Unioni civili-L’amorevole ma abusivo aiuto della legge

ADRIANA VIGNERI
E’ un aspetto secondario della legge Cirinnà, ma non privo di una sua rilevanza: quali vincoli, eventualmente indesiderati, derivano alle coppie di fatto eterosessuali che hanno fin qui accuratamente evitato il matrimonio per essere padroni assoluti delle regole che intendono applicare alla propria libera convivenza ed eventualmente anche alla propria “non convivenza”? Potranno ancora essere “padroni assoluti”? Ora che la parte principale della legge Cirinnà inizia a essere applicata, qualcuno ha cominciato a rivolgere l’attenzione a questa seconda parte della legge.

Ricordate? Fino a pochissimo tempo fa le coppie omosessuali che chiedevano un qualche riconoscimento della loro unione (almeno questo) invocavano il fatto di non potere assistere il proprio partner in caso di malattia, di non avere diritto di essere informati dai medici sul suo stato di salute, di non poter più abitare nella casa di comune residenza se veniva a mancare il titolare del contratto, di non poter essere nominato tutore o curatore in caso di bisogno. Ora acquisiscono questi e altri diritti e facoltà, mediante un atto di volontà, la dichiarazione dell’unione. La domanda che ci si pone ora per le coppie eterosessuali è: quegli stessi diritti e facoltà e altri analoghi sono ora in capo ai partner eterosessuali senza un loro atto di volontà? E se si, quando e a quali condizioni esattamente?

 

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Banksy-Kissing coppers

A prima lettura pare che le nuove norme riguardino chi dichiara la propria comune residenza all’anagrafe (comma 37). Chi si sottopone quindi consapevolmente al regime delle nuove norme. Ma – a parte il caso di chi si è dichiarato all’anagrafe come convivente quando la legge Cirinnà proprio non esisteva – sorge subito il dubbio che la stabile convivenza si possa provare anche diversamente, dato che la convivenza è soltanto “accertata” dalla dichiarazione anagrafica. Quindi il guaio sarebbe che “esiste a prescindere” (A. De Nicola, La Repubblica, 23 luglio). link articolo repubblica

Il primo dubbio riguarda la stabile convivenza. La legge Cirinnà definisce le coppie che possono accedere al matrimonio e che scelgono di non farlo, “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale”, purché naturalmente non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. La definizione non parla di convivenza. Effettivamente non è raro il caso di coppie, cui si attaglia la definizione di cui sopra, che non convivono. Ma poi si dice che il modo per “accertare” la situazione di coppia (non l’unico, riteniamo) è la dichiarazione anagrafica, che è una dichiarazione di stabile convivenza. Non solo: l’aspetto forse più rilevante della disciplina relativa alle coppie eterosessuali è la possibilità di sottoscrivere un contratto, che viene chiamato un “contratto di convivenza”.

Allora basta non convivere nella stessa abitazione per essere del tutto al di fuori del regime legale? Ma anche per non poterne affatto usufruire? Conclusione che parrebbe confermata dal fatto che la definizione di coppie di fatto non menziona la convivenza, ma il titolo sì la menziona: “Ai fini delle disposizioni di cui ai commi da 37 a 67 si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite………”. Ammesso che questa conclusione sia fondata, soltanto persone benestanti possono permettersi il lusso di abitare in due case, ciascuno nella propria. Dall’altro lato, si può ben essere una coppia, e abitare in due case diverse per mille ragioni. Se i protagonisti di questi casi volessero utilizzare la legge, potrebbero sottoscrivere un contratto di convivenza, pur mantenendo le loro diverse residenze?

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René Magritte-Gli amanti

Resta poi la domanda fondamentale, che riguarda la maggior parte dei casi, quelli di convivenza di fatto tra coppie eterosessuali, che potrebbero contrarre matrimonio e hanno scelto di non farlo. Fermo il punto che la legge dà loro una possibilità, quella di sottoscrivere un contratto di convivenza, ma restano liberi di non sottoscriverlo, le altre facoltà e diritti (commi da 38 a 49 e comma 65, diritto agli alimenti) si applicano alle coppie conviventi indipendentemente dalla loro volontà?

Temo, per chi vorrebbe l’assoluta libertà, che la risposta sia SI. Ma, si badi, quei diritti e facoltà costituiscono, più che tutele nei confronti del proprio convivente, che anche sussistono, come il diritto agli alimenti, tutele nei confronti di terzi (nei rapporti con le strutture ospedaliere, il padrone di casa, gli IACP, i tribunali). E in ogni caso escludono assolutamente – possono stare tranquilli quelli che temono l’amorevole ma abusivo aiuto della legge – diritti successori (non essendo evidentemente tale la successione nel contratto di locazione), ferma restando la libera volontà testamentaria.
Invece per quanto riguarda i rapporti tra i conviventi, è pura illusione che il diritto non se ne occupi, già oggi.

I comportamenti umani possono generare e generano forme varie di responsabilità, indipendentemente dal matrimonio e indipendentemente dalla legge Cirinnà. Già oggi, ad esempio, in caso di famiglia di fatto, il comodato dell’abitazione senza previsione di termine non è perciò stesso risolubile ad nutum, ma si deve ritenere che le parti abbiano inteso dare vita a quella speciale figura del contratto in parola che dottrina e giurisprudenza da tempo identificano nel cd. comodato vita naturale durante. Mica poco.

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Banksy-Helmet love

Attenzione quindi ai rischi delle proprie convivenze. E anche se non si convive, meglio sottoscrivere una comune dichiarazione che il proprio legame di coppia non va inteso come “unione stabilmente costituita da legame affettivo di coppia e da reciproca assistenza morale e materiale”.

AdrianaVigneri....

Adriana Vigneri

Pubblicato il 25 luglio 2016

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