L’autodenuncia della Francia nel museo della deportazione di Lione

DALL’ARCHIVIO DI ytali.

MARIO GAZZERI
C’è un posto, a Lione, dove la Francia mette a nudo se stessa relegando in un angolo la sua storica propensione all’autoassoluzione. È un posto dove la Francia non usa specchi deformanti nella lettura del proprio passato, della propria storia. E il passato di cui qui si parla, e che per molti decenni non fu mai veramente “passato”, è il tragico periodo che va dal 1940 al 1944 quando il Paese fu occupato, dominato, umiliato dall’invasore tedesco. Anni in cui alla valorosa Resistenza che da subito iniziò in particolare proprio nel lionese, fece da contraltare un tutt’altro che glorioso collaborazionismo con l’invasore, che in certe regioni ed in certi periodi dell’occupazione assunse i caratteri di un triste fenomeno di massa.

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Questo luogo, tappa obbligata per chi tenta di decifrare alcuni lati oscuri della Storia francese, e non solo, è lo storico Hotel Terminus che divenne poi sede degli uffici della sanità militare negli anni prima della guerra e che dopo l’occupazione della città fu requisito dalla Gestapo (Geheime Staat Polizei, la polizia segreta) e dalle Schutz Staffeln (le “squadre di protezione”, truppe paramilitari del partito nazional-socialista sotto il cui controllo era passata la stessa Gestapo su esplicita richiesta di Himmler a Goebbels). Nelle cupe stanze dell’ottocentesco palazzo gli uomini della Gestapo e delle SS si macchiarono dei peggiore crimini, torturando ed uccidendo centinaia di “resistenti” tra cui Jean Moulin, capo dell’opposizione clandestina lionese. Fu lì che “operava” Klaus Barbie, tristemente noto come “il boia di Lione”.

Oggi quell’edificio un po’ “pesante” vicino alle rive del Rodano, è diventato il Centre d’Histoire de la Résistance et de la Déportation, un’istituzione che, come poche altre, riesce ad offrire ai visitatori una rara possibilità di riflessione su quello che fu l’occupazione tedesca in un paese di fatto diviso in due: la Francia occupata, con capitale Parigi, e la Francia di Vichy governata dal Maresciallo Pétain e dal suo primo ministro Pierre Laval. Eroe della Grande Guerra del ’15-’18, Pétain fu uno strenuo fautore di una stretta alleanza con la Germania nazista da lui ritenuta l’unica soluzione per mantenere la Francia ai vertici di una nuova Europa dominata dal Terzo Reich.
La discutibile intenzione del Maresciallo, aveva le sue radici in un senso di dubbio patriottismo secondo cui sarebbe stato in ogni caso meglio diventare la nazione ‘numero due’ del nuovo ordine europeo piuttosto che un paese sconfitto destinato forse a pagare danni di guerra superiori a quelli che la stessa Francia aveva imposto a Berlino nella pace di Versailles del 1919, contribuendo a provocare la bancarotta della Repubblica di Weimar e il successivo emergere dei nazionalsocialisti di Hitler. Ciò che colpisce nel Centro di Documentazione Lionese sono le rassegne fotografiche, il gran numero di filmati restaurati che registrano l’enorme consenso popolare per la “nuova” Francia parafascista di Vichy. “Folle oceaniche”, per usare una locuzione che rimanda alla romana Piazza Venezia e al balcone del suo storico palazzo, ascoltano in delirio Pétain parlare dal palazzo del Municipio.

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Da parte del governo di Vichy fu in quel periodo avviata un’operazione di propaganda senza tregua e senza precedenti: manifesti inneggianti all’amicizia franco- tedesca, parate di giovani soldati francesi con il tricolore, ma in divisa tedesca, e la riproposizione ossessiva della leggendaria figura di Giovanna d’Arco (che peraltro divenne anche uno dei simboli della resistenza gaullista) indicata come “madre” della Patria, eroina cristiana e simbolo del riscatto della Francia. La popolazione in età lavorativa viene invitata a trasferirsi in Germania per lavorare ed onorare così il sangue dei giovani militari del corpo di spedizione di Vichy (la Legione dei Volontari Francesi, LVF) caduti sul fronte russo a fianco dei ‘camerati’ tedeschi. Il vero nemico era l’Inghilterra: ”La perfide Albion, l’ennemie séculaire de la France, qui poursuit la série de ses crime contro notre Patrie“, come scriveva Le cri du peuple, giornale diretto da Jacques Doriot, il creatore della LVF.

Doriot, giornalista e politico, è come un simbolo di quella Francia confusa, umiliata e depressa. Già segretario della Jeunesse Communiste e poi deputato del partito comunista, si allontanò gradualmente dal Pcf fondando, infine, il Partito popolare che spostò su posizioni sempre più di destra, fino a ottenere anche finanziamenti da parte di Mussolini. Partigiano di un’alleanza con la Germania hitleriana, allo sbarco degli Alleati in Francia, Doriot fuggì in Germania dove morì l’anno successivo sotto un bombardamento della Us Air Force. Il fenomeno del collaborazionismo, fu peraltro ancora più diffuso nella Francia occupata, e a Parigi in particolare, dove assunse proporzioni spaventose. Basterebbe ricordare la grande retata del Vélodrome d’Hiver, organizzata con meticolosità quasi germanica e ancor maggiore malvagità dalla polizia parigina per i padroni tedeschi.

Come tutto andò a finire è cosa nota. Forse lo è meno la perfidia dei vincitori. Il Maresciallo Pétain venne condannato a morte, pena che venne commutata nell’ergastolo in considerazione del suo passato e della sua età. Nessuna pietà, invece, per Pierre Laval. Condannato a morte, l’ex primo ministro di Vichy tentò il suicidio nella sua cella ingerendo del veleno, ma fu subito sottoposto ad una lavanda gastrica dai suoi giustizieri e immediatamente dopo messo al muro e fucilato nel cortile della prigione dove era detenuto. Guai ai vinti.

Pubblicato il 9 Ottobre 2015

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