Percezione di Venezia. Per una distante necessità

ponteMASSIMO DONÀ
Che Venezia potesse diventare immagine di una irrimediabile décadence, e che proprio per questo molti grandi artisti e intellettuali (soprattutto a cavallo tra Otto e Novecento) dovessero assumerla come modello per la rappresentazione di una estenuante e irrimediabile consumazione dello spirito, è quanto la realitas di questa città non avrebbe mai dovuto consentire. Essendo, la sua, un’immagine di straordinaria “potenza”. Da sempre, peraltro, qualsivoglia sguardo attento alle pieghe del suo tessuto avrebbe potuto vantare non poche ragioni per ritenere quanto mai inopportuno continuare a violentarne inopinatamente il “senso”.

Perché Venezia, potremmo dire – senza timore di “passare il segno” –, è una città già da sempre futura. Infatti, così come non è una metropoli solo perché troppo avanti rispetto alla tensione estensiva e intensiva costituente qualsivoglia metropoli, allo stesso modo il suo status non è né antico né arcaico – nulla di medioevale nella sua forma, ad esempio, ci consentirebbe di paragonarla a ciò che le città sono state nell’evo di mezzo. D’altronde, nulla di semplicemente moderno l’avrebbe caratterizzata, neppure nel pieno dello sviluppo industriale maturato nei decenni post-bellici.

Certamente, Venezia è anche Marghera; ma essa è anche Torcello – insomma Venezia “ingloba” il tempo. E tutto questo, anzitutto, in senso storico; per quanto il suo attraversamento della storia non si risolva mai in un semplice lasciarsi ri-determinare dalla medesima.

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Venezia, infatti, non s’è mai lasciata determinare dalla storia assecondando, passiva, le sue fasi, come se il suo habitat fosse costituito da un nucleo forte in grado di “permanere” e da diverse risistemazioni volte – magari con grande attenzione e rispetto (?) – ad aggiungerle un pezzo sempre nuovo, o a ridisegnarne nel profondo la mappa.

Il fatto è che Venezia non è nulla di là dal suo incessante riscriversi e ridisegnarsi. Nessun nocciolo duro della città può quindi illuminarci sulla cosiddetta “venezianità”, indipendentemente dalle tormentate vicende che ne hanno segnato l’esistenza.

D’altronde, cosa sarebbe piazza San Marco “indipendentemente” dalla compenetrazione di stili che la costituiscono nell’intimo? E ben oltre ogni riconoscibile regola compositiva. Così come oltre ogni artificiosa “unità”.

E che dire poi del barocco della Salute, che s’impone a prescindere da qualsivoglia sudditanza… o preoccupazione di sorta, come dovesse necessariamente armonizzarsi con il Palladio dominante sulla riva della Giudecca?

Venezia “è” questi contrasti – storici e stilistici in-uno, e dunque temporali e spaziali, nello stesso tempo, senza che tali dimensioni e rispetti si lascino in alcun modo incasellare. Il suo tempo non è cioè solo quello di una storia che, lungi dall’attraversarla e di volta in volta ridefinirla, è ineluttabilmente catturata ed eternata dalla durezza delle sue pietre; ma è anche quello delle sue distanze – sempre percorribili conformemente a una planimetria e a una cronometria sospese e impermeabili finanche alle più violente occorrenze.

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E non si tratta solo di un necessario allentamento del tempo – come a dire che a Venezia bisogna farsi persuasi a una “lentezza” altrove assolutamente inaccettabile. Perché a Venezia i tempi di percorrenza possono anche essere molto più veloci per le grandi distanze che non per le piccole.

Insomma, il tempo di questa città non presenta alcun parallelismo con i suoi spazi, ma soprattutto il rapporto spazio-tempo non si determina in essa come relazione tra dimensioni comunque distinte o quanto meno distinguibili.

In essa, cioè, l’esperienza dell’abitare il tempo si rovescia continuamente, e in modo del tutto imprevedibile (cioè, oltre ogni possibile topologia), in un semplice “prender-spazio”… e ogni già-stato vi si configura come quel che ha sempre ancora da venire, nella forma di un presente strutturalmente ou-topico. Verso cui ci si dovrebbe sentire protesi, quale occasione di una sempre possibile redenzione. Che sarebbe peraltro anche redenzione da una condizione colpevole per il semplice fatto di configurarsi come tensione nella e della “separatezza”.

Nella sua rete, infatti, non si può “volere” così come si vuole là dove il futuro si lasci attendere nella forma del “non-ancora posseduto” e il passato in quella del “non-più posseduto”. Insomma, non si può volere da “separati”, a Venezia – come accade a coloro i quali si ritrovino “soli” nell’istante vuoto di un ora assolutamente privo di passato e di futuro, e per ciò stesso “separati” dalla pienezza del tempo.

Insomma, Venezia è una città che consente davvero un’inedita esperienza dell’esistere; fatta di oscillazioni non apparenti, ma massimamente reali. D’altro canto, solo l’oscillazione pensata in senso puramente cronologico è costitutivamente “apparente” – perché fondata sull’idea di un presente che, in quanto identificato con il puro vuoto dell’ora, non potrà, proprio esso, in primis, mai oscillare.

Non a caso, solo chi vive nel tempo pensandosi sospeso tra passato e presente, rimane “immobile”; e per ciò stesso esautorato dal miracolo che solo la “vera oscillazione” sembra poter far accadere. Cioè, quella costituita da un frammezzo che non sta mai “tra gli estremi”; ma entrambi li comprende come luogo del suo stesso accadimento.

Infatti, la vera oscillazione accade solo là dove l’uno non sia l’uno e l’altro non sia l’altro; insomma, dove là dove l’uno dica l’altro e l’altro dica l’uno.

Perciò Venezia è patria del “negativo”; ma di una negatività che mai toglie, mai elimina e neppure “esclude”. Ma sempre e solamente “accoglie” e “complica”.

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Per una complicazione che non dirà mai, peraltro, in nessun caso, il più difficile (come accadrebbe là dove si avesse a che fare con il risultato di un percorso astrattamente lineare, implicante la preventiva e progressiva acquisizione dei suoi momenti costitutivi, volta a formare una sintesi concepita come semplice risultato dell’analisi).

Il “negativo” quale habitus della venezianità è infatti, al contrario, occasione di una sempre possibile esperienza dell’originario; di ciò che viene già da sempre e da tutti partecipato. Come una sorta di inconscio costantemente rimosso, peraltro, le cui rifrazioni luminose (specchio di rimbalzi e obliquità spazio-temporali sempre anche spaesanti), solamente, ci consentono di pervenire ad una terra sicura. Anche perché le sue acque – acque lagunari, per l’appunto – non hanno mai rappresentato l’abisso, la fuga, la perdita o la dipartita. Ma piuttosto il grembo ospitale di una donna che, solo negandosi, sarebbe in grado di attrarre e sedurre, portando a sé.

Venezia, dunque, “mantiene” e “custodisce”, custodendo sempre e anzitutto la propria sostanziale incatturabilità. Infatti, non sarà mai esauribile e tanto meno abbandonabile – come si potrebbe dire per qualsiasi altra forma di “possesso”.

Solo il posseduto può infatti stancare, e venire dunque abbandonato; in quanto portatore, appunto, di una insopportabile ripetizione. Ciò che non accadrà mai, invece, là dove il “negativamente abitato” sappia offrirsi e presentarsi come ciò da cui si possa esser solamente “posseduti”.

Non a caso tante straordinarie intelligenze l’hanno attraversata e abitata, non riuscendo mai a staccarsene definitivamente. Sì, forse proprio per la sua inafferrabilità; che ricorda appunto quella dell’acqua e dei suoi canali. Perché, quando ci afferra, Venezia diventa “nostra”… nostra come il sangue che ci scorre nelle vene – quello da cui nessuno potrà mai liberarsi (pena la morte), e che, là dove ci abbandonasse, lo farebbe solo a partire da un nostro errore. Perché non saremmo riusciti ad averne cura.

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Venezia è come l’acqua che la sostiene, dunque; che non si lascerà mai afferrare dalla mano, ma potrà solo venire riconosciuta quale insostituibile fonte di sostentamento per il corpo e per lo spirito. Le sue ragioni risultando dicibili sempre e solamente nella forma di quella che abbiamo voluto chiamare “vera negatività” – la sola che riesce a farla essere nello stesso tempo inesauribile fonte di conoscenza per lo storico (come problema del “passato”) e straordinaria nonché estremamente affascinante sfida per le progettualità urbanistiche più avanzate (in quanto problema del “futuro”).

Non a caso essa continua ad attirare intelligenze nazionali e internazionali, com-mosse, tutte, dalla sua liberante “necessità”… cioè, dall’ossimoro in cui essa medesima consiste; bel oltre quello che potrebbe anche configurarsi come un legame puramente fattuale (ad esempio, connesso al fatto di esservi nati). Nessuna nuda fattualità potrebbe infatti bastare a fondare una vera e propria cura per le sue irredimibili contraddizioni. Sono i fatti a dimostrarlo. Per quanto il fatto renda sempre possibile l’equivoco; come quello di cui cadrebbe vittima chiunque finisse per trattarla da vero e proprio “estraneo”, quasi si trattasse di un suo semplice oggetto – un oggetto a sua completa disposizione.

Eppure a Venezia ci si può nello stesso tempo sentire sempre “stranieri”, per quanto in ben altro senso. Se è vero che, per poterla abitare, ci si dovrà necessariamente educare a quella “distanza” che, sola, potrebbe insegnarci a non risolverla in qualcosa di meramente “utilizzabile”. Ma ad amarla; come proprio il filosofo, forse (meglio di altri, in quanto strutturalmente critico nei confronti di ogni idolatria del fatto e del possesso), dovrebbe essere in grado di fare.

MASSIMO_DONA'_di_Raffaella_Toffolo

Massimo Donà

https://massimodona.com/

Le immagini sono tratte dal dvd “Venezia Novecento. Reale Fotografia Giacomelli“, edito da Archivio Storico, Comune di Venezia, 2002

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