociati”, per riprendere la loro terminologia. La menzogna è così virtù, per poco che questa religione guadagni la lotta finale. E il dio che l’ispira è gloriosamente descritto come il Mentitore supremo, il re della furbizia e dello stratagemma, il grande Makar.

Da semplici eredi dell’Illuminismo, si vorrebbe d’altra parte saperne di più sulla diffusione effettiva, confermata o meno, di questo principio “rivelato”, nella comunità musulmana non radicalizzata. Che gli esperti si esprimano!

Se non fosse per i massacri che ne derivano e che insanguinano la nostra attualità quotidiana, si potrebbe senza dubbio fare teatro di questa volontà di potenza: appoggiata sull’inganno, su questa detta strategia della menzogna, la materia ha tutti i componenti di una feconda drammaturgia.

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Come ha tentato a suo tempo di farlo per esempio Voltaire, con la sua tragedia “Il Fanatismo, o Maometto il Profeta”, denunciando il fanatismo islamico come aveva denunciato il fanatismo cattolico nel suo “Trattato sulla tolleranza”. Con un Maometto che ingannerà sfrontatamente il vecchio Zopire, lo sceicco della Mecca, per estendere il suo potere, dissetare il suo furore, e gioirne:

 La persecuzione fece sempre la mia grandezza…. Il tempo dell’Arabia è alla fine giunto… È necessario un nuovo Culto, sono necessarie nuove lame/è necessario un nuovo Dio per il cieco Universo.

Versi antichi. Un po’ pesantemente caricati. Ma questa retorica non ci è più lontana, così straniera, se si legge la prosa di Daesh… Disgraziatamente le nostre società sembrano oggi talmente infiltrate dalla minaccia fondamentalista, che sarebbe verosimilmente giudicato pericoloso per l’ordine pubblico mettere di nuovo in scena il “Maometto” di Voltaire. Sì, la menzogna corrode la democrazia.

Allora ci si dice, ci si potrebbe consolare con Goldoni. Uno dei più conseguenti entomologi della menzogna che l’Europa abbia prodotto. Per ridere d’oggi, come si è riso di ieri, sapendo, come lo si è chiamato il maestro nelle sue Memorie, che la commedia può avere virtù terapeutica: ridendo castigat mores. Perlomeno Goldoni non rischia l’interdizione, non ancora, e vi si può imparare tutti i meandri dell’inganno, della duplicità, della manipolazione del far sembrare.

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Alessandro Longhi, ritratto di Carlo Goldoni, olio su tela, XVIII sec, Casa Goldoni, Venezia

Altra epoca, altri costumi, certo. Ma al di là del semplice gioco di maschere o della dissimulazione inerente all’iconografia veneziana tradizionale, Goldoni, grazie al suo teatro della menzogna, non perde infatti mai d’attualità.

Saturi dei ciarlatani della politica, che promettono a ogni elezione un mondo cambiato, illuminato di tutti i possibili? Guardate il falso astronomo Ecclitico
Che propone la luna e i suoi miracoli a Buonafede ne “Il Mondo della Luna”, l’opera di Goldoni messa in musica da Haydn.

Stomacati dagli affaires Lux-Leaks o Panama- papers, che mostrano come la finanza internazionale abbia vissuto nella menzogna e nella dissimulazione su grande scala, fino al collasso del sistema?

Soffocati dalla δόξα ultra liberale, che regna da tre decenni, e che ha intossicato gli attori economici e politici fino all’overdose – anche il FMI comincia a rivedere le sue posizioni – e stracciato il contratto sociale stabilito dall’alta lotta?

Infettati dalle falsificazioni dei software di Volkswagen e altri vetturai a scala mondiale? Guardate Lelio, ne “Il Bugiardo”.

Lelio il mentitore affonda nella menzogna fino alla feccia, affastellando menzogne su menzogne, la seguente venendogli spontaneamente allo spirito per colmare gli effetti disastrosi della precedente, in una spirale senza fine, mettendo tutto il suo entourage nell’imbarazzo, la disperazione o la rabbia, non potendo evitare di aggiungere il peggio al peggio, fino alla catastrofe, al naufragio, che finirà per prendere lui stesso.

La sua monomania, quella della menzogna, non scevra di virtuosismo, funziona come una patologia, che non è senza ricordare i grandi personaggi stravaganti del secolo precedente, il Matamoro di “L’Illusione comica” cornéliana o l’Artabaze di Desmarets de St-Sorlin (il porta parola e il porta-penna di Richelieu, e a questo titolo membro fondatore dell’Académie Française) nei suoi “Visionari”. E Goldoni sezionerà il monomaniaco come un medico legale, spingendo la strada della menzogna fino alle sue estremità, fino a che l’edificio mostri le crepe, fino a quando il sorgere del reale nel mondo fittizio tenuto a braccio e delle contro verità o delle invenzioni di Lelio, aiutato è vero nella sua finzione dalla credulità infinita dei Pantalone e Balanzone, fino a che Lelio il mentitore, dunque, sarà definitivamente “smascherato”.

Ogni cosa sembra dirci che oggi i Lelio di tutti i tipi sono al potere o aspirano al potere, politico o economico, fino alla prossima bolla finanziaria, il prossimo crac di borsa, o la prossima coalizione con il primo partito estremo o populista arrivato, e che tutti noi siamo dei Pantalone o dei Balanzone. Meditiamo.

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Altra variante, quella della calunnia ne “La Bottega del Caffè”: non potendo trattenere la sua lingua, ripetendo all’infinito e subito quel che ha appena saputo, svelando tutti i segreti, e inventandone degli altri al bisogno, diffondendo a bizzeffe false notizie, e abbandonandosi a una sorta di “glossomania” quasi patologica, il perverso Don Marzio semina il caos nella società, ma finalmente, nolens volens, egli la purga di tutte le sue false sembianze e di tutti i suoi falsi valori. Il chiacchiericcio fa emergere la verità, la menzogna purga la menzogna. Un segno di speranza?
Don Marzio, o dell’utilità delle cattive lingue…. Un gioco pericoloso, comunque, a cui alcuni media purtroppo si affezionano. In attesa, val meglio senza dubbio far conto sugli “informatori”.

Più metaforico il contesto de “L’Impresario delle Smirne”: mettendo in scena il mondo del teatro, o nel caso in questione quello dell’opera italiana del suo tempo, Goldoni è allo stesso tempo sul piano dei costumi e della metafora. Il mondo del teatro mente, mente agli altri, mente a se stesso, vive di menzogna, gioca la menzogna, anche la sua funzione, e c’è necessità della figura del Turco, l’altro, il Persiano, lo straniero, per porre tutto questo piccolo mondo al cospetto della sua verità, o della sua impostura: mentire non garantisce la sopravvivenza. La menzogna in effetti non inganna il Turco, e il teatro, l’arte della menzogna, muore di menzogna. Come per autodistruzione. O almeno, dovrà rinunciare all’eldorado di Smirne. È quel che dice il teatro il teatro (di Goldoni) del teatro. Che di fatto non ne finisce di vivere o sopravvivere (compreso quello di Goldoni). Il teatro non può che mentire, Goldoni dice che il teatro muore di mentire, Goldoni ne fa teatro, e dunque egli mente. E prima la commedia, e la metafora!

A mentitore dunque, un mentitore e mezzo. A questo gioco, il Turco è il più forte. Il futuro ci dirà, nel nostro teatro politico d’oggi, se l’allegoria vale per i rapporti Unione Europea – Turchia, attualmente in difficili negoziati, è il meno che si possa dire. Ci ricorderemo allora di Goldoni.

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Tutt’altra cosa è l’arte dell’escamotage verbale ne “Il Servitore”: Truffaldino, lavoratore precario che prende tutti i lavori che si presentano, dunque perché no due padroni alla volta, è costretto durante tutta la pièce a destreggiarsi con la verità. Estenuante! Non patologico o monomaniaco come in Lelio, la menzogna praticata da Truffaldino aumenta dunque dalla necessità: la tecnica della menzogna, nel restare virtuosa nella sua improvvisazione, appare come una strategia di sopravvivenza per lavoratori super sfruttati. La servitù e lo stomaco vuoto creano l’arte della menzogna. Si solidarizza, e ci piace allora trovare nella menzogna qualche qualità. Come se la menzogna del basso, al contrario di quella dei potenti, avesse qualcosa di salvifico.

Così come ne “La Locandiera”: prendendo in contropiede la tradizione delle donne
 menzognere che popolano il teatro di secolo in secolo dove la menzogna è l’arma principale di seduzione utilizzata dal genere femminile, – Goldoni la sapeva lunga sulla questione, avendola lui stesso sperimentata su di sé difendendo tra le numerose supposte damigelle o attrici, tra le altre la furiosa Madame Passalacqua – Goldoni dunque ci mostra una donna determinata e premoderna, quasi una Merteuil avanti lettera, che utilizza la verità come un’arma di seduzione. E ben inteso, questa verità costantemente affermata, non contraddetta in quanto verità, si rivelerà in definitiva come “menzogna”: in materia di seduzione, la verità è un’arma, uno stratagemma, allo stesso titolo della menzogna. Le apparenze, quali esse siano, sono ingannatrici, e tutto è, in fine, menzogna. Goldoni precede Kant.

Per la menzogna privata, si potrà quindi apprendere molto da Goldoni, e trovare, se ci si da la pena, riso e consolazione. Per la menzogna teologica, guardiamo a Tartufo. Ma la menzogna di Stato? Ma la taqqiya? Secondo ogni evidenza, il teatro non sarà sufficiente.

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Patrick Guinand, photo Sepp Dreissinger

Traduzione di Claudio Madricardo

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