La politica dell’antipolitica. Conversando col filosofo Massimo Donà

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DALL’ARCHIVIO DI ytali.

CLAUDIO MADRICARDO
“La democrazia non è il bene, è forse il male minore. La democrazia è un’illusione e non esiste. È ciò che rende sopportabile il politico, la vita sociale. Certo più sopportabile perché in qualche modo fa credere che tutti si decida intorno alle cose. Ma abbiamo le competenze per decidere su cose di cui magari non sappiamo nulla? Intorno a cosa possiamo decidere?” Così il filosofo Massimo Donà a ytali. E per un attimo sospettiamo che voglia esercitarsi nel gioco della provocazione, e condurci in passaggi dai contorni a volte ambigui. Mettere alla prova, conducendo un gioco in cui appaiono la fine della politica e la sua sostanziale inutilità, nel momento dato. E in cui la caratterizzazione qualitativa del mondo del passato ha lasciato lo spazio alla tecnica. Nei confronti della quale appariamo disarmati e ancora in attesa di un nuovo teorico che sappia toglierci da una strada che al momento ci conduce attraverso l’ignoto.

Populismo e antipolitica sono i temi su cui sempre più si sta esercitando la riflessione non solo nel nostro paese, ma in Europa e perfino nell’America di Donald Trump. Partiamo con il definire il campo.
Sono tutti fenomeni espressione di insofferenza e di malcontento nei confronti di come vanno le cose. Sono dovuti ad una sempre più crescente e sempre più evidente incapacità del politico di adempiere al proprio compito. Non c’è un’opposizione di una posizione contro ad un’altra, ma esprimono una insofferenza verso l’orizzonte del politico in toto. Quindi non più di un punto di vista nei confronti di un altro punto di vista, tipo lo scontro classico tra comunismo e capitalismo, ma si rivolge contro la totalità del politico.

Ma perché il politico non soddisfa, cosa dovrebbe fare il politico?
Semplificando in maniera brutale, se pensiamo a come nascono le prime riflessioni intorno al politico in Grecia con Platone, il politico dovrebbe avere come obiettivo il bene comune, ovvero la determinazione del meglio al massimo possibile per ognuno. Quindi non il meglio di qualcuno contro il meglio di altri, ma quello che si chiama il bene comune. Poi in modi diversi, complessi, tormentati e contraddittori è emerso sempre più potentemente che il bene comune per definizione riguarda tutti e nessuno, cioè nessuno. Il comune non dice ciò che ci distingue, è quel luogo in cui io non sono più io ma sono identico a te. Tu non sei più te ma sei identico a me. Quindi il bene comune inevitabilmente ha finito per mostrarsi maschera del bene di qualcuno. Il comune non ha determinazione, non ha specificazione, non ha qualità. Il bene comune, per citare Musil, è un bene senza qualità. Non è né mio né tuo. Ma questo è impossibile, perché il bene di tutti dovrebbe essere il bene di ognuno secondo la sua specificità, i suoi interessi, i suoi bisogni. Ma spesso i bisogni miei configgono con i tuoi. Alla fine se accontenti qualcuno, scontenti altri. Questa è la difficoltà di governare. Insomma il bene comune è una finzione che l’Occidente si è dato per mascherare quello che è il bene di qualcuno.

Ragioniamo sulla reazione della politica corretta e paludata nei confronti dei fenomeni e i movimenti. Scordandoci di Gramsci, vengono sbrigativamente etichettati come antipolitica o populismo.
Certamente è vero che ormai si liquida ogni manifestazione di scontento come espressione di antipolitica. Per non fare un discorso astratto, partirei dagli esempi del movimento dei 5 Stelle e dalla Lega di Salvini che a mio modo di vedere si offrono a questo tipo di giudizio. Quali sono le caratteristiche peculiari del loro essere anti sistema? Semplificando è quello di dire che i politici sono dei ladri, che la politica è la casta contro cui oppongono il partito dell’onestà. Fin dalla nascita i loro slogan sono rivolti a scardinare il sistema della politica a prescindere dalle posizioni politiche. Basta destra e sinistra, dobbiamo dare luogo e forma alla politica onesta, pura. Il mito che soggiace a tutte queste espressioni e proteste è quello della purezza. Lo stato è l’impuro, quel che vogliamo finalmente è una politica di onesti e di puri. Il bene e il male. Se guardi bene in fondo c’è un’istanza quasi messianica. La purezza. Pensa alla Francia con la Le Pen e la purezza contro la contaminazione portata dall’emigrato. Alla fine l’idea che passa è che ciò che viene qua ci contamina. E guarda all’Italia coi 5 Stelle per i quali la politica ci ha contaminato e dobbiamo purificarla. Dobbiamo purificare l’Europa, l’Occidente da ciò che viene a noi, che è straniero, che è estraneo, ciò in cui non riusciamo a specchiarci.
Ma ancora una volta queste forme di protesta che condannano la politica in toto, dove nessun partito si salva, in qualche misura ripropongono in forma nuova il mito del bene comune. Che già nell’antichità aveva a che fare con la purezza, con l’innocenza, il bene assoluto non contaminato da macchie. Il mito è sempre quello della purificazione, che ha un fondo religioso. Prima sono partito da Platone e dal bene comune, che si è smascherato e rivelato come parziale. Arriviamo alla modernità con la classe operaia contro il capitale. Dove abbiamo una parte contro l’altra. Si smette con le finzioni del bene comune. Una parte sta nel bene e una parte sta nel male. Alla fine, e arriviamo ai nostri giorni, ancora una volta ci si sta illudendo che vi sia un bene comune perché il bene parziale ha fallito. Non solo il comunismo, ma pure il capitalismo che è in crisi. In questa confusione ci sono ancora voci di retroguardia e nostalgiche che ripescano vecchi motivi ormai improponibili. Mentre le forze più dirompenti tornano a una sorta di messianismo utopico, per cui dobbiamo liberare il mondo dal male.

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Massimo Donà alla tromba. Il filosofo è anche jazzista di alto livello

Forse aggiungerei anche un altro elemento che mi sembra importante. Ovvero l’utilizzo della rete da parte dei 5 Stelle come paradigma della democrazia diretta. Il che potrebbe far apparire la politica tradizionale non solo obsoleta, ma “ontologicamente” limitata rispetto ai processi di partecipazione consentiti dalle nuove tecnologie.
Di fatto le forme tradizionali del politico si sono esaurite e la rete è il nuovo fenomeno. Anche questo è un bel tema e mi consente di chiarire meglio cosa intendo quando parlo di astratta utopicità che porta questi movimenti a una sorta di millenarismo originario. In teoria la rete è una piattaforma all’interno della quale ciascuno può dire la sua immediatamente e senza la mediazione del politico. Poi in realtà abbiamo visto che i numeri che coinvolge sono ridicoli e che alla fine le decisioni passano al vaglio di un direttorio. In sostanza anche quella della rete è un’illusione, e fa parte di quell’utopia messianica. Di fatto le persone che sono motivate a dire la propria opinione, sanno cosa dire e hanno una convinzione reale sono poche. E il meccanismo rende possibile alla fine una gestione molto più sofisticata del consenso e della regolazione delle decisioni attraverso direttori invisibili e non controllabili perché la rete è un’entità astratta. Chi è la rete? Dove sono coloro che la coordinano, coloro che decidono? Mentre prima c’erano dei luoghi di mediazione e c’era un confronto personale e reale. Ora invece la rete diventa la maschera perfetta del fatto che sono pochissimi a decidere quello che si può e quello che non si può fare.

 

 Successivamente al recente referendum inglese molti si sono interrogati sui confini della democrazia, se è giusto sottoporre al vaglio popolare questioni su cui è difficile che un elettorato medio possa giungere a una valutazione compiuta.
La democrazia non è il bene, è forse il male minore. La democrazia è un’illusione e non esiste è ciò che rende sopportabile il politico, la vita sociale. Certo più sopportabile perché in qualche modo fa credere che tutti si decida intorno alle cose. Ma abbiamo le competenze per decidere su cose di cui magari non sappiamo nulla? Intorno a cosa possiamo decidere? Io credo non più che intorno a una prospettiva generale che un partito o un movimento fa propria che in generale ci convince, ci piace. Ma dopo di che sulle questioni singole ha senso chiedere a tutti di dire la propria? O non ha più senso delegare alle persone competenti? Tu mi dirai che spesso i competenti sono prezzolati, sono pagati. Chi mi dice che i competenti mi diranno la cosa migliore? Non lo sapremo mai. Io so d’altra parte che molta gente non ha la più pallida idea di cosa scegliere. Ora in Inghilterra molti di quelli che hanno votato sì si stanno chiedendo cosa hanno fatto

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Massimo Donà tra Massimo Cacciari Giulio Giorello, Francesco Valagussa 21 novembre 2015 VENEZIA – SILOS (Giudecca)

Emanuele Severino sostiene che la politica ha ceduto il proprio potere all’economia, che a sua volta l’ha ceduto alla tecnica. Mi sembra sia molto affine a quanto stavi dicendo.
Sì, e Severino lo fa con argomentazioni molto forti. Cosa vuol dire il passaggio dalla politica all’economia e poi alla tecnica? Sempre semplificando, significa che il governo del mondo alla fine non può esser fatto proprio che da una dimensione che sempre più esplicitamente ormai ha a che fare con la neutralità del quantitativo.

Spiegati meglio.
Il mondo sta passando negli ultimi secoli da una impostazione sostanzialmente qualitativa, in cui le qualità si contrapponevano. Idee qualitative del mondo. Per cui per alcuni la qualità più importante era la libertà, per altri era l’autonomia del singolo, per altri ancora che tutti stiano non male. Pensa all’economia cosa è Marx ci ha insegnato che il denaro è quell’equivalente generale che rende scambiabili le merci, riducendo la loro qualità imparagonabile a una quantità che le rende paragonabili. Qualcosa di neutrale che accomuna un chilo di patate a tre scarpe. Come fai a scambiare le patate con le scarpe? Sono qualità diverse. Marx ha trovato la soluzione nelle ore di lavoro e nel denaro. Insomma delle quantità. Alla fine sappiamo che le tue patate valgono cinque e le mie scarpe quindici, ma quella quantificazione è neutrale e non dice nulla della qualità. Non ha niente a che fare con la specificità e l’utilità delle scarpe come scarpe e delle patate come patate. La quantità nel corso dei secoli si è dimostrata molto più potente della qualità. Perché le qualità si contrappongono senza lasciarsi relazionare. Il mondo neutrale del denaro è un mondo infernale, ma è un mondo potentissimo perché riesce a connettere e a tenere insieme.

Ma ancora più potente del denaro cosa è? La tecnica perché è la possibilità di incremento infinito della quantità. Perché il denaro di per se potrebbe essere usato anche solo per scambiarci i valori d’uso. E, andando subito al contemporaneo, la forma più potente di potenziamento è la tecnica. Che è potenziamento di nulla di specifico, ma del potenziamento stesso. Io posso potenziare la mia potenza sempre di più. Quindi ogni valore che io posso assumere tipo il comunismo o il capitalismo, la pace o la guerra o quello che vuoi tu, vincerà non per quello che dici per qualità, ma perché la potenza che lo supporta è più potente di altre potenze.

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Quindi?
Alla fine ciò che conta, ciò che determina i vinti e i vincitori è la capacità di potenziare. Non ha importanza cos’è la potenza di cui dispongo. Ciò che decide il destino del mondo è la potenza. Oggi tutti criticano il capitale finanziario, il denaro svincolato dal lavoro. Ma una volta che il denaro si iscrive nel mondo della tecnica, trova il suo paradiso perché riesce a potenziarsi indipendentemente dalle merci, dalle cose specifiche, dalle qualità. Quindi raggiunge la sua massima potenza. Alla fine siamo patetici se contrapponiamo a questa potenza infinita diversi valori.

Ma questo non ci salva dalle crisi.
Ci saranno sempre crisi. Ti eri illuso di aver raggiunto un eden come Fukuyama voleva dire? La fine della storia? Ma quale fine della storia? La storia vivrà sempre come sistole e diastole di crisi, riprese, rinascite. Ciò che conta non è tanto quando finirà la crisi è capire la direzione verso cui si sta andando.

E verso quale direzione stiamo andando?
Verso una neutralizzazione progressiva del qualitativo. E per tornare ai movimenti di cui parlavamo all’inizio che si pongono contro il politico, in nome di una purezza e di una neutralità impossibile, di cui dispone la tecnica e il capitale finanziario, nessun partito può arrogarsi il diritto di gestire il luogo della neutralità, dell’innocenza e della purezza. Se andiamo nel mondo della qualità, c’è l’impuro, c’è l’ostacolo nel quale inciampiamo. Anche nella tecnica c’è la crisi, ma più che altro vanno in crisi le forme qualitative attraverso le quali la potenza tecnica si è espressa finora. Ovvero la società capitalistica. Che, come ben sapeva Marx, è una determinazione storica, non è eterna. Potranno subentrare nuove forme, che non sappiamo quali saranno adesso. Ma rispetto ad altre forme del passato, il capitalismo ha molta più potenza perché la sua qualità sta proprio nell’essersi consegnato sempre più al quantitativo. Quindi può trovare nuove forme di manifestazione. Mentre le istanze politiche legate al qualitativo sono perse, sono fallite. Anche il capitalismo poi sta rinunciando a quei valori sulla base dei quali era nato nella modernità, nel ‘500 e nel ‘600. Il capitalismo di cui parlava per esempio Max Weber è impregnato di valori protestanti. Questi valori sono tranquillamente abbandonabili, perché il capitalismo si sente più liberato, capace di fare propria la struttura della tecnica, la neutralità della tecnica. Non sappiamo contrastare questo “destino”. Perché anche queste nuove forme di politica antipolitica impregnate di ideali messianici di purezza sono forti, almeno temporaneamente, nella misura in cui si sono adeguate alle forme della tecnica.

Quello che tu dicevi prima circa il ruolo della rete, è proprio l’espressione di questa forma tecnologica e tecnocratica. Si sono consegnate a questo, ma nella misura in cui confondono ancora lo strumento di cui si servono e il panorama in cui si iscrivono con i valori che talvolta ingenuamente pensano di rappresentare, parlando ancora di bene, di giustizia, di etica, questa confusione li destinerà, secondo me, a durare poco. C’è poco da fare. C’è un contrasto insanabile tra il mondo dei valori e delle qualità e l’orizzonte della quantità e della tecnica che delle qualità si serve potendo di volta in volta sostituirle e cambiarle. Perché non sono quelle che contano, ma la potenza. Ecco io vedo nel dibattito attuale molta confusione perché c’è uno strano miscuglio di pseudo istanze prese da un certo impulso messianico rivoluzionario combinate con ciò che contraddice radicalmente ogni qualità, cioè la tecnica. Ciò farà sì che questa confusione si risolverà presto. La situazione non mi sembra così esaltante, perché non abbiamo nemmeno quelle sane illusioni che avevamo negli anni ’70.

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Siamo un’astronave impegnata in un viaggio verso l’ignoto.
Esatto, ma siamo già entrati nell’ignoto. Non sappiamo decifrare quello che sta accadendo. Siamo i figli di un mutamento epocale in cui lo scontro è talmente potente da rendere improponibili tutti i criteri e le chiavi di lettura che avevamo. Di fronte a un orizzonte inqualificabile che sta devastando ogni forma di qualità come fai a contrapporti se non in forza di una potenza più forte? Ma la potenza più forte è quella che sa potenziarsi di più. Per vincere la tecnica devi adeguarti alla tecnica, questo è il punto.

Spesso si parla della classe politica di un tempo cui riconosciamo spessore e qualità, in rapporto alla leggerezza e all’assenza di qualità dei politici contemporanei. Se ho colto il senso del tuo discorso non è poi tutta colpa della classe dirigente politica attuale.
Sono degli incapaci e hanno la colpa di essere degli incapaci. Ma hai ragione e hai colto benissimo. Perché sono la manifestazione del nostro tempo. Se la politica oggi è fatta da persone inconsistenti è perché oggi come oggi non serve più la politica. Il politico serve solo a continuare la messa in scena affinché il teatro della vita possa continuare. Ma evidentemente il vero politico, quello che noi ricordiamo, non può più esserci perché sarebbe un problema per il sistema. E la gente capace ha capito che non può fare politica e che la politica non serve a niente. Perché non ci sono più le idee politiche in base alle quali lottare. La politica è un puro gioco vuoto. Le persone intelligenti hanno la consapevolezza della drammaticità della situazione. Perché fingersi convinti di poter salvare il mondo? Il paradiso purtroppo non c’è. Tutti guardano oggi a Papa Francesco come fosse un politico. Ma le istanze di cui è portatore sono tutte impolitiche, sono Gesù. Alla fine la degenerazione del politico è perfettamente corrispondente allo stato delle cose. La tendenza del nostro tempo sarà questa, sarà difficile scardinarla. A meno che non si sia più potenti della tecnica. Cosa puoi contrapporre a questa potenza? Non lo so.

Massimo Donà sarà il direttore scientifico del festival della politica 2016. festival della politica 2016

Claudio Madricardo

@claudiomadricar

Pubblicato il 29 Giugno 2016

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