Antonia Pozzi, poetessa, e Francesca Woodman, fotografa. Il mistero di due suicidi del ‘900

MARIO GAZZERI

Ragazze interrotte

Col senno del poi, non sarebbe stato difficile decifrare nei versi della poetessa italiana Antonia Pozzi e nelle fotografie dell’americana Francesca Woodman, le radici profonde di quel malessere esistenziale che le avrebbe condotte entrambe al suicidio, in giovanissima età. La poetessa milanese, figlia di genitori molto in vista negli ambienti della “Milano bene” durante il Ventennio, si tolse la vita a 26 anni, nel 1938, mentre i venti di guerra, lentamente ma ineluttabilmente, si andavano avvicinando al cuore dell’Europa. Francesca, invece, si gettò dal terrazzo di un grattacielo newyorkese a soli 22 anni, nel freddo gennaio del 1981, esattamente trentacinque anni fa.

Antonia Pozzi (idea grafica di Nino Federico)

Antonia Pozzi (idea grafica di Nino Federico)

Una vita bruciata rapidamente

Quando decise di morire, Antonia era già molto nota nei “milieux” letterari non solo lombardi, e varie sue raccolte di versi erano già state pubblicate ed alcune tradotte in francese. Del suo suicidio i giornali non parlarono, fedeli alla consegna del Regime di minimizzare la cronaca nera e di ignorare i suicidi. Gli stessi familiari fecero filtrare la loro opinione sul suicidio di Antonia provocato, dissero, da un cocente delusione d’amore. Ma le cause scatenanti l’impulso suicida sembrano essere state ben altre, sempre che sia concesso ai vivi di interpretare i segreti di chi si dà la morte senza commettere, con questo, un qualcosa che ha quasi del sacrilego. Una vita bruciata rapidamente. A tredici anni già scrive versi di rara finezza e maturità  che pochissimi anni dopo furono raccolti e pubblicati in un primo volume di liriche. A 17 anni, liceale, lascia la casa dei genitori per andare a vivere con il suo professore di latino  e greco. La relazione non poteva non provocare scandalo e i genitori della giovinetta fecero in modo di  troncare l’affaire.

Antonio Pozzi

Il male oscuro

Grande è il dolore di Antonia che in estate si rifugia sulle sue amate montagne nelle Dolomiti del Brenta. Qui, a contatto con le pareti del Brenta e dell’Adamello (siamo nel 1929 e Antonia, che ha 17 anni. diventerà  presto un’ottima arrampicatrice…) la giovanissima poetessa scrive versi di un lirismo  aereo e contemplativo che attireranno l’attenzione di più di un critico. Ma il suo male oscuro la sta scavando nel profondo e le zone nere sembrano contaminare il suo bel poetare. Come si può avvertire nelle sue poesie, dai primi versi di “In riva alla vita” alla breve composizione “Deserto”

Ritorno per la strada consueta

alla solita ora

sotto un cielo invernale senza rondini…

ed io sosto

pensandomi ferma stasera

in riva alla vita

come un cespo di giunchi

che tremi

presso un’acqua in cammino.

Più esplicito il senso del dolore e della fine in “Deserto”, scritta nel ’32:

A notte

ombre di cancelli sulla neve

come ombre di grate

sopra un letto disfatto/ di ospedale.

“Una poesia non si legge, si convive con essa”

Nelle sue ultime poesie ritornano i ricordi idealizzati dei tempi della scuola, mentre il buio sta scendendo nella sua mente.

Non c’era allora

questo trascendere ansante

questo sconfinamento senza traccia

questo perdersi

che non è ancora morire

Le ardue ascensioni sulle pareti del Brenta diventano una metafora della sua vita, sempre più difficile, sempre più stretta. Si aggrappa ai suoi monti come alla sua poesia che diventa la sua stessa vita. Il grande poeta greco Ghiorgos Seferis, anima novecentesca dell’Ellade e, nel 1963, Premio Nobel per la letteratura, disse in un’occasione, secondo quanto ricorda Vittorio Sereni che “una poesia non si legge, si convive con essa”, è parte della tua vita.

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Barbiturici

Due tubetti di barbiturici, aiutano Antonia ad affrontare la dolce morte. Accanto al suo corpo viene trovato un biglietto indirizzato ai genitori. “Papà e mamma carissimi… voi dovete pensare che questo é il meglio. Ho tanto sofferto. Deve essere qualcosa di nascosto nella mia natura, un male dei nervi che mi toglie ogni forza di resistenza e mi impedisce di vedere equilibrate le cose della vita”.

Francesca, la fotografa di Denver che amava l’Italia

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Più sintetico, lucido, terribile, il biglietto d’addio di Francesca Woodman, fotografa dell’anima, americana di Denver cresciuta tra New York e Firenze:

ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza di caffè e preferisco morire giovane preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Usava l’obiettivo con l’abilità di un chirurgo, con la freddezza di un anatomopatologo per fotografare quello che non vediamo. Il nostro inconscio, popolato di visionarie rappresentazioni e sgradevoli percezioni di noi stessi. Francesca, abile disegnatrice che aveva frequentato i corsi della Rhode Island School of Design (RISDI, Providence, con sede anche a Roma, palazzo Cenci), alla matita preferì l’obiettivo per la sua analisi del nostro doppio, ignoto a noi stessi.

Giù dal grattacielo

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Al centro della foto, quasi sempre Francesca rappresentava se stessa, la sua malinconica nevrosi di solitudine, l’incapacità di potersi misurare con un mondo interiore le cui case, spesso miseri tuguri, sono abitate da strani animali, rettili, gigantesche tartarughe. Il suo disperato tentativo di nascondersi dietro carte da parati lacerate, o di fingersi morta, appesa allo stipite alto di una porta sono peraltro da un lato il simbolo di un grave disagio, di una incapacità di vivere in questo mondo, ma dall’altro dei veri e propri capolavori d’arte fotografica che ci fanno amaramente rimpiangere la scomparsa di questa giovanissima artista lanciatasi a 22 anni da un grattacielo, quasi in un ultimo, impotente grido contro l’angoscia che la tormentava.

mario gazzeri

@GazzeriMario

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