Thomas Bernhard e Venezia

PATRICK GUINAND
In questo anno 2016, Thomas Bernhard avrebbe compiuto 85 anni. L’Austria, che pure fu abbondantemente vilipesa nel corso della sua vita da Bernhard, moltiplica le celebrazioni commemorative. E in quest’occasione le Edizioni Suhrkamp hanno appena pubblicato il ventiduesimo e ultimo tomo delle Opere complete di Bernhard, pubblicazione iniziata nel 2003 con i commenti dei migliori specialisti, 10324 pagine in totale, e presentazione al Berliner Ensemble, dove regna Claus Peymann, il regista “storico” delle pièces di Bernhard, il 14 febbraio scorso, tra anniversario dello scrittore, nato il 9 febbraio 1931, e ricordo della sua scomparsa, il 12 febbraio 1989.

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Bernhard fu sempre attratto dal sud, l’Italia, il Portogallo, la Spagna, e già nella fase finale della sua malattia, passerà anche il mese di dicembre 1988, compreso il Capodanno, sei settimane prima della sua morte, a Torremolinos in Spagna. La recente biografia di Bernhard, la più completa a tutt’oggi, realizzata da Manfred Mittermayer, pubblicata alla fine del 2015, permette in filigrana di seguire Bernhard nella sua mobilità incessante, un aspetto certamente poco conosciuto dell’eremita di Ohlsdorf, là dove si nasconde il suo rifugio, questa fattoria fatta a sua immagine, non lontano da Gmunden, ai confini dello Salzkammergut.

E questa febbrile mobilità ha condotto Bernhard naturalmente a Venezia. Per lo meno per cinque volte, accompagnato da Hede Stavianicek, questa donna di 37 anni sua primogenita, la persona della sua vita, tanto da nominarla con emozione ne “Il Nipote di Wittgenstein”.
E giustamente ne “Il Nipote” scorre una evocazione breve di Venezia, che potremmo usare come filo rosso: “Una bella dormita al Gritti“.

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Questa bella dormita, la potrebbe lei definire come il sogno veneziano di Bernhard? Possibile. Bernhard, che durante la sua vita ha sempre voluto essere altrove, era un adepto dei grandi hotel. L’Hassler a Roma, il Timeo a Taormina, il Palácio de Seteais a Sintra in Portogallo, o il Grandhotel di Shiraz, per esempio. Dove si sentiva più a casa che a casa, diceva. Il lusso gli era necessario, non appena se ne scappava fuori dal suo antro di Alta Austria, per scrivere, come per proteggere la sua salute più che fragile.

Di certo c’è che egli fa dire al suo doppio narrativo in “Beton” (Cemento), ammalato come lui del morbo di boeck, che ha alla fine scelto Palma de Mallorca, al posto di Taormina, per scrivere il suo studio sempre respinto su Menselssohn Bartholdy, e il confort dell’Hôtel Meliá. Constatando, è vero, la povertà insulare circostante, egli si giustifica così: “Ma la malattia, penso, giustifica questo lusso… Al termine della vita gli scrupoli sono la cosa la più ridicola”.Lo stesso narratore di “Beton”, in tedesco il tipico Ich-Erzähler bernhardiano, aveva del resto fatto tappa a Venezia, dopo Amburgo e Londra, e prima di Torino e Firenze. E a Venezia, dove “stranamente”, dice di aver trovato “i documenti più interessanti su Mendelssohn Bartholdy“, aveva scelto per rifugio il Bauer-Grünwald. Dove si scopre che il doppio letterario di Bernhard, proprio come Bernhard, non è insensibile all’hôtellerie di alta classe…

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Gli archivi non ci dicono se Bernhard ha soggiornato all’Hotel Gritti. Ma l’eccentrico nipote del filosofo Ludwig Wittgenstein, il folle d’opera e cliente regolare dello Steinhof, l’ospedale psichiatrico di Vienna, Paul Wittgenstein, l’amico bizzarro di Bernhard, pronto a prendere per un colpo di testa un taxi per andare a rendere visita a una cugina a Parigi, aveva per ultimo desiderio, sentendo prossima la fine, di andare a fare “una bella dormita all’Hotel Gritti”. È Bernhard che lo dice, in questa confessione quasi autobiografia profondamente emozionale che è “Il Nipote di Wittgenstein”. Paul, il malato di nervi, che Bernhard, il malato di polmoni, ritrovava regolarmente allo Steinhof, su un banco tra il padiglione dei malati di nervi e il padiglione dei malati di polmoni: un fratello nel destino, dove la morte incombe. Con Venezia, e il Gritti in testa: “Alla fine della sua vita, Paul aveva il grande desiderio…di riuscire ancora a prendere un treno e andare a Venezia per farsi finalmente una bella dormita al Gritti…”

È senza dubbio ispirato dall’amico Paul, megalomaniaco dichiarato, che Bernhard, alla stessa epoca, aveva richiesto al suo editore Unseld, il padrone di Suhrkamp, in occasione di un invito a New York, di riservargli una stanza al Plaza, all’ultimo piano con vista su Central Park, per otto mesi. Per scriverci il suo prossimo romanzo – la voluminosa corrispondenza con Siegfried Unseld, lunga di 24 anni, ne dice d’altronde parecchio sull’”appassionato ospite d’albergo” che era Bernhard. Inutile dire che l’affare non si è concretizzato. Come del resto il viaggio di Paul Wittgenstein a Venezia, e la sua siesta pre mortuaria al Gritti.

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È in questa sequenza, oscillante tra il banco dello Steinhof e l’Opera di Vienna, che al Teatro Eliseo di Roma, durante la creazione scenica del “Nipote di Wittgenstein”, Umberto Orsini, oscillante lui stesso tra due incarnazioni, tra Bernhard e Paul Wittgenstein, si ritroverà in frac steso su un divano Biedermeier ispirato dal mobiliere scelto da Berhnard per la sua fattoria fortificata di Ohlsdorf in Alta Austria. E quest’immagine diventerà l’emblema dello spettacolo, proprio quando Orsini-Bernhard pronuncia questo sogno dell’amico Paul, il suo sogno di Venezia, il suo sogno di abbandono al Gritti, giusto per questa ultima bella dormita.

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Questo divano Biedermeier, verde scuro, dove Bernhard coltivava le sue abitudini, riunendo così all’Eliseo Ohlsdorf e il Gritti, per delle ragioni di certo incoscienti, mi aveva già affascinato durante il mio incontro con Bernhard, a casa sua a Ohlsdorf, nell’estate 1985, qualche giorno dopo la prima del “Theatermacher“ (Il teatrante) a Salisburgo, regia di Peymann. La poltrona “con le orecchie”, il famoso Ohrensessel, di certo, e il divano Biedermeier. Quando ancora Bernhard era considerato all’epoca come un eremita accigliato nella sua torre in campagna, come Montaigne, avaro di parole o insultando con la sua rabbia il mondo intero, avevo scoperto un gentleman farmer dall’eleganza raffinata, incatenante witz dopo witz, battuta di spirito dopo battuta di spirito, dove la virtuosità verbale del monologo aveva di uguale solo la virtuosità riconosciuta dalla prosa romanesca. Esattamente come l’ha descritta Aldo Giorgio Gargani nel suo luminoso saggio su “La frase infinita di Thomas Bernhard”, questa logica ripetitiva o ossessionale che va fino allo sfinimento del respiro, come se ogni frase fosse l’ultima, l’ultima prima della morte. Riso compreso. Due ore di risa, dunque, a Ohlsdorf, è una demolizione gioiosa del mondo intero. Indimenticabile.

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Retrospettivamente, pensavo a questo pranzo l’anno precedente con Minetti, e Franco Quadri, nel giardino della Locanda Cipriani a Torcello. Minetti, l’attore leggendario, l’attore bernhardiano per eccellenza, creatore di numerose pièces di Bernhard, anche la cui pièce eponima, ben evidentemente, che recitava “Der Schein trügt“ (L’apparenza inganna) alla Biennale, messa in scena pure da Peymann, maestoso ottuagenario, un poco lunare, un po’ perso nei giardini di Torcello, che confessava il suo attaccamento viscerale all’imprevedibile Bernhard, stette al suo posto al Gritti, come Bernhard a Torcello, nella voluttà dei giardini del Cipriani. Assaporante l’italianità come egli assaporava l‘ambientazione ispanizzante sulla terrazza del Nixe Palace a Palma de Mallorca.

A Ohlsdorf, tra due tirate assassine, dove gli attori tedeschi in particolare erano stati mortalmente denigrati, recitando “come se leggessero il giornale”, Minetti eccettuato, ben inteso, c’era stato un bel dire del “Wittgensteins Neffe”, apparso poco prima. Qualche mese dopo, decidevo di mettere in scena il “Nipote di Wittgenstein”. A Parigi, a Roma, poi a Vienna.

Il “Nipote”, dove è questione non solo del Gritti, lo stesso Bernhard ne dice molto, sempre tra due luoghi, e in particolare sul suo amore-odio per Vienna, l’atmosfera mefitica di Vienna, che conviene lasciare appena ci si arriva. Il narratore di “Beton”, l’altro Bernhard, vorrà dunque anche lasciare Vienna, questa città odiata, perversa, che “prende tutto e non da niente”, dove la stupidità disputa con l’infamia e l’ipocrisia, questa città che gli rivolta lo stomaco fino alla nausea, dove non ha mai potuto scrivere o finire di scrivere una qualsiasi cosa, e pensa un breve momento a Venezia. Ma all’idea di dover restare dei mesi “in quel mucchio di pietre certo sontuoso ma assolutamente perverso, e fosse pure nel posto più ideale, mi vennero i brividi. Venezia va bene solo per qualche giorno, come una vecchia signora elegante alla quale si fa visita ogni volta per l’ultima volta per qualche giorno, non di più”, dixit il narratore. Exit dunque Venezia, e dopo aver esitato su Taormina, si decide per Palma.

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Bernhard era consuetudinario di ciò che oggi si chiamerebbe il “city bashing”. Francoforte, Graz, Salisburgo, Augsburg, Regensburg, Würzburg, Lubecca, Brema, Bochum, Atene, e molte altre, hanno avuto diritto all’onore della demolizione bernhardiana sistematica. Roma, sembra, fu risparmiata, ed è stata anche scelta come rifugio da Franz-Josef Murau, il protagonista di “Auslöschung“ (Estinzione), per tentare di scappare ai fantasmi dell’Austria nazionalsocialista. Ma è sorprendente che la città de la bella dormita sognata da Paul Wittgenstein abbia anch’essa subito i fulmini dell’amico di Paul. Bisogna dire che Bernhard, nel suo bisogno di altrove, di cui testimonia tutta la sua opera, ha sempre oscilla tra l’odio di qui e l’odio dell’altrove, l’impossibilita’ di essere qui, di restare qui,e di essere altrove, di restare altrove. Ohlsdorf o Vienna, Vienna o Ohlsdorf. O tra le due. Tra il freddo penetrante dell’Alta-Austria e i calori del sud europeo, tra la perversità di Vienna e la perversità di Venezia.

In un poema di gioventù intitolato “Venedig”, egli si era già mostrato ambivalente, gettando in questa breve schizzo veneziano alcune impressioni fuggitive, tra la denigrazione e l’ammirazione. Gatti pigri, pesci marci, frutti estivi schiacciati, da una parte, Maria della Salute, Ca’ d’Oro, Colleoni, Palazzo Ducale, dall’altra. Per dirsi finalmente soggiogato dalle nuvole frastagliate, piene di furore, de “la tempesta” di Giorgione. Come se, in una sorta di premonizione, quasi metaforica, questo poema veneziano, non sciolto da clichés di gioventù, e dalla ingenuità del primo visitatore, contenesse infatti in germe tutt’a la tensione bernhardiana, tra poli contraddittori.

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Patrick Guinand ritratto da Sepp Dreissinger

Sepp Dreissinger, “il“ fotografo di Bernhard, l’unico che Bernhard accettava, apprezzava, è inesauribile sulla instabilità umorale di Bernhard, conservando nella memoria innumerevoli aneddoti, vissuti o recensiti presso i privilegiati che hanno avuto la fortuna di conoscere Bernhard, pubblicando in particolare un libro molto chiarificatore sulla realtà a molteplici sfaccettature del personaggio Bernhard: “Was reden die Leute – 58 Begegnungen mit Thomas Bernhard“ (Che dice la gente – 58 incontri con T.B.: non ancora tradotto in italiano).

Vi si ritrova la multipolarità di Bernhard, tra riso e collera, tra convivialita’ e porta chiusa, tra fraternità per Montaigne, Voltaire o Diderot, e odio del dilettantismo e dell’imperfezione, tra fanatismo della verità e ridicolizzazione dei premi letterari, tra ammirazione per la Sinfonia Rhénane di Schumann, diretta da Schuricht, e rabbia contro l’Austria di Waldheim. Qualche giorno fa a Vienna, Dreissinger mi diceva che Eugenio Bernardi, traduttore emerito di numerose opere di Bernhard in italiano, aveva all’inizio degli anni ’90 organizzato a Venezia una mostra delle sue celebri foto di Bernhard, verosimilmente all’Università di Ca’ Foscari. Dopo venti anni, l’iniziativa meriterebbe senza dubbio di essere riproposta.

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Allora Bernhard, refrattario o sensibile a Venezia? L’opera non dice nulla di più. Solo la corrispondenza con Hede Stavianicek, con la quale ha effettuato la maggior parte dei suoi viaggi, a Venezia compresa, potrebbe senza dubbio dare una risposta tangibile. Il primo soggiorno a Venezia data al 1956, ecco quindi sessanta anni. Ciò meriterebbe un richiamo. Il secondo del 1957, esattamente nel mese di aprile, dal 13 al 20 aprile. Il terzo del 1960, prima Napoli e la Sicilia. Il quarto del 1962, dopo Dubrovnik, Lovran, Trieste, e Grado. Il quinto del 1977, prima Trieste, Opatija, e Dubrovnik, ancora. Questa corrispondenza, certamente preziosa, e’ al momento inaccessibile.
Per saperne di più , bisognerebbe dunque soggiornare al Gritti? Ci pensiamo.

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Patrick Guinand

Vienna, Aprile 2016

Patrick Guinand ha messo in scena “Il Nipote di Wittgenstein“ al Teatro Eliseo di Roma nel 1992, con Umberto Orsini, con tournèe in numerose città, e riprese al Teatro delle Passioni-ERT di Modena nel 2001 (Premio Ubu 2001), al Teatro Franco Parenti di Milano nel 2002, al Teatro Biondi di Palermo nel 2004, e un’ultima riprese al Eliseo di Roma nel 2007 per la celebrazione dei cinquanta anni di teatro di Umberto Orsini (selezione nei Top Ten delle dieci migliori produzioni della stagione 2006-2007 in Italia per il Corriere della Sera).
Patrick Guinand è stato Vicepresidente della Internationale-Thomas-Bernhard-Gesellschaft (ITBG) a Vienna dal 2003 al 2007.

traduzione di Claudio Madricardo

Pubblicato il 12 aprile 2016

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