Hillary 2016. John Podesta, il maratoneta che guida la corsa

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GUIDO MOLTEDO
Con la vittoria in Pennsylvania e in altri quattro stati, martedì scorso, Hillary ha i numeri per essere considerata dai media statunitensi the presumptive Democratic nominee: il candidato del Partito democratico in pectore alle presidenziali del prossimo novembre. Questo successo ha un regista: John [pubblicato il 28 aprile 2016]

Sessantasette anni – li ha compiuti l’8 gennaio -, fiero delle sue origini liguri, John Podesta – come ha scritto Tess VandenDolder, è “una sorta di leggenda nella Beltway”, il raccordo anulare che circonda la capitale federale, e dunque “la politica” per antonomasia. Ha sempre lavorato dietro le quinte, nel governo, nella politica e negli affari, ma di lui si parla sempre come di un protagonista di prima fila sulla scena washingtoniana, e si osserva con interesse ogni sua mossa, e la s’interpreta. Anche perché, seguendo le sue tracce, s’intuisce il percorso delle star del firmamento politico americano. Come Barack Obama. Come Bill e Hillary Clinton.

Così, quando lo scorso 28 luglio 2014 fu visto entrare nella sede del Messina Group, al 1501 di M Street, gli insider della capitale fecero un’equazione: se John partecipa a una riunione in quel palazzo, è chiaro che sarà lui a guidare la macchina politica e organizzativa della campagna presidenziale di Hillary Clinton.

Già, quel giorno, secondo quanto rivelò The Politico, si erano riuniti strateghi, consiglieri, politici della cerchia clintoniana negli uffici di Jim Messina, la mente della campagna elettorale di Obama nel 2012 e oggi a capo dell’omonima società di consulenza politica. Nella riunione si sarebbe discusso dei piani per la campagna clintoniana per le presidenziali del 2016.

Podesta è amico, confidente, consigliere di lunga data dei Clinton. Di Bill, fu chief of staff negli anni della presidenza. Con Hillary è sempre stato in quotidiano contatto, telefonate ogni giorno, più volte al giorno. Di John, i Clinton apprezzano il suo notevole, machiavellico, fiuto politico, la sua impareggiabile capacità decisionale e organizzativa e, non ultimo, il fatto che non è uno yes man, ma un interlocutore vero. Senza contare la sua incredibile rete di relazioni nel mondo politico e imprenditoriale, nelle lobby ma anche tra giornalisti e intellettuali.

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Sono i motivi, peraltro, per i quali Obama, in difficoltà nel secondo mandato, aveva chiesto a lui, pur essendo un superclintoniano, di dargli una mano a risalire la china e a rimettere ordine nella macchina organizzativa della Casa Bianca. Formalmente, John s’occupava nella Casa bianca dei temi legati all’energia e al cambiamento climatico, ma in realtà è stato un consigliere “at large”, ad ampio spettro, del presidente.

Secondo The Politico, che allora era sulle tracce di Podesta, la ragione principale della scelta di Podesta, da parte di Hillary, per guidare la sua campagna presidenziale, è nella sua capacità di parlare alla sinistra del Partito democratico, a quell’elettorato che le voltò le spalle nel 2008 preferendole Obama, perché (soprattutto per via dell’appoggio alla guerra di Bush in Iraq) era considerata un “falco”, una guerrafondaia. Quell’immagine ha continuato a pesarle, insieme a quella di essere “out of touch”, distante dai problemi reali della gente comune, anche per via della ricchezza accumulata con Bill, vera coppia d’affari. e diamine, non guida personalmente la macchina dal 1996, e l’ha tenuto pure nascosto, si è pure detto di lei.

Hillary, insomma, ha un problema grosso alla sua sinistra, e l’amico John può aiutarla in quella direzione, forte anche degli anni trascorsi alla guida del Center for American Progress (Cpa). La sua fondazione. Il suo pensatoio, un think tank noto per le sue ricerche nei temi sociali (le diseguaglianze innanzitutto) cari ai liberal. Al tempo stesso, Podesta ha ottimi rapporti con i big dell’imprenditoria americana, per alcuni dei quali fatto lavoro di lobby, con il fratello Tony (Podesta Group).

Ma la carta più importante di cui dispone Podesta, e che lo ha reso il candidato più quotato per gestire la macchina elettorale clintoniana, è la sua capacità, davvero unica, di essere amico di due nemici. Due nemici costretti a collaborare e, presto, probabilmente, a passarsi il testimone.

Nel 2008 Podesta guidò, per conto di Obama, la transition team, la squadra composta da uomini del presidente uscente, George Bush, e di quello entrante, nei mesi di transizione dall’elezione a novembre e l’insediamento il successivo gennaio. Lavoro delicato, da politico e tecnico consumato.

Una delle ragioni per le quali Hillary per tanto tempo non ha svelato i suoi piani era proprio quella dell’imperscrutabilità dell’atteggiamento di Obama nei confronti di una sua candidatura. Il presidente non faceva che sistematicamente glissare sul tema. Prodigo di complimenti per l’ex-rivale, per il suo lavoro come segretario di stato, non ha mai fatto riferimento a Hillary, per gran parte del secondo mandato, come sua possibile erede. In una sola occasione, l’aveva fatto, indirettamente e con parole non proprio incoraggianti. In una dichiarazione al New Yorker, nel luglio 2014, in riferimento sia alle ambizioni presidenziali di Joe Biden, il suo vice, sia a quelle di Hillary, aveva detto che i due sono troppo avanti con gli anni per affrontare un’altra campagna presidenziale. “Sia Joe, sia Hillary hanno conseguito davvero tanto nella loro vita. C’è da chiedersi se, in questa fase della loro vita, vogliano sobbarcarsi di nuovo quel percorso, abbastanza svilente, che è una corsa presidenziale”.

L’entrata in gioco di John Podesta ha significato, dunque, innanzitutto che da parte di Obama è scattata la luce verde per Hillary.

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A tal proposito, anche per capire la singolarità di questo personaggio, va ricordata la sua vera e propria fissazione per gli Ufo e l’impegno perché questa “realtà” sia svelata pienamente. Al momento di congedarsi da Obama si è rammaricato con un tweet “di non essere stato in grado di arrivare alla piena disvelamento degli X-Files”. E prendendo servizio per Hillary, ha detto, in un dibattito trasmesso dalla CNN, che la futura presidente – se sarà lei – farà di tutto per divulgare la verità sul fenomeno Ufo: “Il governo degli Usa potrebbe fare un lavoro migliore nel dare risposte alle domande quanto meno legittime che la gente si pone su quanto sta succedendo in merito ai fenomeni aerei non identificati”. “Credo che ci sia qualcuno là fuori”.

Scrivendo una stringata prefazione a un volume – appunto – su nientemeno che gli Ufo, John Podesta si definiva uno “scettico curioso”. “Un atteggiamento che l’ex chief of staff di Bill Clinton alla Casa Bianca non abbandona mai neanche nel suo appassionato manuale per progressisti, un enchiridion uscito in Italia per i tipi di Marsilio (L’America del progresso. Un secolo di sinistra americana da Roosevelt a Obama). Nella versione originale del libro, uscito nel 2008 in piena campagna elettorale per la Casa Bianca, Podesta si schermisce: un ‘viaggio personale’ il suo, piuttosto che una vera e propria autobiografia. Anche se il profumo del pesto della nonna Francesca o le lezioni di vita del papà tagliatore percorrono le pagine di questa storia di famiglia.”

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Così Filippo Sensi su Europa. Più che la recensione di un libro, il ritratto di un personaggio di cui si era parecchio discusso negli anni di Europa, specie nella cerchia del quotidiano che più seguiva la politica statunitense e s’appassionava all’intreccio politica-media nell’America contemporanea. Podesta, come lo vedevamo noi, e per i contatti avuti con lui, era un fine politico, con una straordinaria capacità di trovarsi in sintonia con le più recenti evoluzioni della comunicazione politica. Uno stratega. Con una visione e una vivace mobilità mentale. Oltre a essere persona squisita, simpatica, semplice e di compagnia, e nonché elegante rockettaro e ballerino. John corre e quando può cucina, grande cuoco, goloso di piatti italiani: “Se non corressi sarei un grassone”.

Scriveva ancora Sensi nella sua recensione: con la politica, dei democratici a stelle e strisce, “il giovane Podesta si riconosce a partire dalla marcia di Chicago – la città in cui John è cresciuto – di Martin Luther King nel 1966. E quella degli affetti, immigrati a cavallo tra l’Italia e la Grecia, sbarcati in America a cercare fortuna; ‘Il classico percorso multigenerazionale – scrive – iniziato scaricando banane da un vagone ferroviario e conclusosi con una laurea in legge incorniciata e appesa al muro’. Un impasto di lavoro duro, solidi principi (‘Quando ero piccolo … mia madre – di ritorno dal turno di notte – mi faceva sedere al tavolo della cucina e mi spiegava che, visto che avevo tanto, qualcosa lo dovevo restituire’), sogno e concretezza, come in ogni storia americana che si rispetti. Non solo con la minuscola, ma anche con la esse maiuscola.”

Il libro di Podesta, secondo Sensi, “è anche una ricognizione attraverso i protagonisti, le battaglie e l’eredità dei progressisti, termine che l’autore preferisce a liberal, per perimetrare la propria sensibilità politica. A dispetto del termine ‘sinistra’, utilizzato dall’editore italiano, ma mai evocato neanche per sbaglio dall’influente consigliere democratico, i fondamentali del fondatore del Center for American Progress – il più influente laboratorio di idee nell’America di Barack Obama – rimandano a un sano pragmatismo: ‘Cogli il cambiamento e fallo funzionare per il bene di tutti. Dai la possibilità alla gente di partecipare e di essere remunerata per il lavoro che fa, dalle una mano e vedrai che prospererà. Insegna alle persone la tolleranza e la compassione, e loro ti restituiranno più di quello che ricevono’”.

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John Podesta ha una solida cultura politica, forti principi, un’impareggiabile capacità di lavoro, e una altrettanto grande capacità di far lavorare bene gli altri, senza bisogno del bastone e della carota, gli basta la sua autorevolezza. Infatti, diversamente dalla fallimentare campagna del 2008, quella in corso è stata, secondo Jay Newton-Small di Time, “una campagna coerente di fronte a passi falsi e cadute” ed “è stato Podesta – in parte allenatore, in parte guardiano, giudice, direttore, raccoglitore di fondi, addetto alla cucina politica, stratega – il supervisore del tentativo di Clinton”. Podesta “ha la prima e l’ultima parola su ogni questione, è il contatto principale e spesso l’unico punto di contatto per i tanti esiliati dalla Hillary-land (Podesta ha inzeppato la squadra di professionisti di campagne elettorali, tenendo alla larga i fedelissimi di Clinton), è il boss di tutti e di nessuno, è al tempo stesso la mascotte e il saggio della squadra. Podesta, insomma, è l’uomo dietro le quinte della campagna di Hillary”.

E adesso è tutto proiettato verso la sfida finale. Per questo, scrive Time, si è rivolto già mesi fa a una veterana della squadra di Obama, Jennifer O’Malley Dillon, “per iniziare a mettere a punto una strategia operativa per le elezioni generali calibrandola in rapporto a diversi potenziali avversari”, scrive Jay Newton-Small.

Ma nello scorcio finale e decisivo della competizione, Hillary dovrà soprattutto lavorare su se stessa. Le resta ancora addosso l’immagine paradossale di persona dotata di esperienza e di forza che però, come rilevò lo stesso Podesta, prima che iniziasse la campagna del 2008, la fa sembrare Microsoft in un’epoca in cui la gente ammira e vuole Apple.

Podesta si è impegnato molto con Hillary per costruire un messaggio nel quale deve essere ben chiaro, agli elettori, che a lei interessa ogni singolo voto, e che le è interessata a guadagnarsi ogni singolo voto. Questa impressione, nell’elettorato, dovrà essere ancora più netta quando dovrà cercare di portare nel suo campo i voti che finora sono andati a Sanders, senza scorciatoie, non un’opera di conquista, ma di persuasione.

guido

@GuidoMoltedo   

[La prima parte di questo articolo cita ampiamente un mio articolo pubblicato da Europa]

TAD, LO STRATEGA DI BERNIE di Guido Moltedo
  
 Pubblicato il 28 aprile 2016

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