La teatralità di Venezia

PATRICK GUINAND
Può una città lanciare incantesimi? A Venezia, per un uomo di teatro, facile soccombere, la teatralità è onnipresente. Ma ci sono talvolta delle vie più sotterranee, dove sotto la teatralità si nascondono i giochi della memoria. Anche nella città-teatro lagunare. Al di là della seduzione visuale, l’intreccio del caso e della memoria avrebbe pure lui dunque potere di magia? Le vie della corteccia sono impenetrabili, si dice. Oscillano tra fabbrica di nostalgia e thriller impudico. [versione originale francese]

Per quanto si dica che la mitificazione di Venezia satura l’immaginario mondiale, e che la sua teatralità si esaurisce nella sovraesposizione d’immagini stereotipate, la città dei dogi sa ancora essere, oh quanto, la maga. Su alcune tracce veneziane, l’uomo di teatro che sono tenta dunque l’inchiesta.

Liegi, Belgio, primavera 1992. Metto in scena “Il Mondo della Luna”, di Haydn, su un libretto, come è noto, di Goldoni. Un fuoco d’artificio goldoniano, tra esuberanza comica e delirio immaginativo. Il veneziano Goldoni ha servito su un piatto all’austriaco Haydn un generoso libretto! E un regalo da mettere in scena oggi. Sicuramente l’apertura di una pista veneziana, avrei allora dovuto pensare. Il direttore d’orchestra di questo festino teatrale era allora il maestro italiano originario di Trento Maurizio Dini Ciacci.

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Venezia, fine febbraio 2016. Dall’alto della terrazza del Conservatorio Benedetto Marcello, accessibile, mi dicono, solo agli intimi della casa, dalla stretta porta, disimpegno e scala insospettabili, assaporo la splendida vista di tutta Venezia.

Con il professore di Direzione d’orchestra del Conservatorio, sotto le raffiche del vento della laguna, rifacciamo il mondo, lirico e politico. Ci lasciamo andare a sognare di presentare in un festival ininterrotto tutte le opere composte su un libretto di Goldoni. Sono legioni. Materiale inesauribile! Il professore non è altri che il maestro Dini Ciacci. Incontro programmato, certo. Ma prima connessione neuronale, tendenza operistica.

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Maurizio Dini Ciacci

Amatrice, primavera 1994. Con lo stesso Dini Ciacci e un amico veneziano, un certo Claudio Madricardo, sognatore di eventi culturali e uomo di comunicazione, nel miglior albergo della città, come si deve, davanti al piatto famoso di bucatini, ora di rinomanza mondiale, con guanciale e pecorino dei produttori locali, all’amatriciana dunque, garantito originale, non se ne può più, tra i mari Tirreno e Adriatico, in trio rifacciamo il mondo, lirico e politico. Già, allora. E sogniamo di inondare l’Italia con opere tascabili.

Venezia, fine febbraio 2016. Campo Santa Margherita. Ritrovo l’amico Claudio. I suoi sogni di ieri e di oggi, la sua conoscenza preziosa delle buone tavole di Venezia, e il suo entusiasmo per la nuova stampa on-line. Entusiasmo comunicativo, come si può vedere! Seconda connessione neuronale, dunque, pesante di tracce della memoria e gustative.

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Aix-en-Provence, Francia, estate 1979. Metto in scena al Festival International d’Art Lyrique l’opera “Porporino”, dal romanzo di Dominique Fernández sopra la scuola lirica napoletana per castrati. I principali consumatori di voci d’angeli di allora, gli Jommelli, Traetta, Hasse, Porpora, Pergolese, o gli altri Scarlatti, erano tutti qui per celebrare la festa dei toni impensabili. Il maestro creatore delle scene e dei costumi, opulenti, barocchissimi, è Pier Luigi Pizzi.

Roma, 1978. Sessioni di lavoro nell’atelier de Pizzi. Sono preso dall’ammirazione davanti alla sua collezione di vasi di Venini. Il virus ha preso. Da allora colleziono i Venini. Verona, qualche mese più tardi. Altre sessioni di lavoro. Pizzi mette in scena all’Opera di Verona “Orlando Furioso” di Vivaldi. Contemporaneamente una mostra a Verona fa la felicità degli adepti, sul tema dei corpi di San Sebastiano. Visita, con un imperativo categorico, mi suggerisce Pizzi.

Venezia, fine febbraio 2016. Da più di due decenni Pier Luigi Pizzi, e le sue sontuose produzioni a La Fenice, è veneziano. All’antica, si potrebbe dire, maestro esteta nel suo palazzo carico di storia. Nel palazzo attuale, a San Polo, che sognavo da tanto tempo infine di scoprire, dei Venini, moltiplicati all’infinito. E la sua stupefacente collezione di tavole di San Sebastiano, visto sotto tutti gli angoli del supplizio dai maestri del Seicento. Il piacere degli occhi è eccitante, almeno altrettanto perforante che il supplizio del santo. Terza connessione neuronale, profonda, nel segreto dello spazio privato.

Valréas, Francia, estate 1965. In questo festival provenzale, oso i miei primi passi d’attore, come seguace del Re del Marocco, ne “Il Mercante di Venezia”. Caso? Troppo giovane al momento ancora per dubitare che la Serenissima avrebbe lasciato traccia, o il destino.

Venezia, fine febbraio 2016. Passeggiando al Mercato del pesce di Rialto, tra tonno crudo e seppie a profusione, dove ti prende la voglia di comprare tutto, tanto le tue papille guizzano di piacere, la favola shakespeariana della libbra di carne mi ritorna in forza, quasi nel cervello rettile. Cinquanta anni dopo, quarta connessione neuronale, più carnivori.

Roma, gennaio 1996. Metto in scena al Teatro Eliseo la prima europea de “Callas Master Class”, la pièce di Terrence McNally che ha trionfato a Broadway. Con nel ruolo di protagonista Rossella Falk, la Divina, l’amica di Mastroianni, di Fellini, della Callas anche. La mattina del 30 gennaio, un attore arriva alla prova, l’aria grave. Annuncia l’incendio propagatosi nella notte de La Fenice. Silenzio. Lungo silenzio, lunghissimo. Forse dieci o quindici minuti. E pianti nel silenzio. Poi qualche parola, necessaria all’anima, ma inutile riguardo a un teatro andato in fumo. Durante una buona ora, impossibile provare, poi Rossella prende coraggio, e scivola nella Callas.

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Rossella Falk/Maria Callas

Venezia, fine febbraio 2016. Evidentemente a La Fenice. Il teatro è menzogna, non sarà Goldoni che mi potrà contraddire, un’arte del falso, ma anche un’arte della vita, mi dico. Un’arte che impara la vita. Rossella non c’è più. Ma il fuoco de La Fenice, il ricordo delle lacrime di Roma, la gioia insensata, impensabile, inesplicabile, nel rivedere La Fenice risuscitata, la vita è la, tutto semplicemente, visceralmente marcato, a portata di emozione. Quinta connessione neuronale, tra fuoco interiore e silenzio.

Montpellier, Francia, luglio 1989. Ho fatto “Roméo & Juliette“, la prima opera di Pascal Dusapin, un tempo star della nuova generazione dei compositori francesi. La fobia di Dusapin per i corpi e l’incarnazione era allora leggendaria. I cantanti non dovevano essere che delle bocche, delle macchine del suono, e se si deve mettere qualcosa in scena, allora solo le loro bocche, sosteneva allora. Un giorno di prova all’Opéra, Dusapin, accovacciato nel fondo della loggia reale, esplode: “non si scherza con la mia musica!”. Un grido terrificante, tra diktat e sofferenza incontenibile. Il protagonista, il baritono-basso Nicholas Isherwood, deve contenersi, mettere un bemolle al suo temperamento. Specialista del repertorio di musica contemporanea, familiare di Stockhausen, Xenakis, Kagel, Bussotti, Scelsi, e di molti altri maestri con i quali ha lavorato, Isherwood trova comunque il modo di innamorarsi della sua Juliette di scena.

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Nicholas Isherwood

Venezia, fine febbraio 2016. Lo stesso Nicholas Isherwood prova per il Teatro Malibran la creazione della nuova opera del compositore veneziano Giovanni Mancuso, prevista per fine marzo (*). Al Malibran, giusto al lato dell’Osteria Al Milion, che frequento. Ceniamo da lui alla Giudecca, baccalà, bucatini, tiramisù. Dopo un periodo di vita a Parigi, dopo Roma, annuncia il suo trasferimento a Venezia nel quartiere dell’Arsenale. Una pista da seguire, mi dico. Sesta connessione neuronale dunque, la polifonica.

E va così, connessione dopo connessione, neurone dopo neurone, a Venezia in questa fine di febbraio dell’anno 2016. Tra innocenza dello sguardo e dissezione dei suoi sensi nascosti, tra il Persiano di Montesquieu, viaggiatore che di tutto si stupisce, e Donna Leon per giardini segreti.

In teatro, io credo alla drammaturgia delle tracce. Quelle che si cercano per nutrire l’archeologia del pensiero, o provocare le possibilità dell’immaginario. Andare sull’Etna e cercare un sandalo di ferro sul bordo dei crateri, per approcciare Hölderlin, e la sua “Morte di Empedocle”. Andare a Napoli nella cappella del Principe Sansevero, per comprendere la voce bianca e potente dei Caffarelli, Farinelli, e consorti e le estasi dei pubblici di allora. Andare a Burano ubriacarmi dei colori murali, per un giorno ritrovare in scena, chissà, Galuppi. E naturalmente andare a Murano, per i Venini. E la nostalgia.

Venezia, dove lo sguardo ritorna, si può vivere come la memoria del mondo. Teatralità inclusa, riscoperta o saturata. O, se si preferisce, come il reame delle tracce. La ricerca di questo mese di febbraio sembrerebbe confermare questa ipotesi. I protagonisti, tutti ritrovati qui, anche. Forse non è un caso. Fare dunque sempre ritorno a Venezia, ideale, sembra, per l’intreccio neuronale, mi dico. Intreccio ancora frammentario oggi, ma promettente per domani, mi dico ancora. Da rinforzare assolutamente. Una stregoneria consentita.

(*) Giovanni Mancuso. “Il ritorno dei Chironomidi“.Teatro Malibran. Prima il 20 marzo.

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Patrick Guinand

In Italia, oltre a “Callas Master Class“ di Terrence McNally, con Rossella Falk, Patrick Guinand ha messo in scena a Roma negli anni ‘ 90 “Il Nipote di Wittgenstein“, di Thomas Bernhard, al Teatro Eliseo, con Umberto Orsini, con tournée in numerose città , e riprese a Modena, Milano, Palermo, (Premio Ubu 2002), e un’ultima ripresa a Roma nel 2007 per la celebrazione dei cinquanta anni di teatro di Umberto Orsini (selezione nei Top Ten delle dieci migliori produzioni della stagione 2006-2007 in Italia per il Corriere della Sera), oltre a “Il Misantropo“, di Molière, sempre con Orsini al Teatro Eliseo, e “Der einsame Weg“ di Schnitzler (Il camino solitario), ai VBB di Bozen/Bolzano, in tedesco.

traduzione di Claudio Madricardo

Pubblicato il 20 marzo 2016

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