Morire in carcere. L'”epidemia” di cui non si parla

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Casa circondariale di Paola (https://emilioquintieri.wordpress.com/)

GIORGIO FRASCA POLARA
Oramai ha un nome, terribile: “morte di carcere”. Cioè i suicidi di detenuti, e i decessi in galera per malattie, precaria assistenza sanitaria, overdose. Il bilancio è impressionante. Dal Duemila a fine aprile 2016 si sono tolti la vita 901 (novecentouno) detenuti, quasi tutti per impiccagione; e altri 1.626 (milleseicentoventisei) sono morti per cause non volute. I dati sono contenuti in un’interrogazione al ministro della Giustizia dalla deputata Enza Bruno Bossio, un’iniziativa che ha preso le mosse dal suicidio, il 26 aprile scorso, di Maurilio Pio Morabito, 46 anni, rinchiuso nella casa circondariale di Paola (Cosenza), con problemi di tossicodipendenza.

Perché si è impiccato quest’uomo che, particolare non secondario, sarebbe tornato libero appena il 30 giugno? Morabito era in reparto di isolamento, e per giunta in una cella “liscia” (che nel gergo carcerario significa priva del normale arredo) senza essere sottoposto a sorveglianza a vista nonostante avesse manifestato più volte propositi di suicidio, compiuto vari atti autolesionistici, persino distrutto due celle, incendiandone i materassi. (C’è un’inchiesta della magistratura in corso per appurare eventuali responsabilità della direzione del carcere.)

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Enza Bruno Bossio visita la Casa Circondariale di Paola (Cosenza), aprile 2015(https://emilioquintieri.wordpress.com/)

Prima osservazione: la maggior parte dei suicidi che avvengono nelle carceri si verifica nei reparti di isolamento e, ancor più, proprio nelle “celle lisce” nonostante, secondo gli psicologi, proprio queste due caratteristiche siano “assolutamente controproducenti”. Intanto per l’assenza di qualsiasi socialità, e poi anche perché proprio il vuoto intorno a sé spinge il detenuto a escogitare le più crudeli pratiche autodistruttive: nel caso di Morabito una copertina ha fatto da cappio mortale.

Seconda osservazione: l’enormità del fenomeno-suicidi: Solo dall’inizio di quest’anno sono tredici i detenuti (compreso Morabito) che si sono tolti la vita nelle case circondariali di Paola, Genova-Marassi, Siracusa, Bologna, Reggio Emilia, Porto Azzurro, Verona, Velletri, Belluno (uno per ciascun carcere) e Napoli Poggioreale, dove i suicidi sono stati tre. Tutti per impiccamento, tranne uno, dei suicidi di Poggioreale, che si è avvelenato ingerendo tutti in una volta i medicinali che gli erano stati passati nelle settimane precedenti. In più, e sempre in questo primo semestre, altri ventuno detenuti sono morti di carcere per malanni, cure insufficienti, uso eccessivo delle droghe che in carcere arrivano e si consumano senza controlli.

Una terza osservazione riguarda la cadenza, d’impressionante regolarità, dei suicidi e delle morti, nel corso degli anni. Si son riferite le cifre complessive di un quindicennio, ma quel che lascia sgomenti (e che testimonia di una vergognosa e permanente condizione di vita nelle carceri italiane, a parte l’altro gravissimo dato del sovraffollamento) è l’andamento perfettamente stabile di anno in anno: con lievi variazioni, si registrano assai più di cento morti l’anno e, di questi, i suicidi sono sempre tra i cinquanta e i sessanta, con un picco nel 2009 di 177 decessi di cui 72 suicidi.

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Di fronte alla palese indifferenza dello Stato – che pure è per principio costituzionale responsabile della vita dei detenuti – per le condizioni delle carceri e della vita dei detenuti, su chi grava il carico di questi drammatici problemi? Va detto anzitutto che Giorgio Napolitano, nei suoi nove anni da presidente della Repubblica, inviò un solo, assolutamente unico, messaggio al Parlamento, e non a caso proprio sul dramma dei reclusori e dei detenuti. Messaggio tanto allarmato e appassionato quanto bellamente ignorato dalle Camere. Sicché questo carico civile (sempre in attesa che si realizzi quell’assai discusso piano nuove carceri cui pensano al ministero della Giustizia) grava ora solo sulle meritorie battaglie radicali, sulle iniziative del volontariato, sulle denunce parlamentari come quella di Enza Bruno Bossio.

A proposito di volontariato, e di che cosa può rappresentare per i reclusi, ecco una significativa testimonianza: viene da Genova, dove i volontari della Rete carcere del Centro di servizio per il volontariato (Cvs, una rete di centri estesa in tutto il Paese) hanno curato e tradotto in molte lingue una vera e propria “Guida per orientarsi alla vita in carcere e oltre”. La notizia è data dal Redattore sociale che spiega come l’opuscolo fornisca indicazioni utili già sui primi momenti dopo l’ingresso nel carcere (perquisizione, ritiro degli oggetti personali, immatricolazione), ma anche informazioni riguardanti il tema-chiave della salute, i riferimenti normativi sui diritti, i riferimenti ai servizi esterni al carcere a sostegno di chi conclude questa terribile esperienza. È una iniziativa per ora limitata a Genova e alla Liguria. Per chi voglia saperne di più consulti il sito http://www.celivo.it. Ma non basta purtroppo una guida (iniziativa comunque ammirevole) a impedire questa ininterrotta catena di suicidi e di morti “comuni”.

 

Pubblicato l’11 giugno 2016

 

FRASCA

Giorgio Frasca Polara

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