Ricostruire dopo il terremoto. Idee e ideologia

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Il display sul corso di Amatrice, ancora funzionante http://www.rietilife.com/

ROBERTO D’AGOSTINO
Dopo il profluvio di parole seguito al disastro di Amatrice e degli altri centri distrutti dal terremoto, penso che si possano dire alcune cose chiare in merito alla futura ricostruzione.

In primo luogo vanno distinte le procedure e le necessità che riguardano la ricostruzione dei centri distrutti e del loro territorio di riferimento da ragionamenti di più ampio respiro per i quali non dovrebbe esserci la necessità di tragedie come quella avvenuta. Spostare l’attenzione dal fatto specifico alle strategie generali può solo confondere le acque.

Per quanto riguarda la ricostruzione va detto che, a fronte della tragedia incommensurabile che si è consumata da punto di vista umano per la quale non esiste risarcimento di sorta, per quanto riguarda gli aspetti materiali si tratta di un evento perfettamente controllabile e economicamente affrontabile per un Paese come l’Italia. Sentire parlare di richieste all’Europa di maggiore flessibilità nei conti pubblici per fare fronte all’emergenza terremoto fa sorridere o meglio fa intravvedere sintomi di adulterazione del tema ad altri fini o di incapacità di comprendere la portata del problema.

Stiamo parlando di 2500 famiglie sfollate il che vuole dire circa mille alloggi da ricostruire o da recuperare, oltre alle “seconde case”, ai danni alle aziende, alle opere pubbliche e alle infrastrutture. Un disastro grave, ma assolutamente affrontabile se si sanno mettere in campo le giuste procedure e le giuste risorse economiche, tecniche e umane.

Tra le procedure diventano di importanza decisiva le priorità e la consequenzialità degli interventi.

Innanzi tutto il ricovero degli sfollati ai quali va data la corretta prospettiva dei tempi di reinsediamento per non creare illusioni e frustrazioni. Se c’è la certezza di rientrare nella propria casa in tempi misurabili (uno, due, tre anni) anche vivere in una casetta prefabbricata nelle vicinanze del paese in ricostruzione di cui si possano seguire, apprezzare e controllare i lavori può essere una situazione affrontabile senza gravi traumi.

Poi le attività produttive: in pochissimi mesi e con una spesa modesta potrebbero essere ricostruiti i locali (stalle, magazzini o altro) necessari a tali attività che, qualora venissero sospese o abbandonate creerebbero una situazione di irrecuperabile danno rispetto all’intero sistema sociale del territorio.

Poi i servizi essenziali, pubblici e privati e le infrastrutture danneggiate.

Poi le case dei residenti, poi le seconde case.

Infine, ma questo dovrebbe essere il primo passo di una strategia generale, la messa in sicurezza delle vaste aree non distrutte, ma con parziali compromissioni, interessate dal sisma.

Va sottolineato che, l’impatto economico di una operazione di questo genere è relativamente modesto. Trattandosi poi di opere edilizie che comportano l’attivazione di un importante comparto produttivo, i conti non vanno fatti sulle cifre assolute, ma sul bilancio finale.

Per capirci: se si dice che le opere costeranno cento milioni va anche detto che di quei cento milioni vi è un recupero fiscale di circa il cinquanta per cento tra iva e altro, e vi è un’attivazione indotta di altri settori economici che, nel medio periodo, porteranno al recupero quasi integrale di quanto speso da parte dello Stato. Senza contare che nella ricostruzione potranno esserci contributi privati qualora si studino adeguati finanziamenti di lungo periodo (e a interessi BCE) ai proprietari delle case.

La seconda questione riguarda il come ricostruire.

A parte gli aspetti più specificamente ingegneristici sui quali l’Italia ha competenze elevatissime (purché vengano utilizzate), più controversi sono gli aspetti urbanistico progettuali.

Eppure anche su questo tema potrebbe esserci assoluta chiarezza se si parte dall’idea che il progetto urbanistico e architettonico estremamente preciso esiste già ed è costituito dalla situazione preesistente.

La ricostruzione virtuale esatta di quanto esisteva prima dei crolli può essere facilmente realizzata: ciò fornirebbe il modello morfologico, planimetrico e volumetrico di quello che si deve fare; tale modello potrebbe costituire la norma di riferimento per ogni intervento, rispettata la quale l’intervento è immediatamente ammissibile. Dal momento che l’evento ha causato dei crolli generalizzati, la ricostruzione planovolumetrica “com’era dov’era” è il massimo punto di arrivo al quale si può correttamente arrivare. Diversa è la questione delle tipologie edilizie la cui conservazione fa parte della consolidata cultura del recupero dei centri storici, ma che in questo caso, proprio per la radicalità delle distruzioni, non può essere osservata.

Cito solo di passaggio che la stessa ricostruzione degli edifici può essere fatta con gradi di finitura diversi a seconda se si tratti di prime case, che debbo essere realizzate in modo rapido e completo per consentire il rientro dei residenti, o di seconde case che potrebbero essere riconsegnate ai proprietari a un diverso grado di completamento.

Infine qualche considerazione sulla necessità di inserire questi interventi in una strategia generale di salvaguardia del territorio italiano. Certo sarebbe necessario! Ma di questo si sta parlando da decenni senza che nulla venga fatto e parlarne anche stavolta in occasione di un evento distruttivo non promette niente di buono. Il problema è che discorsi seri in proposito presuppongono una modifica radicale dell’approccio a tutte le questioni sociali e economiche in Italia. Occorrerebbe rimettere al centro del dibattito questioni come la programmazione, i piani industriali, il ruolo dell’intervento pubblico nell’economia: tutte parole in odore di socialismo e di sinistra che non si possono pronunciare. Bisognerebbe ribaltare la radicata ideologia, che ci governa da decenni, che lo Stato non è la soluzione, ma il problema.

Mentre noi continuiamo con i salva Italia, le case Italia, viva l’Italia, le TAV, i ponti di Messina, l’autostrada Orte/Mestre e così via. Pensiamo che l’economia e l’occupazione si rilancino, mercificando il lavoro, rendendo più facili i licenziamenti, dando incentivi a pioggia alle imprese (a qualsiasi impresa), distribuendo qualche compassionevole bonus, accentrando i poteri e deprimendo i corpi intermedi.

Solo se ci sarà un radicale ribaltamento di questo modo di pensare e di governare, i discorsi sui piani di risanamento del Paese diventeranno credibili.

d'agostino

Roberto D’Agostino

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