Terrorismo, prosecuzione della politica con altri mezzi

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dalla controversa graphic novel di Frank Miller, Sacro Terrore, traduzione di Michele Foschini, Bao Publishing, 2012

FRANCESCO MOROSINI
Difficile negare che il terrore abbia una dimensione glocale in quanto, da un lato, i suoi obiettivi possono essere ovunque (quindi, non solo e, forse, neppure prioritariamente, nel Mondo Atlantico) mentre, dall’altro, interagisce localmente coi conflitti propri alle zone calde del pianeta: in particolare, per quanto riguarda la politica del terrore che si richiama ad una specifica visione dell’Islam, esso ha nel Medioriente uno dei punti strategicamente più rilevanti.

Per questo, nonché per la sua drammaticamente evidente efficacia sul terreno (da New York a Parigi e a Bruxelles), la sua sfida è parte rilevante dell’orizzonte polemologico dell’Occidente, la cui risposta, elaborata in primis Oltreatlantico specie dopo le Twin Towers, è quella di “guerra al terrorismo”. Solo che muoversi da “atti che producono terrore” al concetto di “terrorismo” il passo è lungo; soprattutto, potrebbe essere difficile ricorrervi come categoria multi comprensiva, ossia capace di dar conto di modelli d’azione reciprocamente lontanissimi: ad esempio, la cultura politica e la logica operativa di BR, FLN algerino e ISIS – le prime, pensando all’occidentale, orientate tra Sinistra rivoluzionaria e Movimento di liberazione nazionale e l’ultima verso la Destra religiosa tradizionalista – sono agli opposti. Al massimo, in comune c’è l’effetto shock prodotto.

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Frank Miller, Sacro Terrore

Insomma, il concetto di “terrorismo”, se da esso si vuol dedurre il “chi è” che attacca, serve poco o niente; pertanto, meglio ridurre le sue pretese esplicative riconducendolo (in che in nulla equivale a banalizzarlo, tutt’altro) ad una specifica modalità di azione militare: azioni di piccoli gruppi, a basso impiego di capitali per finanziarlo, tese a colpire infrastrutture civili per massimizzarne l’impatto. In questo senso, come ricorda l’analista Dottori (Limes, 11, 2015) il terrorismo non è altro sia dalla violenza gratuita che dalla criminalità organizzata; piuttosto, è una forma di marketing politico/militare sia per fare consenso che, soprattutto, per provare a condizionare opinioni pubbliche e governi.

Per questo, ciò a cui bisogna guardare è la ratio politica che guida, a partire dalla loro costellazione valoriale, i suoi utilizzatori. D’altronde, già dal 2002 su Foreign Affairs l’analista Grenville Byford sosteneva l’assurdità della pretesa di concepire il terrorismo basandosi esclusivamente sulle sue tattiche operative militari. Ciò che conta, difatti, è capirne le motivazioni; ed evitare, pertanto, di vedere negli attentati l’incarnazione del Male della Storia (vera immagine speculare della Guerra santa dell’Islam militare), ma leggerli per quello che sono: una sfida politica concreta. La ragione è che quello che conta è la determinazione del soggetto terrorista e del significato strategico delle sue mosse. È facile identificare terrorismo con violenza senza senso; ed è anche consolatorio pensare di combattere il Male invece di un nemico concreto, soprattutto perché l’Occidente fatica ad ammettere di avere nemici (se non come follia criminale). Ma è un errore che lo rende indifeso, tant’è che ha dovuto aspettare le bombe in molte sue città per accorgersi della sfida che già dentro covava.

Il rischio maggiore è la mancanza di capacità di analisi ideologica, economica, sociale ed internazionale della guerra glocale: difatti, il nemico che si è incapaci di capire è il più pericoloso. In più, il concetto di terrorismo, se letto ideologicamente, cioè al di là delle modalità d’azione militare, porta troppo ad un’analisi criminologica degli eventi: cioè moralistica e demonizzante e, dunque, inutile di dar conto del “chi è” che porta la guerra del terrore fin nel centro dell’Occidente. In altri termini, senza separare, nell’individuare il fenomeno terrorismo, tra tattica militare e soggetti ed obiettivi dell’azione, si resta ciechi; e perciò indifesi. In più, per le democrazie c’è un altro rischio, peraltro bene individuato molti anni orsono (1962) dal politologo Giorgio Galli: che, nel vuoto politico, gli apparati di sicurezza elaborino, come è logico, una loro visione del fenomeno; ma a sua volta, per “delusione politica”, antagonista della stessa democrazia. In definitiva, è opportuno che il Nord del mondo concepisca il terrorismo, le sue alleanze, il suo sistema economico di supporto logistico, come una delle possibili forme dell’emergere di élite che, vedendo nella religione il tramite della propria identità e mobilitazione (il che non vuol dire ridurre la regione stessa solo a questo), si preparano a contendergli il potere.

Più che di “male della storia”, allora, è meglio parlare di conflitto geoeconomico e geopolitico capace, però, di bypassare le frontiere. Qui, molto più dell’ideologica guerra al terrorismo, è la laica Realpolitik la vera risorsa strategica, militare e soprattutto diplomatica, dell’Occidente per reggere un confronto la cui posta è il suo permanere tra i protagonisti del mondo. Anche perché, ad Oriente, altri sfidanti si preparano.

Pubblicato il 15 Aprile 2016

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Francesco Morosini

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