“Parigi, o cara!”. La Ville lumière dove il terrore è una storica costante (In memoria di Valeria Solesin)

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Valeria Solesin

MARIO GAZZERI
Parigi. La Ville lumière, città dell’amore immortalato nei  baci rubati dall’obiettivo di Doisneau, simbolo quasi onirico di un’aspirazione universale alla joie di vivre. Parigi. Gli itinerari che ognuno di noi ha percorso tante volte da Montparnasse al vicino quartiere latino, dalle Tuileries alla collina di Montmartre, ci parlano con la potenza evocativa dell’arte, e la suggestione della letteratura, dei bistrot dove Modigliani vendeva i suoi disegni per cinque franchi o dove Balzac “disegnava” il grande affresco della sua Comédie Humaine.

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Ma è proprio così? O l’amata Parigi (Parigi, o cara! canteranno, immortali, Alfredo e Violetta ) è almeno in parte anche la proiezione di un profondo desiderio dell’inconscio collettivo che rivendica il diritto di sognare? Sogni che l’incubo del terrorismo a Charlie Hebdo e al Bataclan ha cercato di far morire…

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Le Bataclan

A questo punto, allora, forse ci soccorre la storia che ci può offrire in filigrana una diversa lettura della Francia e della stessa capitale. Il terrore è stato in realtà una dimensione del male con cui i parigini hanno sempre convissuto e già da prima dei tempi della Rivoluzione, prima degli anni della Terreur instaurata da Saint Just e dai Robespierre (non c’era solo Maximilien ma anche il fratello Augustin, detto BonBon, che finì con lui sulla ghigliottina dopo che gli stessi sanculotti avevano abbandonato l’”incorruttibile” e sul quale lo storico Sergio Luzzatto ha scritto una breve, suggestiva biografia).

La storia di Parigi del diciannovesimo secolo fu poi un alternarsi di fremiti rivoluzionari, come una serie di scosse di assestamento di un terremoto postrivoluzionario. Furono i giorni della paura, dei moti del 1820, e della seconda e terza rivoluzione francese del ’30, del ’48. Il tempo delle rivoluzioni liberali e delle violente repressioni ad opera dei regimi conservatori. La mano dura dell’esercito francese contro i propri fratelli ebbe una terribile conferma nel ’48  con la sanguinosissima repressione ordinata dal generale e poi primo ministro Cavaignac.

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Fu il secolo delle continue lotte intestine che culminarono nel ’70 con una guerra civile circoscritta a Parigi e con il feroce annientamento della Comune, la fucilazione di migliaia di comunardi o di suoi presunti simpatizzanti e la successiva distruzione degli antichi borghi del centro ‘diffuso’ parigino per far posto ai grandi boulevard voluti da Haussmann in funzione anti-sommossa. La Francia in realtà è sempre stata un paese lacerato da ricorrenti divisioni, nonostante sia la patria delle libertà. O, forse, proprio per questo.

Anche in alcuni dettagli si può a volte disvelare un frammento di storia che illumina alcuni aspetti di un oscuro passato. La Place de la Concorde,  carrefour del turismo di massa, fu così chiamata perché impallidisse il ricordo delle teste tagliate, rotolate nelle ceste dei boia e da questi schiaffeggiate nel corso di tante, troppe, esecuzioni pubbliche diventate uno spettacolo per la plebe insorta e momentaneamente vittoriosa. Il bistrot, ad esempio, è un nome che da solo evoca momenti felici ma, in realtà è una parola russa (buistro equivale al nostro presto!).  Era l’ ordine che i soldati dello Zar di stanza a Parigi dopo la caduta di Napoleone, assieme a inglesi, prussiani e austriaci, impartivano agli osti francesi e, per esteso, a chiunque altro.

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Parigi occupata dallo straniero, dunque, da avversari spesso spinti da un desiderio di conquista che tuttavia celava un’invidia e un’ammirazione segrete. Molti storici hanno confermato come sia Bismarck che Hitler fossero segretamente “innamorati” della Francia. Ne fanno fede i documenti fotografici (che il generale De Gaulle ordinò di distruggere senza ovviamente riuscirci completamente) che mostrano il Führer incantato di fronte alla Torre Eiffel e dentro Notre Dame nel corso della sua veloce visita all’alba (come un ladro) nella capitale deserta. E a Parigi fu di nuovo terrore. Ma negli anni dell’occupazione tedesca, anche allora, furono gli stessi francesi ad aiutare il nemico. Si pensi solo all’operazione nota come la Rafle du Vélodrome d’Hiver quando la polizia francese (senza aiuti dell’occupante) rastrellò tremila francesi (ebrei) riunendoli nel velodromo d’inverno in attesa che i camerati germanici li trasferissero in Germania o in Polonia.

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L’editoriale di Émile Zola che denuncia irregolarità e illegalità nel processo contro Alfred Dreyfus

L’antisemitismo, dunque. Passati appena vent’anni dall’affaire Dreyfus (1894) in cui emerse il veleno che ancora una volta intossicava e divideva la Francia, i tedeschi arrivarono nuovamente alle porte di Parigi, fermati solo sulla Marna dai volontari che accorsero anche con i taxi a puntellare il fronte ormai traballante. E poi gli anni del Fronte popolare e la Francia divisa in due  dopo l’occupazione tedesca nel 1940 e ancora l’Indocina con la disfatta di Dien Bien Phu destinata a lacerare il Paese quanto l’Algeria, pochi anni dopo (1956). L’Algeria, con il conseguente “pronunciamento” dei quattro generali (Salan, Jouhaud, Zeller e Challe) rischiò di precipitare la Francia in una guerra civile. Ancora una volta il salvatore della Patria fu il generale De Gaulle che nuovamente nel ’68 fu costretto a trattare con i militari già coinvolti nel Putsch di Algeri per allontanare lo spettro di un’altra mortale dechirure.

Ora è il momento del terrorismo islamico e il mondo occidentale si è serrato a fianco di Parigi, faro della nostra civiltà. Parigi, o cara!

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Mario Gazzeri

Pubblicato il 22 Novembre 2015

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