In bilico tra Venezia e altrove. Conversando con il poeta Domenico Brancale

CLAUDIO MADRICARDO
Domenico Brancale** è un poeta originario di Sant’Arcangelo, roccaforte longobarda e in seguito lungo dominio bizantino. In Basilicata. Un lucano. O preferiremmo dire un basilisco, utilizzando l’ormai desueto nome con cui anticamente venivano indicati gli abitanti di quella (finis?) terra.

Domenico Brancale

Domenico Brancale

Un termine che, riferito al personaggio Brancale, pare coprire un campo semantico più ampio e dai contorni necessariamente più “misteriosi”. Maggiormente suscettibile di definirne la complessità. D’animo e di linguaggio. E al contempo utile a evocare, nel repertorio di antichi bestiari e leggende greche ed europee, quella creatura mitologica nota anche come il “re dei serpenti”. Che sa uccidere o pietrificare, con un solo sguardo diretto negli occhi. Come capace di pietrificare la coscienza di chi lo ascolta, pare essere il dono del soffio poetico di Brancale. Richiamandola perentoriamente a un viaggio profondo, nelle profondità dell’inconoscibile.

Abbiamo voluto incontrare Brancale a Venezia, una delle città in cui risiede, in un caffè nei pressi di Campo San Fantin. Giusto a un passo dal Teatro La Fenice, dove sorge la Galleria d’arte Bordas, aperta dal nipote di Ferdinand Mourlot, lo stampatore di Matisse, Picasso, Braque e tanti altri. E dove Brancale ha scoperto il suo omphalon lagunare. Davanti a un calice di vino bianco e a un portacenere che lentamente, nel corso del tempo trascorso assieme, è andato riempiendosi di mozziconi, quasi una clessidra che segnasse il tempo, con meticolosa regolarità.

Domenico, tu sei nato in Basilicata, che comunque è stata la terra del tuo esordio poetico. Mi racconti la tua vita di allora e quale forza ti ha spinto alla poesia? Quali esperienze porti con te? Che cosa consideri assolutamente formativo nella miriade di cose che la vita ti ha proposto agli inizi?
Ho vissuto fino a diciott’anni nella casa dei miei genitori. Dal balcone riuscivo a scorgere il camposanto del paese. Tra quel luogo e me c’erano l’argilla, le agavi e gli eucalipto. Questo paesaggio mi ha profondamente segnato e continua a dettare la mia scrittura. Forse, in un certo senso, la morte è stata la cosa più presente nella mia infanzia. L’ho vissuta fin dal primo momento, alla nascita, in ogni angolo, in ogni volto, nei sogni, e poi nei racconti di mia nonna intorno al focolare. Non c’è stato giorno in cui non abbia sentito parlare di morte. Ciò nonostante la vita era meravigliosa, cosicché anche la morte appare come una nuvola che viene a oscurare i giorni ma destinata a passare, ed evocarla non è altro che un modo per esorcizzarla. L’argilla, le agavi, gli eucalipto, l’orizzonte, le controre, è con loro che non smetto di dialogare. Loro sono stati i miei primi libri. Ho sfogliato il libro della natura per tutto quel tempo senza quasi rendermene conto.

E quindi l’inizio poetico.
Si comincia presto a scrivere poesie. Si comincia senza scrivere. La poesia in realtà è in quel primo respiro, in ogni prima parola pronunciata, nel gesto che a nostra insaputa può tutto. Credo che tutti siamo poeti da bambini. Ma questo ben presto ci viene tolto. Da chi? Direi dalla ragione del tempo. Io ho cominciato a scrivere verso i 19 anni. Non so quale sia stato il motivo preciso che mi abbia spinto a farlo. Sicuramente scrivere, agli inizi, è stato un modo per avvicinarmi all’altro. Ma col tempo in me l’ansia di comunicare è svanita. La parola ha perso il suo valore di strumento, diventando il luogo dove il respiro può realizzarsi. Il massimo è quando la parola e la vita coincidono, accade rarissime volte e, quando accade, la poesia si realizza creando una nuova scala di valori. Ma credo profondamente che il vero segreto del poeta sta nello scarto tra la vita e la parola. Tutta la sua forza di creare è nella rivolta, nella disobbedienza al quotidiano.

Ti propongo un gioco, anche se so che non ami le classificazioni. Ma se per un istante tu accettassi di giocare, come ti collocheresti nel panorama della poesia italiana contemporanea? E perché spesso hai scritto nel tuo dialetto?
Tra Parmenide ed Eraclito. A parte gli scherzi… Non mi colloco affatto. Non ho mai amato le categorie. Per questo ci sono gli addetti, gli operatori culturali. Invece, sento una certa vicinanza con alcuni poeti, una vicinanza umana e profonda che non si risolve solo e soltanto nel linguaggio, ma in uno stato d’animo preciso. Attraverso la scrittura il tempo si dilata. Le soglie si assottigliano. Le date si confondono. Si ha come l’impressione che il passato debba ancora accadere e il futuro sia scritto in ogni istante del presente. In questo presente più lingue convivono in noi. Per quanto mi riguarda quella madre corrisponde al dialetto di Sant’Arcangelo, che continua a dare voce al paesaggio di cui ti parlavo poc’anzi. Nei primi libri (“Cani e porci”, il libro d’artista “Canti affilati”, e “L’ossario del sole”) la presenza del dialetto è importantissima. Esistono cose di cui posso scrivere solo in dialetto, uno strumento grazie al quale ritrovo una precisione che non potrei avere con l’italiano. Pensavo a proposito, e perdona la mia divagazione, al macellaio: per tagliare la carne utilizza differenti coltelli. Il taglio è fondamentale. Il dialetto è una lama di voce che conservo nel cuore.

Tu hai curato un libro di Cristina Campo. Hai tradotto John Giorno e tanti altri. Parlami un po’ di questa tua attività di traduttore. Delle esperienze vissute con coloro che hai tradotto.
Il libro su Cristina Campo è stato una cometa sul mio cammino. Non immaginavo, né avevo intenzione di lavorare a un libro su uno scrittore. All’epoca, l’editore Ripostes, Alessandro Tesauro, curava una collana “In immagini e parole”. Volendo dedicare un libro a Cristina Campo, mi chiese di cercare la sua tomba nella Certosa di Bologna e scattare delle foto. Un pomeriggio prima di andarci, ero passato a trovare Gianni Scalia, il quale venuto a sapere della mia missione, mi mise in contatto con Giovanna Fozzer e Margherita Pieracci Harwell, una delle amiche più intime di Cristina Campo, la famosa Mita de Le lettere… La sera stessa Tesauro mi propose di curare quel libro. Per quanto riguarda la traduzione, cosa dire… Non mi sento affatto un traduttore di professione. Tradurre è cercare la propria lingua attraverso un’altra lingua. In effetti non ho mai fatto differenze tra scrivere versi e l’atto del tradurre. In entrambi i casi sono sempre partito da certe risonanze. Da un sentire che è prima di tutto voce, ritmo, canto, in una sola parola musica. In alcuni casi ho tradotto scritti di amici, questo il caso del poeta e performer John Giorno. L’ho conosciuto circa diciotto anni fa a Firenze alla City Lights, succursale della City Lights di Ferlinghetti a San Francisco. Scoprimmo di condividere le stesse origini. I suoi antenati sono della Basilicata. Abbiamo fatto una decina di viaggi insieme. Entrambi cercavamo l’origine del sangue. Gli devo molto. Spero quella traduzione possa in parte essere segno della mia stima ma soprattutto di amicizia.

Veniamo a Bologna e soprattutto a Venezia, le due città dove hai scelto di vivere.
Vivo contemporaneamente in queste due città da molti anni. Quando lasciai Salerno e Napoli avevo bisogno di profumi e rumori nuovi, come direbbe Rimbaud. La mia scelta ricadde su Bologna, sia per la sua storia sia per la posizione geografica. Dopo alcuni anni, grazie allo scrittore e collezionista Castor Seibel ho conosciuto a Venezia il pittore Hervé Bordas con il quale ho pubblicato due libri d’artista (“Canti affilati” e Frantoi di luce”). Bordas più di venti anni fa ha lasciato Parigi per trasferirsi a Venezia e aprire una galleria di grafica del ‘900, dove ormai collaboro da più di dieci anni. E grazie al mio amico editore di libri d’arte Clemens-Tobias Lange (un altro innamorato di Venezia) ho trovato una dimora.

Come vedi, era destino che arrivassi a vivere in questa citta, ben presto diventata il mio luogo d’elezione. A Venezia qualunque esilio è sopportabile. Qui ho l’impressione che la bellezza in qualche maniera ti risarcisca di certe mancanze. Ogni settimana arrivo e parto da questa città. Qui più che altrove non riesco a dire addio. Qui ho scoperto che l’acqua alta è infinita, e finalmente più umana di quanto si possa immaginare. Qui, come scriveva Brodskij, si può versare una lacrima in diverse occasioni. Ma qui la bellezza è costretta anche a coesistere con una decadenza culturale sempre più dilagante. Venezia è una delle città più ambigue in questo senso. Comunque sia, col passare del tempo ho capito che non potrei mai vivere definitivamente a Venezia. C’è qualcosa che mi lega e mi allontana allo stesso tempo da questo luogo. Qualcosa affidato a ragioni imperscrutabili.

Domenico, c’è un tuo libro di poesie, con uno sguardo a ritroso, che in questo momento ti rappresenta di più e senti più vicino?
Quello che devo ancora scrivere. Il libro a venire. Il libro che non riuscirò mai a scrivere. E al quale tutti i miei libri cercano di rassomigliare. Noi siamo, in fin dei conti, la somma di tutte le parole che abbiamo pronunciato.

Vorrei che mi parlassi delle tue esperienze di video art. Come si rapportano alla tua attività di poeta? Viviamo in un mondo dominato dalle immagini che scorrono alla velocità della luce e forse lasciano in noi poca traccia. Sbaglio se colgo in questa tua attività lo sforzo di prolungare il tuo verso, la tua ricerca sul suono e la parola scritta? Dando all’immagine, passami il termine, dignità letteraria? Esiste quindi ancora la poesia come nei secoli abbiamo appreso a conoscerla, o essa ha sempre più bisogno di contaminarsi con altre forme per far raggiungere il suo messaggio?
Declamare, leggere o recitare poesie è vivere ancora, è espropriare i libri, è dare voce al silenzio dei corpi che ascoltano. Non c’è poesia che abbia scritto senza averla fatta prima risuonare nell’aria. A un certo punto le letture in libreria non mi accontentavano più. Sentivo il bisogno di creare uno spazio per la voce che andasse oltre la parola. Di mettere in gioco una seconda volta la voce. Creando piani diversi, attuando resistenze. Da qui la collaborazione con il regista Jacopo Mario Gandolfi e i video: “Se bastasse l’oblio” e “Nei miei polmoni c’è l’attesa”. La contaminazione con altre arti e il confronto oggi sono più che mai necessari. A volte può essere stimolante, altre volte il contrario. Ma permette di provare la tenuta fisica della propria opera. La poesia non ha limiti.

Vorrei ora chiederti un grande sforzo, me ne rendo conto, che sia un regalo per i lettori di ytali. A tua scelta, dettami alcuni versi che hai scritto e che al contempo consideri profondamente rivelatori del tuo universo. Quelle parole che potresti portare con te, magari rinunciando a tante altre. Credi sia possibile o ti sto chiedendo un sacrificio impossibile e inumano?
“Non sarò mai al sicuro /dentro la parola”. L’epigrafe che apre “L’ossario del sole”. Nessuna parola potrà veramente difenderci dalla vita. Questa frase mi ricorda che scrivere non potrà mai riscattare totalmente il passato, attenuare la sofferenza o il dolore, se non concedermi un po’ di sollievo. Scrivere è accettare questo fallimento. Fallimento necessario e indispensabile. Una sorta di resistenza all’oblio è quella che instauriamo nelle parole, una lotta contro la ruota dentata del tempo. Ma, soprattutto, il bisogno di ritrovare dignità almeno nelle parole. Scrivere deve testimoniare tutto ciò.

So che stai lavorando a una nuova raccolta, e una domanda su questo progetto futuro mi pare necessaria.
Il mio prossimo libro si chiamerà “Per diverse ragioni”*. Un libro che sento come svolta del respiro nella mia parola. Non so ancora quando uscirà e con chi. Ma il libro c’è. Un libro è sempre in cerca della carta, delle mani, di chi non smette di amare.

Ci guardiamo per un lungo istante in silenzio, dopo queste sue ultime parole. Mentre il fumo dell’ultima cicca, ancora accesa, sale azzurrino da un posacenere sazio e ricolmo. E il raggio del sole si fa sempre più obliquo, e dorato. Alla fine, alzandomi per andarmene e stringendogli la mano, mi torna in mente un suo verso. Doloroso, da tanto è nudo e lapidario: “abbiamo ancora bisogno di candele”.

*Un’anteprima del libro si può leggere sul sito della rivista “Il primo amore”

**Domenico Brancale (Sant’Arcangelo, 1976), poeta. Ha scritto: Cani e porci (Ripostes, 2001), L’ossario del sole (Passigli, 2007), Controre (Effigie, 2013) e incerti umani (Passigli, 2013). Ha curato il libro Cristina Campo In immagini e parole e tradotto Cioran, J. Giorno, Michaux, C. Royet-Journoud, G. Scelsi. Collabora con le riviste Anterem, Rifrazioni e Versodove. Il suo lavoro sulla voce e sullo spazio ha prodotto numerose performance, tra le quali: Nessun sole sorge senza l’uomo (Monte Calvario, 2007); Questa deposizione rischiara la tua assenza (Gasparelli Arte Contemporanea/Teatro Sì, 2009); Nei miei polmoni c’è l’attesa (Galleria Michela Rizzo, 2013), incerti umani (Galleria de Foscherari, 2013), Se bastasse l’oblio (MAC di Lissone, 2014).

Pubblicato il 7 Ottobre 2015

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