Ciò che il burkini può fare e forse riesce a fare

cigliamanti.magritteCARLO SANTUCCI
L’ostilità nei confronti dei musulmani – quale che sia il grado di omologazione al nostro stile di vita e di integrazione (sociale, economica e valoriale) con la nostra società – si fa sempre meno silenziosa e sempre più esplicita e aggressiva. E si integra – moltiplicando la propria carica di violenza – con quella manifestata con sempre minori remore, imbarazzi e sensi di colpa nei confronti delle migliaia di migranti che punteggiano ogni nostra quotidianità. Di qualunque etnia, religione, provenienza.

a – tesi

Per quanto riguarda i musulmani: la colpa razionalmente loro imputata è quella di restare spettatori immobili (forse anche impauriti: ma comunque silenziosi e quindi implicitamente conniventi) nei confronti di assassini loro “affini” che fanno esplodere, dilaniandosi, le nostre vite e la nostra quotidianità: e con esse il nostro modello di vita, la nostra serenità, il nostro diritto a pensare al futuro… Restringendo così il tempo a un sempre più ansiogeno “qui e ora” in cui sentirsi costretti a una costante, impaurita vigilanza nei confronti di una minaccia radicale subdola, invisibile e per questo ubiqua, perenne e dunque assoluta.

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In questa situazione nessuna rivendicazione identitaria da parte dei musulmani che presupponga l’accettazione da parte degli “altri” – degli occidentali – dei loro “codici” religiosi, morali e sociali può essere realisticamente accolta e rispettata. Almeno finché con l’attaccamento e la rigorosa difesa dei propri “segni”, valori, riti e codici comportamentali i musulmani esprimono la loro strenua volontà di affermare una alterità a cui non intendono rinunciare: e che per noi occidentali non è facile accettare e rispettare poiché presuppone – ci sembra – la subordinazione di ogni soggettività ai principi etico-valoriali e ai modelli sociali e comportamentali della comunità e della cultura musulmane. In sostanza: un fortissimo depotenziamento, se non annullamento, della propria individualità. Una pretesa, questa, difficilmente tollerabile nei nostri Paesi, nel momento che vìola il caposaldo della civiltà occidentale: quello della libertà (e della collegata responsabilità) individuale, al di là di ogni connotazione di genere, “razza”, nazione e religione.

Sul piano profondo, sostanziale, la linea di faglia che separa l’occidente e l’Islam, anche quello meno radicale, è infatti riconducibile alla contrapposizione – per ora apparentemente priva di reali spazi dialettici – tra il il primato (occidentale) della singolarità e della soggettività e quello (musulmano) della comunità; e, quindi, tra il diritto del singolo individuo a elaborare liberamente un proprio sistema di valori, credenze, comportamenti e scelte (con il solo vincolo di non confliggere con/ negare i diritti degli altri); e il dovere – fondante nelle comunità musulmane – di rispettare, obbedire a quanto la comunità stessa ha assunto come “giusto”. Il conflitto è dunque, essenzialmente, tra l’uomo auto-nomo(s) occidentale e quello etero-nomo(s) musulmano.

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Questa anti-nomica idea del “giusto” ripropone sul piano dei comportamenti sociali il diverso – e inconciliabile – rapporto che le due società (occidentale e musulmana) hanno con il “vero”: in continua ridefinizione, per gli occidentali, sotto la costitutiva e benefica spinta del dubbio, che rappresenta sul piano pragmatico quanto il relativismo incarna su quello filosofico; e immutabilmente dato, statuito, al contrario, per i musulmani, che nella loro convinta e rigorosa adesione alle norme e ai precetti islamici esprimono la loro piena, a-critica accettazione del rigoroso dogmatismo dell’Islam. Che, ci sembra, li porta ad accettare – sia pure solo con il silenzio – ogni eccesso, ogni violenza perpetrata in suo nome.

Di fatto, queste due visioni dell’Uomo e del mondo si escludono reciprocamente: possono “convivere” solo se non insistono sugli stessi spazi, sulle stesse quotidianità, sulla stessa realtà. Sullo stesso tempo e sugli stessi luoghi. Perché la vicinanza crea attrito: e sicuramente disagio. Anche perché l’impostazione musulmana ripropone agli occidentali modelli di vita, valori e comportamenti da cui noi abitanti dell’ovest non siamo (stati) affatto immuni nella storia, ma da cui ci siamo solo faticosamente (e non ancora completamente) affrancati in un lungo e tortuoso percorso di razionalizzazione della realtà, di laicizzazione della società e di liberazione della soggettività.

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Anche per questo ci è difficile “accogliere” e rispettare convintamente la cultura islamica, almeno quando si manifesta in mezzo a noi: l’Islam ci ripropone i minacciosi e inquietanti fantasmi di un nostro passato, che peraltro non sempre e non per tutti è definitivamente tramontato. l’Islam inquieta (anche) perché incarna il rimosso dell’occidente.

Ed il luogo dove più profondo è il contrasto e più incandescente il conflitto è senza dubbio il corpo della donna: la cui insopprimibile – e insostituibile – potenza biologica l’Islam cerca ancora di sopire e controllare, mentre in occidente la donna è finalmente riuscita ad ottenere, almeno sul piano dei principi e comunque non senza enormi fatiche e con profondissime e sempre attive resistenze (vedi la radicatissima e ancora diffusa misoginia della Chiesa cattolica) , uno statuto di assoluta equivalenza con il maschio sul piano dei diritti, dei doveri, della “proprietà” del proprio corpo e della libertà di manifestarsi e di realizzarsi. Uno statuto di “persona” che prescinde definitivamente dal genere.

 

Per tutte queste ragioni accogliere i musulmani non comporta l’automatica, effettiva accettazione di modelli e valori islamici, che restano conflittuali con i nostri principi etici e politici: l’inclusione non è realizzabile ipotizzando la compresenza in una stessa realtà sociale di due sistemi etici e normativi più che differenti: inconciliabili. Vivere in occidente, e fruire delle opportunità economiche e sociali che ne conseguono, comporta il “prezzo” di doversi uniformare alle sue regole, ai suoi modelli e ai suoi principali valori.

b – antitesi

Ma questa condizione difficilmente può essere realmente, convintamente e pacificamente accettata dai musulmani.

Poiché loro, come tutti gli individui che appartengono a una qualche comunità costretta a sradicarsi bruscamente e violentemente dal proprio territorio e dalla propria storia, affidano comprensibilmente alla difesa del proprio sistema di valori e di comportamenti il compito di impedire la frantumazione del Sé a cui va quasi inevitabilmente incontro chi – provenendo da altri mondi, culture – debba improvvisamente confrontarsi in una posizione di assoluta dipendenza e debolezza con altre “regole del gioco”: specie se (come per i musulmani) queste siano patentemente conflittuali con quelle su cui si è costruita la propria idea dell’Uomo, del mondo e della vita. E su cui si sono per secoli basate le relazioni tra gli individui, le regole della comunità e il ruolo di ciascuno all’interno della società.

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Si comprende quindi la difficoltà di molti dei migranti a rinunciare ai loro coerenti e strutturanti sistemi di valori. Anche perché questa istintiva, naturale difesa della continuità e della integrità del Sé (del proprio sistema identitario di valori, regole e precetti), che ogni società “migrante” ha riprodotto in ogni fase della storia e in ogni Paese del mondo, funge da scudo nei confronti delle quotidiane, diffuse, volgari e spesso violente manifestazioni di disprezzo dei “locali” verso tutti i migranti, specie se di etnie non europee (l’arrivo di centinaia di migliaia di arabi e africani ha favorito l’omologazione agli “occidentali” dei polacchi e degli albanesi, inizialmente gratificati di analoghi sprezzanti vissuti).

c – sintesi

Che spazi ci sono, allora, per una qualche forma di integrazione?

Sulla carta molto pochi. Anche perché il moltiplicarsi degli attentati terroristici nel cuore delle nostre più semplici quotidianità, accompagnato dall’ancora saltuario, incerto e sommesso “distinguo” dei musulmani che vivono accanto a noi, favorisce la semplificante equazione musulmano = terrorista (almeno in potenza)..

E, dall’altra parte, è poco ragionevole chiedere ai musulmani una sorta di umiliante e mortificante abiura nei confronti della loro storia, cultura, religione: della loro stessa identità.
Come venirsi allora incontro?

A – da parte musulmana:

• facendosi realmente, visibilmente e attivamente parte diligente nel combattere il terrorismo islamico, dimostrando nei fatti di considerarlo realmente un proprio problema, un proprio avversario etico, politico e religioso:
o affermando con forza, immediatezza e continuità, e comunque prima e più di noi occidentali, e ovunque si manifesti, l’inaccettabilità assoluta di ogni forma di terrorismo islamico
o prendendo inequivoche e pubbliche posizioni contro i suoi ispiratori politici e religiosi
o denunciando per primi chiunque all’interno della loro comunità si faccia fautore o portavoce delle tesi e delle finalità terroristiche: anche organizzando una propria intelligence che infiltri le cellule terroristiche residenti nel nostri Paesi e che quindi collabori (pur senza dipenderne) con le nostre intelligence

• avviando nel contempo con tutte o con la più parte delle diverse comunità musulmane presenti in occidente una riflessione che consenta all’Islam di sopravvivere a/convivere con la modernità: che lo aiuti cioè a ricongiungersi con la storia, individuando i percorsi per un riavvicinamento dei principi islamici ai nostri principi e valori. Interrogandosi e riflettendo non già sui principi (immutabili e astorici) dell’Islam, ma (solo) sulle loro – storiche e quindi mutevoli – modalità di applicazione

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B – da parte occidentale:

• evitando – ed è invece proprio ciò che sta avvenendo in molti luoghi d’Europa sull’emblematico tema del burkini – di imporre ope legis i propri valori e comportamenti anche a chi liberamente – e senza con ciò intaccare in alcun modo né la propria integrità fisica né la libertà o il benessere degli altri – faccia scelte difformi da quelle proposte dalla nostra cultura. Il nostro sistema di valori non si concilia infatti con l’idea che la volontà di un terzo (si tratti pure della Legge) mi impedisca di disporre liberamente e consapevolmente del mio corpo e della mia persona: ancorché si tratti di scelte potenzialmente o effettivamente nocive, resta scolpito nella nostra storia e identità occidentale il mio diritto assoluto ad autodeterminare le mie scelte. Anche se palesemente conflittuali con l’idea dominante e condivisa di buono e di bene. Abbiamo dolorosamente imparato a nostre spese, in questi anni, che la libertà non può essere imposta: e che ogni ‘conato’ in questa direzione è manifestazione proprio di quel dogmatismo che pretendiamo di voler sradicare dal mondo

• lasciando al contrario che sia proprio l’esperienza della libera determinazione di sé a forzare e rompere i rigidi e (per noi) vincolanti confini posti dalla cultura musulmana alla persona: operando in quegli spazi intermedi – il terreno del compromesso e della contaminazione graduale – in cui poter realizzare nuove forme di incontro tra principi e possibilità, tra regole e libertà.

Che è esattamente ciò che il burkini può fare e forse riesce a fare.

carlo s

Carlo Santucci

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