Il rinascimento fiorentino del monsignore venuto dal New Jersey

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DALL’ARCHIVIO DI ytali.

ANTONIO LOVASCIO
Timothy Verdon, statunitense, è lo studioso di arte sacra più conosciuto nel nostro Paese. Sacerdote, vive da molti anni a Firenze. Vive in Italia da 47 anni e dal 1994 è sacerdote a Firenze, dove dirige sia l’Ufficio Diocesano dell’Arte Sacra e dei Beni Culturali Ecclesiastici, sia il Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Autore di libri e articoli in italiano e inglese sul tema dell’arte sacra, è stato Consultore della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e Fellow della Harvard University Center for Italian Renaissance Studies (Villa I Tatti).

VERDON Foto visita Museo.jpg

Timothy Verdon all’interno del Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore

Coniugando arte e fede senza mai disgiungerle, possiamo dire che in riva all’Arno abbia aperto la strada, con molti anni di anticipo, ai tre direttori stranieri appena chiamati dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi e dal ministro della Cultura, Dario Franceschini, a guidare le Gallerie degli Uffizi, dell’Accademia e del Bargello. Ma proprio nei giorni del loro insediamento l’americano-fiorentino monsignor Timothy Verdon ha potuto mostrare – in concomitanza con la visita di Papa Francesco  – la sua ultima affascinante  creatura: il Nuovo Museo dell’Opera del Duomo.

Ideato a sua immagine (recepita nel progetto d’avanguardia  firmato dagli architetti Adolfo Natalini, Piero Guicciardini e Marco Magni), con un investimento di 45 milioni di euro da parte della Fabbriceria presieduta dall’avvocato Franco Lucchesi. Ne è valsa la pena, vista l’affluenza di visitatori nel periodo natalizio ed in questo avvio del 2016, e dalle prenotazioni di Istituti scolastici interessati anche ai corsi di didattica appositamente organizzati.

VERDON foto Porta del Paradiso con detenuti Sollicciano

Timothy Verdon con i detenuti di Sollicciano di fronte alla porta del Paradiso

Dopo i Musei Vaticani è la più importante raccolta di arte sacra del mondo. Qui è conservata la maggiore collezione di scultura del Medioevo e del Rinascimento. Settecentocinquanta opere tra statue e rilievi in marmo, bronzo e argento, con i  capolavori dei più grandi artisti del tempo: Michelangelo, Donatello, Arnolfo di Cambio, Lorenzo Ghiberti, Andrea Pisano, Antonio del Pollaiolo, Luca della Robbia Andrea del Verrocchio e molti altri ancora, eseguiti per quell’unico straordinario complesso monumentale formato dalla Basilica di Santa Maria del Fiore, dal Campanile di Giotto, dalla Cupola brunelleschiana, dal Battistero di San Giovanni e dalla Cripta di Santa Reparata, che insieme richiamano più di quattro milioni di turisti l’anno.

Oltre duecento opere visibili per la prima volta al pubblico dopo il restauro, tra queste la Maddalena di Donatello, la Porta Nord di Lorenzo Ghiberti per il Battistero e i ventisette pannelli ricamati in oro e sete policrome su disegno di Antonio del Pollaiolo. Alle quali ne vanno aggiunte altre conservate nei depositi per decenni, come le quindici statue trecentesche e quasi settanta frammenti della facciata medievale della Cattedrale.

VERDON foto primo piano davanti Cattedrale

Timothy Verdon

Con passione e competenza don Timothy le illustra – nel suo inconfondibile slang timbrato New Jersey – a gruppi che arrivano dagli Usa, dalla Cina e dal Giappone, o agli allievi statunitensi che a Firenze si alternano alla Standford University, dove da tempo insegna , quando non è al Museo o in Curia a dirigere l’Ufficio diocesano per l’arte sacra o il Centro per l’Ecumenismo, o a scrivere libri oppure articoli per l’Osservatore Romano o per riviste specializzate, o impegnato come Consultore  della Pontificia Commissione per i Beni Culturali del Vaticano. O infine quando come presidente deve occuparsi di Ars et Fides, la Federazione internazionale di guide volontarie, che conta circa cinquanta associazioni o gruppi d’accoglienza distribuiti nei vari Paesi europei, al servizio delle migliaia di visitatori che passano tutti gli anni nelle abbazie e nelle cattedrali, nei luoghi di pellegrinaggio e nelle piccole chiese di villaggi.

Ormai è uno degli storici d’arte più accreditati in Italia e fors’anche a livello mondiale. Chiamato ad allestire mostre o a tenere conferenze  presso la Reggia di Venaria Reale a Torino oppure a Roma o Venezia, la città che lo ha fatto innamorare dell’Italia, quando aveva solo diciotto anni, prima di laurearsi  alla Yale University.

Vive nel nostro Paese da quasi mezzo secolo. Dal 1994 è sacerdote a Firenze, canonico del capitolo della Cattedrale. Qui pulsa il suo cuore, qui trova terreno fertile la sua creatività, che pigiando il tasto della Comunicazione, lo ha portato a dare un’impronta sottilmente “ americana” al Nuovo Museo del Duomo.

“L’abbiamo concepito – non si stanca di ripetere – in modo che parlasse a tutti e che potesse colpire il visitatore con l’immediatezza delle emozioni forti. Queste opere infatti non sono state create per stare all’interno di un museo, ma erano rivolte a tutti, avevano un’attrattiva universale. Sfruttando tecnologie d’avanguardia, i visitatori potranno compiere un’immersione completa nell’arte fiorentina del Medioevo e del Rinascimento. Non una fruizione, fredda, quindi, ma qualcosa che si possa avvicinare all’effetto che gli artisti cercavano quando realizzavano capolavori per parlare al popolo, per veicolare il messaggio della Chiesa, in tutte le sue componenti emotive: positive quanto negative”.

VERDON interno Nuovo Museo Opera del Duomo

Interno del Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze

Questo è il succo della “filosofia”  artistica di monsignor Timothy Verdon, che   cerca di catturare pure la sensibilità delle nuove correnti di vacanzieri: “Il turismo oggi  – sottolinea – non è soltanto quello di chi ha radici giudaico cristiane. A Firenze arrivano persone di culture lontane, che non hanno una grande familiarità con gli artisti esposti. Vogliamo far sì che anche loro possano comprendere quest’arte. L’esperienza è religiosa ma anche umanistica. Quest’arte parla di Dio ma anche di uomini e donne e può rivolgersi a tutta l’umanità”.

Timothy Verdon ha avuto buon fiuto pure nel caldeggiare alla Chiesa ed agli enti fiorentini la mostra (aperta fino al 24 gennaio a Palazzo Strozzi) “Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana”, dedicata alla riflessione sul rapporto arte-sacro tra metà Ottocento e metà Novecento, che ha richiamato più di centomila visitatori;  e nel curare con Federica Chezzi la rassegna  “Si fece Carne. L’arte contemporanea e il sacro”  allestita nella Basilica di San Lorenzo: ha fatto registrare un successo di pubblico superiore ad ogni più ottimistica previsione.

Oggi cantore ed artefice della Bellezza, ieri coraggioso fustigatore del degrado. Sembrano lontani i tempi (2003)  quando questo elegante monsignore  venuto giovanissimo da Weehawken (una specie di comunità dormitorio per New York City) alzava la voce contro gli amministratori di Palazzo Vecchio in difesa delle piazze e dei sagrati delle Basiliche fiorentine (Duomo, Santo Spirito, Santissima Annunziata, Santa Maria Novella, Santa Croce) “umiliate da caos, sporcizia e criminalità” , denunciando in interviste  sulla stampa nazionale quanto la città fosse “ inerte, lasciata in uno stato di abbandono fra lo stupore dei turisti”.

Con la stessa energia intellettuale nel 2016 Timothy Verdon  propone  il Nuovo Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore “come cifra ermeneutica della Firenze cristiana, come perno di un percorso di scoperta non solo del Duomo e del Battistero, ma dell’intero mirabile sistema di grandi chiese e conventi  fiorentini”.

Pubblicato il 31 Dicembre 2015

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Antonio Lovascio

 

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