Nel Pd manca il Settebello anti-Renzi

escher_tagliate_9-vincolo-d_unioneRODOLFO RUOCCO
Matteo Renzi è sempre più solo. Le prime difficoltà cominciarono nel maggio dello scorso anno, quando le elezioni in sette regioni italiane non andarono bene. In particolare il presidente del Consiglio e segretario del Pd perse la Liguria, una regione storicamente “rossa”, in favore del centrodestra. Il Pd si divise. Una parte della sinistra ligure appoggiò un suo candidato e non quello dei democratici e fu il patatrac. Pesò soprattutto l’uscita di Sergio Cofferati dal Pd, in accesa polemica con Renzi assieme a diversi esponenti della sinistra del partito in Liguria.

Poi continuò l’emorragia a sinistra: Stefano Fassina e Pippo Civati con alcuni parlamentari del Pd, qualche mese dopo, dissero addio contestando “la deriva neocentrista” di Renzi, subalterna delle “proposte della destra”, liberista in economia e plebiscitaria nelle scelte istituzionali. Le liste dei dissidenti hanno ottenuto pochi voti nelle elezioni comunali di giugno, ma il Pd di Renzi è crollato davanti al M5S di Beppe Grillo, perdendo città chiave come Roma e Torino. Molti elettori di sinistra hanno voltato le spalle ai democratici, votando o per l’opposizione antagonista dei cinquestelle o, per la maggior parte, rifugiandosi nell’astensione.

Progressivamente Renzi ha perduto molti alleati e sostenitori all’interno del partito. Il dissenso di Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Roberto Speranza è esploso divenendo sempre più forte. Hanno chiesto “un cambio di rotta” escludendo per adesso una scissione. Anche esponenti della maggioranza renziana, come il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, in alcuni casi hanno preso le distanze.

È esplosa da mesi una lunghissima e dura lotta per la segreteria del Pd, una specie di congresso permanente. La battaglia è iniziata sottotraccia già l’anno scorso e terminerà solo alla fine del 2017, con il congresso. È un primato: durerà quasi tre anni la lotta delle minoranze del Pd per scalzare Matteo Renzi. Di fatto in pista ci sono ben 7 possibili candidati, un “Settebello” contro il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Al centro dello scontro ora c’è il referendum confermativo sulla riforma della Costituzione del governo.

Emergono tanti sondaggi diversi: vince il “sì”, il successo va al “no”, il “sì” è davanti di poco. Rilevazioni e analisi sul referendum costituzionale previsto a novembre si accavallano a un ritmo frenetico. L’incertezza è alta: sull’esito pesa la scelta degli elettori incerti. La lotta è aspra. Nemmeno agosto, il mese sacro delle ferie, permette una tregua tra Renzi, le opposizioni e le minoranze del Pd. La riduzione del ruolo politico e del numero dei senatori è la riforma fondamentale del “rottamatore” di Firenze, quella sulla quale si gioca “tutto”.

Escher-31La strada è tutta in salita per il presidente del Consiglio. Prima l’impresa sembrava abbastanza semplice, poi tutto si è complicato. La frenata della ripresa economica appena avviata, la persistente disoccupazione, le troppe tasse, la corruzione pubblica, il mare di immigrati dall’Africa e dal Medio Oriente, la paura del terrorismo islamico, la sconfitta nelle elezioni comunali di giugno hanno fatto calare i consensi verso Renzi. L’esito del referendum confermativo sulla legge costituzionale del governo, che mette fine al bicameralismo paritario, è appeso a un filo. Mentre due anni fa Renzi regnava incontrastato all’insegna dell’innovazione, della modernizzazione, della “rottamazione”, adesso si moltiplicano gli avversari all’interno e all’esterno del Pd

Al congresso del Pd manca oltre un anno, ma da tempo si parla di candidature alternative a Renzi. La discussione è accesa. Via via sono aumentati i candidati e ora si contano fino a sette possibili competitori. Il primo a uscire allo scoperto è stato Enrico Rossi. Il presidente della regione Toscana lo scorso febbraio ha annunciato l’intenzione di scendere in campo: «La mia sarà una candidatura alternativa a Renzi, ma con l’ambizione di superare la dinamica tra renziani e antirenziani. Per questo mi definisco convintamente rossiana».

Le minoranze del Pd sono agguerrite. Contestano praticamente tutto: “il doppio incarico” di Renzi (presidenza del Consiglio e segreteria del partito), “la deriva centrista”, la linea liberista in economia, l’allargamento della maggioranza di governo all’ex berlusconiano Denis Verdini, la riforma costituzionale e l’Italicum (la nuova legge elettorale maggioritaria per le politiche). Hanno chiesto una verifica di governo, di anticipare il congresso del 2017, “una svolta sociale” all’insegna dell’uguaglianza per recuperare l’identità di sinistra del Pd.

Nelle minoranze democratiche girano soprattutto due nomi per la segreteria: Roberto Speranza e Gianni Cuperlo. La prima scadenza con cui fare i conti è al referendum costituzionale: il dilemma è se votare “sì” (come sostiene Renzi) o “no” (come faranno le opposizioni e alcuni dissidenti del partito). Speranza, leader di una parte della sinistra del Pd, ex capogruppo alla Camera, ha condizionato il suo “sì” al referendum «a cambiare l’Italicum». Per il giovane bersaniano «è impensabile legare il destino del Pd a una sola persona» e «c’è un altro modo di essere Pd».

La teoria e la pratica dell’”uomo solo al comando” non funziona secondo Cuperlo: «Renzi scopri la modestia e l’umiltà». Ha avvertito: «Al prossimo congresso io non sosterrò un capo ma un ticket, composto da una candidatura solo per la guida del governo e una persona diversa per la guida del partito». L’ex presidente del partito è allarmato: «Senza una svolta condurrai la sinistra italiana a una sconfitta storica». Parole durissime contro il presidente del Consiglio sono arrivate dall’effervescente Michele Emiliano, presidente della regione Puglia. L’ex pubblico ministero, già sindaco di Bari, ha lanciato accuse acuminate come rasoiate: «Renzi aveva giurato di rottamare le lobby, invece vive e lotta insieme a loro».

Ma c’è perfino chi cerca un anti-Renzi al di fuori del Pd. Per qualcuno serve “un papa straniero”. Al primo posto c’è Bianca Berlinguer, ex direttrice del Tg3, figlia di Enrico, amato segretario del Pci. Cuperlo non ha escluso la sua candidatura alla segreteria del Pd per la carenza di uomini con una adeguata leadership nella sinistra del partito: lei è «una possibile alternativa» a Renzi. La giornalista, una icona per una parte importante della sinistra italiana, quando ha lasciato la direzione delle testata all’inizio di agosto ha lamentato «pressioni sgraziate e attacchi sguaiati da settori importanti delle classi politiche». Non ha citato il nome ma le critiche appaiono indirizzate proprio verso Renzi, vicino al direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto, che ha deciso gli avvicendamenti alla guida delle testate giornalistiche, compreso il Tg3.

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Ma su alcuni giornali sono usciti anche altri nomi di possibili “papi stranieri”. Per la segreteria del Pd si è parlato anche di Michele Santoro, giornalista e corrosivo conduttore televisivo, e di Roberto Saviano, celebre scrittore autore di libri di grande successo contro la camorra.

C’è chi fa di tutto per cercare di ricomporre i contrasti. Vasco Errani, già braccio destro di Bersani, si presenta con il volto del mediatore: occorre «svelenire il confronto». L’ex presidente della regione Emilia-Romagna, uscito immacolato da una lunga vicenda giudiziaria, ha sollecitato Renzi a «lavorare con le ragioni del ‘no’, affrontiamo il nodo Italicum»; quando «arriverà il congresso ci confronteremo… ma le comunali ci dicono che bisogna muoversi subito… Non siamo riusciti a intercettare la questione sociale».

Renzi ha criticato “la vecchia guardia” del partito, i cosiddetti “gufi” o “frenatori” delle riforme strutturali del governo. Ha lanciato ripetuti appelli all’unità ed ha bocciato sia la richiesta di anticipare il congresso sia quella di cancellare “il doppio incarico”: «Il congresso del Pd si fa ogni quattro anni, non quattro volte al giorno con polemiche sui giornali e nei talk show». Ha difeso le riforme del governo, in testa quella costituzionale, per modernizzare l’Italia e battere la recessione economica: «Sono riforme di sinistra». Ha fatto autocritica solo sulla “personalizzazione” della battaglia per il referendum, annunciando che parlerà di più dei contenuti. Vuole discutere con le minoranze ma prima viene la vittoria del “sì” al referendum, dopo le eventuali modifiche all’Italicum se ci sarà una maggioranza parlamentare adeguata.

Di fatto il primo atto del congresso del 2017 ci sarà a fine anno, quando si svolgerà il referendum costituzionale. Se vincerà il “sì” tutto bene, se la spunterà il “no” Renzi rischia di dire addio sia a Palazzo Chigi sia alla segreteria del Pd.

Il professor Massimo Cacciari, però, ha bocciato ogni ipotesi di “papa straniero” e di leadership basata su “un capo”. L’ex sindaco di Venezia, in una intervista a Repubblica, ha strigliato gli uomini delle minoranze del Pd perché «finora sono apparsi come quelli della conservazione, al massimo dell’emendamento». Ha proposto di elaborare un programma e di «cercare una squadra, e di farlo in fretta, come si faceva nei vecchi partiti di massa: mettere insieme un gruppo di persone competenti». Il sindaco-filosofo ha anche ipotizzato i nomi della squadra: Cuperlo, Rossi, Zingaretti, Civati. Ha indicato la rotta verso «un mix tra politica e società civile. Basta che taglino il cordone ombelicale con i D’Alema e i Bersani, altrimenti non vanno da nessuna parte».

Tuttavia è uno scontro tra debolezze differenti. Se Renzi è in affanno le minoranze del Pd, divise tra loro, non stanno meglio. Sono talmente in difficoltà che non è nemmeno emersa la figura di un antagonista credibile per la segreteria del Pd. Non hanno né una leadership riconosciuta né un programma convincente da proporre per modernizzare, sviluppare e rendere più giusta la società italiana. Le sinistre democratiche sono così frammentate che Cacciari è arrivato a proporre di lanciare “una squadra” da contrapporre a Renzi. Gli anti-Renzi per ora non hanno in mano un “Settebello” da giocare.

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Rodolfo Ruocco

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