L’affare del burkini

ADRIANA VIGNERI
Il burkini non è semplicemente una moda: è un consistente affare commerciale e insieme una variante “liberatrice” rispetto al burka, inteso genericamente come abito che copre interamente il corpo femminile e il capo (in realtà il burka copre anche il volto e ha una rete per vedere, mentre il niqab ha una fessura per gli occhi, e solo il chador lascia scoperto il volto).

Che rapporto c’è tra burka e burkini? Stretto. Burkini deriva da burka, in sincrasi con bikini, inteso come indumento da mare. E’ fatto con stoffe più leggere e di facile asciugatura e svela molto più il corpo femminile di quanto faccia il burka (e il niqab e il chador, che non lo svelano affatto).

Quindi il burkini riafferma tutto ciò che il burka significa, ma insieme consente alla donna che altrimenti deve indossare il burka di svolgere attività altrimenti impossibili: lo sport (molto bella e significativa la foto delle due giocatrici sotto rete o canestro, non ricordo, una in bikini, l’altra in burkini), il nuoto, i bagni in mare.

Da questo punto di vista è un “progresso”, ma nello stesso tempo è anche la riaffermazione di tutto ciò che sta dietro e prima del burka: la proprietà maschile del corpo della donna e, alla base, la paura maschile della sessualità femminile. I matrimoni prematuri e forzati, le mutilazioni genitali, le punizioni corporali, sono le logiche conseguenze. Ma anche dove non si arriva a tanto, la subordinazione al maschio resta.

Si perdonerà qui la genericità dei riferimenti. Anche la storia dell’islam ha conosciuto l’alternanza tra periodi di rinascita dell’islam ortodosso ed altri di riformismo, in cui si è discusso del ruolo e dei diritti delle donne.

L’alternanza tra l’imposizione del velo e la sua abolizione. Si è osservato che il velo è stato espressione delle crisi attraversate dall’Islam nel corso della sua storia. Nei periodi durante i quali la potenza politica dell’Islam era indiscussa e i suoi rapporti con le altre religioni e civiltà tolleranti ed aperti, anche le donne potevano conquistarsi una certa libertà d’azione.

Resta che il burka e le altre forme di cancellazione del corpo femminile sono l’evidenza dell’impossibilità delle donne di esprimersi liberamente nella società. E questa valutazione non ha nulla a che fare con l’adesione o la libera scelta che singole donne musulmane abbia fatto o credano di aver fatto, nel senso che non cambia la verità di questa constatazione.

Tutto questo, però, è soltanto la premessa. La domanda cui occorre rispondere è se sia giusto opportuno utile vietare il burkini, una volta dato per acquisito che sia il burka, sia il burkini sono simboli della segregazione della donna, che può uscire di casa solo se si rende quasi invisibile. Da un punto di vista legale, se qualche argomento vi era per vietare il burka in luoghi pubblici (copre il volto) peraltro travolto dal nostro supremo giudice amministrativo, il Consiglio di Stato, certo non ve ne è nessuno per il burkini. Occorrerebbe dunque una legge apposita (non basterebbe un’ordinanza sindacale).

Ma prescindiamo da questo tipo di considerazioni, dato che la discussione è sulla reazione che gli Stati laici occidentali dovrebbero avere (o non) contro questo indumento in quanto espressione dell’oppressione della donna. Da questo punto di vista è buffo che la reazione si sia scatenata (ma non da tutti, i sindaci hanno per lo più dimostrato buon senso) proprio contro un indumento che a differenza del burka e del niqab consente una libertà di movimenti e una visibilità del corpo incomparabilmente maggiore. Ma tant’è, quando l’interesse per un tema monta, il suo innesco perde d’importanza.

Si tratta allora di capire perché dovrebbe esservi questa reazione, reazione che non vi è stata contro il ben più oppressivo burka, nei cui confronti si è fin qui lamentato soltanto che non rende riconoscibile la persona. Si può certo osservare che si tratta di una reazione di rifiuto generata dall’intensificarsi degli attentati terroristici da parte di estremisti islamici, in Francia, Germania, Belgio, e dall’aumento del numero delle presenze, causato dalla nota e tragica situazione dei vicini paesi di religione musulmana.

Ma c’è forse dell’altro. Sospetto che la presenza, sia pure esigua ma enfatizzata dai media, in qualche spiaggia di donne completamente coperte per lo più di nero crei una sorta di choc da confronto, il confronto con i corpi praticamente nudi delle “nostre donne”. Choc che la presenza di figure femminili variamente velate nelle strade non produce. Come se la presenza di donne coperte in riva al mare fosse una sottolineatura, una evidenziazione dell’incongruo e quindi dell’abisso di differenza tra noi e loro, una differenza inaccettabile, insopportabile, visivamente insopportabile.

Di qui il rifiuto di un abbigliamento in sé meno oppressivo di altri, ma assurto a simbolo estivo della diversità tra noi e loro.

Ma non si dica che questa reazione nasce dalla volontà di difendere le donne islamiche dai loro mariti, dalle loro famigli e clan. Da questo punto di vista ho il sospetto che vi siano temi più rilevanti ed anche più complessi. Basti pensare alle condizioni dei matrimoni contratti all’estero e poi vissuti in Italia, ai diritti sui figli, al tema dei principi che debbono essere rispettati da una famiglia che vive qui da noi, ma rispetta la shari’a, ma anche al diritto all’istruzione. Insomma, a quali sono i diritti che nei nostri stati occidentali debbono essere assicurati alle donne di altre civiltà e religioni. Assicurati quando lo chiedono, ma anche quando sono vittime di maltrattamenti, segregazioni, … anche se non lo chiedono?

Torniamo quindi alla domanda, è giusto e utile vietare il burkini? No, è evidentemente una sciocchezza, come lo è vietare gli abbigliamenti tradizionali musulmani; non si può esportare la democrazia e neppure imporre alle donne musulmane di ribellarsi ai propri costumi, alle proprie regole religiose, neppure quando sono espressione della più odiosa delle prevaricazioni, quella dell’uomo sulla donna. Si può fare dell’altro, si può coltivare il rapporto tra noi e loro, promuovere la socializzazione delle donne musulmane, valorizzare le manifestazioni di dissenso dal terrorismo islamico, che ci sono state, diffondere l’istruzione.

Non vi è mai stato in Italia un dibattito pubblico sui nostri principi e valori, che vogliamo siano rispettati anche dalle famiglie musulmane, procediamo a tentativi, ma escluderei che in quell’eventuale lista rientri il divieto del burkini.

AdrianaVigneri....

Adriana Vigneri

Una risposta a “L’affare del burkini

  1. Condivido.. Bernard Lewis in uno dei suoi bei libri su M.Oriente e Islam diceva che fra le tre inferiorità giuridiche presenti nelle popolazioni soggette alla legge religiosa-civile islamica (infedeli, schiavi, donne) le donne erano le più svantaggiate, in quanto gli infedeli si potevano convertire, gli schiavi potevano essere affrancati, le donne invece erano condannate a restare tali. La mia speranza nel progresso tuttavia non muore mai, vedansi le nostre Signore al bagno non molti secoli fa. Nel mare di S.Maria di Leuca ho visto degli eleganti piccoli edifici in pietra, edicole a due piani emergenti dall’acqua, tramite cui le SignoreDonnePerBene di inizio secolo XX potevano immergersi senza esser viste. (poi c’è anche il primo piano all’asciutto…). Una perfetta sintesi di controllo sociale e di ipocrisia. Guardate anche qui : http://i.imgur.com/DrD3jxW.jpg

    Mi piace

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...