PARLANDO DI BERNABEI E RAI FUOR DI RETORICA

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
Bernabei è stato opportunamente esaltato per avere impresso in un dato periodo storico e con i limiti e i pregi del suo tempo una spinta propulsiva che ha permesso alla Rai di divenire nel contempo un elemento direzionale della cultura italiana in piena ricostruzione ( complice anche l’influsso dei denari del ‘miracolo italiano’ e la neo scolarità di massa… Ndr) e un autorevole protagonista, anche internazionale, della famiglia dei media di massa in crescita esponenziale negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo.
Ora molto si potrebbe dire delle ascendenze culturali di questo impegno che affiancava il tentativo riformatore del primo Fanfani ,che aveva scelto di lasciare l’utopia dossettiana per controllare il partito che si faceva Stato nella Dc vincente di quegli anni, ma manteneva un che di remora culturale di apertura al sociale direttamente derivato da quella vicenda Dossettian-Lapiriana.
In sostanza, se Fanfani aveva capito che l’ascesa politica si guidava guidando il partito e dunque ripartendo dall’ abbandono politico di Dossetti,allo stesso modo manteneva fermo il ricordo di un impegno per la crescita sociale e culturale del Paese che affidava, in tempi di ‘potere totale’ ai suoi intellettuali, come appunto Bernabei.

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La Rai secondo Bernabei

Il loro anticomunismo era soprattutto una sfida, un confronto,una gara dura e tenace più che un rifiuto moralistico. Bernabei, come molti intellettuali di quella nidiata era convinto delle proprie idee e rispettoso di quelle dei suoi avversari. Li combatteva con l’arma della competizione culturale e poiché i comunisti e i socialisti attingevano a piene mani nel cinema e nella letteratura spostó il confronto su un altro medium di natura popolare: la televisione. Facendo il verso al Gramscianesimo nazional popolare.
Di quella Rai come sappiamo e come é stato ricordato sono figli tanti programmi e tanti sceneggiati ( ora diremmo fiction e narrazione) che erano rivolti ad accrescere la cultura popolare e garantire un’istruzione anche attraverso il mezzo di massa più innovativo dell’epoca, la TV, ma senza dimenticare il ruolo che continuava ( e continuerà ancora,anche oggi è il medium piùdiffuso….)della radio.

 

Ettore Bernabei

Bernabei e la Rai quando faceva cultura popolare

Ovviamente siamo e viviamo in un’epoca diversa,anche in un diverso millennio, e i media, come accade dalla storia dell’uomo eretto si sono moltiplicati e sovrapposti ( nessuno muore mai, e dall’oralità in poi si sovrappongono e si rinnovano moltiplicando le potenzialità) fino a costituire nella attuale globalizzazione, una rete che sembra talvolta contraddire l’idea stessa di sovrastruttura a cui venivano relegati, per sembrare la vita stessa, da cui dipendere o far dipendere le nostre scelte quotidiane e collettive ( gli streaming politici e sociali, i tweets dei leader del mondo, l’uso consapevole che perfino i terroristi ne fanno…).
Varrebbe la pena, dopo tanti elogi post-mortem di Bernabei, se di retorica non si é trattato,di rilanciare un dibattito un pochino più alto di quello del gossip sui nomi dei direttori per quanto riguarda la Rai o comunque il senso di un servizio pubblico radiotelevisivo moderno.
La nuova gestione, infatti, partita con i favori della stampa sembra di nuovo impantanarsi in uno sterile rimpiattino che non è più accettabile soprattutto in virtù della grande novità del canone Rai a mezzo bolletta che chiude un dibattito di decenni e che libera la Rai da lacci e lacciuoli della cattiva politica ( ce ne é stata anche di buona…..) che aggiogava la Rai al centesimo negato per far quadrare i conti nel passato.

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Alice ed Ellen Kessler

Ora tutti o quasi tutti pagano e la Rai ha i mezzi per programmarsi. Che si decida quale rete sará senza pubblicitá per garantire un servizio pubblico di qualità che non vuol dire fare cose del passato come il Dipartimento scuola educazione o la C-Span statunitense ma garantire spazi di inchiesta e di intrattenimento liberi dal mercato; confronto col territorio libero da condizionamenti localistici; programmi di sperimentazione che non devono sottoporsi necessariamente alla dittatura dell’auditel e dello share.
Che si decida una volta per tutte di unificare i servizi giornalistici per avere i mezzi per competere con le grandi catene giornalistiche presenti in Italia e internazionali ( gli uomini e le donne ci sono in abbondanza) e con canali che trasmettano in italiano e nelle lingue di traduzione in tutto il mondo come fanno già Bbc o France24, o i canali cinesi e russi.
Che si decida di utilizzare uno o due canali di quelli digitali o satellitari per promuovere nuovi autori ,nuovi sceneggiatori, nuove maestranze se così si può dire, di cui l’Italia è piena e lo dimostra ad ogni festival o premiazione internazionale premiando i migliori con la ‘trasmigrazione’ nei canali ufficiali Rai TV e radio.
Che si rilanci il ruolo della radio Rai che non è accettabile sia sottoposta al giogo delle strutture monopolistiche private che hanno stretto in un abbraccio mortale le radio libere e indipendenti nate circa quaranta anni fa.
Che si interfacci la struttura produttiva con un adeguata presenza su internet nella quale convergano le migliori esperienze di avanguardia informatica presenti in grande misura nel nostro Paese e che sul piano dell’innovazione non hanno nulla da invidiare ad altri Paesi avanzati garantendo ‘app’ e siti che siano all’avanguardia per utilizzo e possibilitá di interazione.
Che si rafforzi la struttura di archivio e soprattutto del suo uso tramite internet e le nuove piattaforme di streaming TV, contribuendo così a rafforzare il lavoro sulla memoria del nostro Paese di cui la Rai è certamente uno dei capisaldi ,come abbiamo visto nelle celebrazioni per i 150 anni e il centenario della prima guerra mondiale.

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Di tutte queste funzioni- che certamente rientrano nel senso di un servizio pubblico radiotelevisivo e che sarebbero piaciute anche a Bernabei si sente poco parlare.
Ed è un peccato,perché il momento è propizio. Ma certo bisogna avere la voglia di farlo e la cultura politica per prevedere da qui a cinque/dieci anni.
Non si vede molto in giro ma commemorare Bernabei e poi accontentarsi di replicare la principessa Sissi e subire la presenza di Netflix alzando le spalle, cavandosela con un tweet,non mi pare la strada giusta per una coerenza di prodotto culturale all’altezza dei tempi.

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Roberto Di Giovan Paolo

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