Il maremmano che scolpisce barche veneziane. Conversando con Matteo Tamassia

DALL’ARCHIVIO DI ytali.

CLAUDIO MADRICARDO
Se non fosse che si trova pienamente a suo agio con piallette da carpentiere, sgrossini, pialle da remér, a denti, storte, a treno e sponderuole e con tutto l’armamentario con cui si confronta un Maestro d’Ascia, Matteo Tamassia, quarantaquattro anni “ben stappati” a giorni, potrebbe passare per un topo di biblioteca, con quegli occhiali dietro cui nasconde miopia e riservatezza, e con quelle sue maniere cortesi e misurate.

La sua storia è quella di un ragazzo nato a Firenze un po’ per caso, ma che ha passato infanzia e prima giovinezza nel grossetano. A poca distanza da Porto Santo Stefano e Talamone che su di lui devono aver esercitato una fatale attrazione, infondendogli l’amore per il mare e per le barche. Incuriosendo e affascinando la sua mente con quelle magnifiche creature di legno galleggianti, che sanno esprimere un’eleganza e commuovono chi ama il mare come mai riuscirebbe a fare un qualsiasi natante, per quanto bello, costruito con materie fredde e differenti. La sua è una storia di un veneziano d’adozione, come tanti nella storia della città. Che hanno scelto di viverci perché ne hanno colto lo spirito, contribuendo a sancirne grandezza e fascino, con l’apporto del proprio mestiere. Abbiamo voluto farci raccontare la sua storia, a pochi giorni dal varo di una Battella a Coda di Gambero che ha costruito nello storico Squero Domenico Tramontin e Figli. Il cantiere che fa gondole dal 1884, già fornitore tra l’altro della Real Casa Savoia.

Matteo, come sei finito qui a Venezia. Cosa ti ha spinto a lasciare il Tirreno per la laguna?
Dopo le scuole superiori, ho sentito sempre più il desiderio di apprendere a lavorare il legno. Ero affascinato dalla costruzione delle barche e sono stato per un po’ apprendista in un cantiere a Porto Santo Stefano. Quando quell’esperienza si è chiusa, nell’89 ho pensato di trasferirmi a Venezia dove la barca in legno ha ancora una sua centralità. Per quanto le barche dal mio arrivo in città si siano trasformate e la vetroresina sia ora molto diffusa.

Qual è stata la tua prima esperienza di lavoro in città?
Ho cominciato con Franco Crea, il re del remo e grande costruttore di gondole alla Giudecca, dove sono rimasto nove anni. Ho iniziato a restaurare le barche dei pescatori giudecchini e ho anche molto imparato da Marietto Botte, altro maestro che purtroppo è mancato. L’esperienza con Crea è stata fondamentale. Con lui si costruivano le barche e poi la sera si andava a sperimentarle presso le remiere, o provandole con la vela al terzo. Era una formazione continua e completa. Che permetteva di sperimentare e riflettere su quanto si stava facendo. Rimanevo in cantiere fino a tardi la sera e ho imparato a intagliare il legno. A un certo punto mi si è aperta l’occasione di diventare maestro d’ascia e quindi ho sostenuto l’esame di teoria e pratica presso la Capitaneria di Porto.

A proposito dei maestri d’ascia, Nedis Tramontin, che con Nino Giuponi è stato il più grande squerariol del secondo ‘900, a sentirne parlare se la rideva divertito sotto i baffi (che non portava). Anche se a onor del vero non gli ho mai sentito dire una parola che fosse cattiva nei loro confronti.
Nedis era un grande maestro d’ascia, senza avere il pezzo di carta. A lui non serviva. Poteva insegnare a tutti. Ricordo che anche Crea ne parlava benissimo, e che spesso andava da Nedis allo Squero agli Ognissanti per avere consigli. Come anche andava da Nino Giuponi, l’altro grande. So che Nedis era un conservatore in tema di utilizzo di materiali costruttivi. Il problema è che dobbiamo competere con il vetroresina.
Quando sono arrivato a Venezia, per esempio, tutti i taxi erano in legno ed erano tanto belli che sembrava impossibile che da lì a poco sarebbero stati sostituiti da quelli in plastica. Eppure è successo. Anche le gondole erano costruite tutte in fasciame. Ora invece non ne trovi più una che non abbia il fondo in compensato marino, e molte anche i fianchi. Le stesse associazioni remiere sono cambiate nel tempo. Non c’è nulla da fare. Usando il compensato dai una marcia in più alla barca.

Questi i tuoi primi anni di formazione. Cos’hai fatto in seguito?
Sono stato tre mesi in Olanda al Het Utrechts Statenjacht dove ho partecipato alla costruzione di un galeone olandese del 1600. E nel 2002 ho realizzato il “Venezianischer Bootsbau am Neckar”, in collaborazione con il Comune di Lauffen am Neckar in Germania, che prevedeva la costruzione di tre piccole barche a vela con la partecipazione di quattordici ragazzi di diverse nazioni. E all’Isola di San Giorgio ho allestito uno squero dove ho restaurato una quindicina di barche. Nel frattempo, sempre con la Cini, ho avviato un workshop con gruppi di allievi finalizzato alla costruzione di barche veneziane classiche. Ne sono usciti gozzi, lance a dieci remi, caorline. E dal 2003 sono stato docente ai corsi di avviamento professionale di 800 ore promossi da Confartigianato che prevedevano la partecipazione di dodici allievi.

Alla fine dei corsi, gli allievi trovavano impiego nei vari cantieri. Finché anche questa esperienza si è chiusa, un po’ per la sopraggiunta crisi economica, un po’ perché alla fine i corsi avevano finito col saturare la richiesta di manodopera dei cantieri. E sono passato a lavorare alla Certosa, dove tra l’altro ho progettato e realizzato Vento di Venezia e Tabasco, sanpierote pensate per la vela al terzo. E il topo Corsaro. Durante il mio apprendistato avevo sentito molto parlare bene di Nedis Tramontin da Franco Crea. Così, dopo l’esperienza alla Certosa mi sono avvicinato al figlio di Nedis, Roberto, che attualmente aiuto nella costruzione delle gondole e dove ho potuto imparare molte cose sulle tecniche. E con il quale ho pure un ottimo rapporto.

E nel cui cantiere agli Ognissanti hai costruito la Battella a Coda di Gambero che tra un po’ andrà in acqua. Me ne puoi parlare?
La barca veneziana non è molto antica ed è stata soggetta a evoluzioni, come del resto la gondola. In realtà in passato i tipi di barche che si vedevano in laguna erano tanti, ciascuna per un particolare impiego. Di esemplari di battelle ne esistono ora solo due, ma sono battelle buranelle, non a coda di gambero. Una è stata costruita da Amadi e l’altra da Giuponi. Quella a coda di gambero quindi era un tipo di barca ormai estinta. E per rifarla ho dovuto studiarmi i modelli ancora esistenti anche se differenti, e far ricorso ai saperi di persone come Gianfranco Munerotto e al suo libro sulla “batela a coa de gambaro”.

Originariamente era un tipo di barca utilizzata per il trasporto leggero, ora viene utilizzata per la voga. Come questa che è stata commissionata dalla remiera Viva Voga Veneta. Nelle mie costruzioni, proprio per poter competere con il vetroresina, io uso un compensato marino particolare, in cui la venatura del legno negli strati è predisposto longitudinalmente, in modo che lo si possa piegare nel lavorarlo. Ho impiegato questo materiale per fondo e fianchi della mia battella, rovere e larice in coperta.

Matteo, tu sei sposato con un’architetta di Madrid con cui hai messo al mondo ben cinque figli. Venezia, fosse solo per questo, ti dovrebbe essere grata. Qualche fiducia su questa città e sul tuo mestiere devi di certo riporla. Mi dici qual è il tuo rapporto con il cantiere e col tuo lavoro?
Il cantiere è il mio habitat. Il mio non è un mestiere con cui si guadagna molto e sono tantissime le ore che devi passare al lavoro perché possa essere redditizio. Quando lavoravo alla Certosa tornavo a casa tardissimo, e Maria Rosa, mia moglie, si lagnava. Ora almeno abito a un passo dal lavoro, e posso fare un salto a casa. Poi spesso i miei figli sono qui che giocano e possono crescere respirando l’aria di questo cantiere storico, che ha fatto la storia della gondola a Venezia. Al giorno d’oggi, non si costruiscono più molte barche, ma c’è molto lavoro di restauro e di manutenzione. E in più ho fiducia che certe barche veneziane saranno sempre costruite in legno. Se la vuoi proprio sapere, e con ormai un po’ di esperienza sulle spalle…. ebbene sì. Io questo mestiere lo consiglierei ancora a un giovane che risenta del fascino dell’acqua, delle barche e voglia vivere il suo rapporto con il legno come una continua e inesauribile scoperta.

Pubblicato il 29 Giugno 2015

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