Trump enigma per tutti: per Hillary, e anche per… Donald

elephantROBERTO DI GIOVAN PAOLO
Con la candidatura di Donald Trump sembrerebbe essere ritornati (ma forse non è cosi…) a un film già visto nella corsa presidenziale statunitense:da un lato Hillary Clinton che rappresenta la parte democratica più “governativa” e che dovrà mediare le proposte di Bernie Sanders, dall’altro lato il campione del Grand Old Party che difende l’atteggiamento repubblicano più duro, ovvero quello che in realtà deriva,dal punto di vista ideologico, dalla storia ultima del cosiddetto Tea party fino al fondamentalismo cristiano rurale.

In questo senso la lettura della maggior parte dei giornali in questi mesi ha cercato riferimenti al passato e di conseguenza ha provato a confrontare lo scontro tra Trump e la dirigenza repubblicana più stretta del partito scegliendo come parametro comparativo quella che fu la battaglia tra Barry Goldwater e Nelson Rockefeller nel 1964 con la contrapposizione di una visione più o meno dura del conservatorismo politico statunitense; ma è veramente così?

Certamente non siamo ai tempi di Ronald Reagan e dell’appoggio di Jerry Fallwell e della costituenda Moral Majority ma la parola fondamentalismo ha comunque un grosso significato nelle fila repubblicane soprattutto per le sue nuove (e nel passato impensate e impensabili) implicazioni internazionali che sembra essere anche il punto più difficile da affrontare per Trump, soprattutto in comparazione con la esperienza accumulata da Hillary Clinton.

È a livello internazionale infatti che il fondamentalismo (certamente di altra natura, parliamo di fondamentalismo islamico oggi) sembra essere il nuovo “impero del male” di reaganiana memoria e con esso dovrà confrontarsi Trump, almeno nella predisposizione di un programma di governo convincente, a partire dalla Convention repubblicana.

Spiegare che si è contro il fondamentalismo in genere è più semplice per un candidato democratico e “liberal”, rispetto a quanto deve ed eventualmente dovrà fare un candidato repubblicano che voglia prendere i voti dei “suoi fondamentalisti” ma a scapito dei fondamentalismi presenti oggi nel mondo islamico e non solo!

E di fatto gli episodi di violenza che si sono verificati negli Stati Uniti, in particolar modo quelli legati a un singolo che entra in una scuola o altro luogo popolare e spara all’impazzata, sembrano richiamare ogni tipo di fondamentalismo, contribuendo alla confusione culturale e politica, al di là dell’ovvio sdegno e dolore per le vite comunque spezzate.

Hanno buon gioco coloro che notano come gli atteggiamenti culturali del fondamentalista islamico che ha sparato nell’ ultimo, tragico episodio di Orlando, si equiparano di più a quello che è l’atteggiamento del fondamentalismo cristiano ultranazionalista del sud degli Stati Uniti piuttosto che a qualcosa di estraneo alla storia e alla cultura degli Usa.

Il nemico che sembra essere ”di fuori” continua insomma a venire anche “da dentro”. Una complessità nota ai cugini europei, britannici e non solo, ma che riesce difficile e indigesta negli Stati Uniti.

Contro il multiculturalismo; contro gli omosessuali, contro le politiche sociali e le altre libertà civili garantite da costituzione e leggi statunitensi: queste le posizioni dell’ultimo fondamentalista “solitario” che ha attaccato gli Usa a Orlando lo scorso 12 giugno provocando cento morti e oltre cento feriti; e paradossalmente le sue opinioni sembrano integrarsi perfettamente con quello del fondamentalismo cristiano e la sua tradizione di contestazione, in alcuni casi anche violenta (non fino a questo punto di strage ma anche con una scia di sangue di uccisione di medici e infermiere considerate”pro-choice”, ovvero che applicavano la legge federale sull’ aborto…), che ha caratterizzato soprattutto negli anni ottanta e novanta dello scorso secolo la presenza carsica di questa corrente religiosa sorta negli Usa praticamente dall’arrivo della nave dei Padri Pellegrini. Per non tacere di Oklahoma City (1995), attentato ascrivibile appunto al fondamentalismo ultranazionalista e “antifederale” (nel senso di Washington e i suoi poteri) che fece ben 168 morti (19 bambini) e 680 feriti, commesso da un gruppo capitanato da un reduce della guerra del Golfo, Timothy McVeigh.

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Se si analizzano i comportamenti – descritti dai giornali statunitensi e di un po’ tutto il mondo – del ventinovenne americano di origini afghane Omar Seddique Mateen e quelli contraddittori del padre che, da un lato, in alcuni suoi interventi invita al radicalismo islamico e, dall’altro lato, parla come un “cittadino conservatore integrato” grazie al suo lavoro, si nota che di fatto c’è un certo avvicinamento di posizioni (involontario forse), e che è possibile, almeno dal punto di vista culturale, accostare i due “fondamentalismi”, e difatti la parola fondamentalismo è quella che li connota maggiormente.

Il fatto che Omar Seddique Mateen abbia giurato fedeltà all’Isis nella sua dichiarazione alla polizia che cercava di rompere l’ assedio aggiunge – per quanto importante il riferimento per “lupi solitari” che cercano anche in extremis di trovare un loro “branco”- solo un elemento contestuale momentaneo che non cambia la situazione di fatto: e cioè che un diverso background culturale con sue proprie radici riesca a integrarsi perfettamente con quelle del fondamentalismo cristiano degli stati del sud degli Stati Uniti d’ America.

Basta leggersi le rivendicazioni tragiche degli attentatori e il loro percorso di cattive sociali e familiari, spesso con donne troppo indipendenti rispetto all’ impostazione ultrareligiosa, oppure soffermarsi sulle impostazioni di spiegazione scientifica dell’organizzazione politica del mondo e le modalità di didattica che dovrebbero adottare le scuole islamiche, per scoprire punti di contatto con un “classico” fondamentalismo cristiano del Sud che si è distinto dagli anni sessanta del post Lyndon Johnson in poi come un mondo sia alieno alle “nuove” teorie scientifiche darwiniane (e certamente ancor di più a quelle moderne) sia incline al “creazionismo”.

Non c’è molto da deridere considerando le molte cause legali, anche fino alla Corte suprema, che hanno caratterizzato questo scontro culturale e che sembrano riproporsi attraverso bocche e visioni diverse, ma convergenti, del “moderno” fondamentalismo islamico.

Si tratta ora di vedere se queste radici tipicamente statunitensi, e che hanno uno storico incontro con le battaglie politiche dei repubblicani, non rischino di fungere da terreno di coltura, anche inconsapevole o involontario, per una diffusione di “sentiment” anti stato; e infine se questo modo di sentire il rapporto tra il territorio, la propria casa, la “log cabin” alla Thoreau per intenderci, lontana dalla “peccaminosa” Washington–Sodoma e Gomorra, incida nella politica certamente “anticasta” e populista di Trump che s’inquadra in un sentimento ormai universalmente noto a ogni latitudine (e bisognerebbe anche a questo proposito forse interrogarsi su responsabilità e lasciti del famoso “movimento di Seattle”, antiglobalizzazione “senza se e senza ma”).

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Innanzitutto questo rapporto col fondamentalismo è sempre stato presente nel Partito repubblicano quasi dalla sua nascita, ma le loro posizioni non sono così importanti nel Paese fino agli anni Venti del ‘900 e alla contrapposizione a Roosevelt e al New Deal e poi fino agli anni Cinquanta e Sessanta, quando il movimento si dà una struttura organizzata anche rispetto a quello che fa la conferenza delle chiese protestanti.

Esplode poi come movimento politico con Jerry Fallwell durante il periodo reaganiano ed è un elemento di base non solo per la costruzione politica della teoria che porta al noto ragionamento sull’impero del male a partire da una categoria morale mai applicata prima rispetto al giudizio economico sul comunismo ma anche più tardi, quando questa stessa categoria è applicata nella guerra all’Iraq. Senza contare le radici nel dibattito aspro sulla musica rock e la musica in generale e soprattutto la presenza all’interno dei film statunitensi che cercano, dopo la fine della seconda guerra mondiale e poi di Corea e del Vietnam, un riferimento per il nemico che possa essere credibile dopo l’epilogo dell’era spionistica con la fine della guerra fredda. Il conflitto nei paesi arabi, con gli “stati canaglia” e il terrorismo da loro suscitato, riporta ben presto in auge la definizione dell’Impero del Male e di Armageddon (il giudizio finale tra il bene ed il male… Metafora plurireligiosa che torna e ritorna….ndr), solo che ormai, a questo punto, si tratta , con l’avvento del fondamentalismo islamico, di una definizione “ a specchio”.

La presenza dell’apporto culturale alla politica rimane alto anche dopo Reagan e nonostante l’avvento del Tea Party sia un tentativo di virare verso un più presentabile conservatorismo liberista di tipo soprattutto economico.

Difatti anche nella campagna elettorale che portò George Bush junior alla presidenza Karl Rove,suo stratega utilizzò l’ idea chiave della Salvezza e Rinascita applicata a un uomo politico considerato un non ideologo, debole culturalmente e con molti vizi del passato (e forse del presente di allora) tra cui droghe e alcool; la forza di quella campagna elettorale divenne proprio la debolezza insita nel candidato: la religione del born again (dell’ uomo rinato) ci dimostra che un uomo “comune” (…tuttavia figlio di un ex presidente degli Usa ed ex direttore della Cia, ma nessuno è perfetto…ndr) anche se soggetto all’alcolismo, la depressione e la droga era riuscito comunque trovare il modo di risolvere i suoi problemi personali attraverso il fattore religioso e questo fu utilizzato fortemente per dimostrare che “uno di noi”, “uno qualunque”, anche affetto da comportamenti sbagliati, può diventare presidente della potenza politica maggiore del mondo.

Tutta l’ideologia fondamentalista si basa su valori della famiglia ma anche, nella stessa famiglia , personale o umana, della presenza di “pecore nere” che possono divenire anime elette, se “chiamate” a rinascere, in questa vita o avendo 77 vergini nel paradiso futuro…

Questa certezza di rinascere e di trovare una famiglia (un branco, un gruppo, una brigata di combattimento…) annullano la paura di essere abbandonati: la condizione di sofferenza del singolo in cui vivono “i peccatori”, coloro che cedono al “grande Leviatano” del governo federale oppure al consumismo occidentale privo di valori… È evidente la comune matrice della necessità di agire, anche tragicamente, anche disperatamente, in un mondo completamente disarticolato dal punto di vista ideologico.

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Il Revivalismo dei tendoni piantati nel nulla sin dai tempi della “grande corsa al West” e tramandatici fino alle chiese enormi e fastose che nel boom televisivo degli anni Ottanta trovano audience e ascolto sia nei singoli che inviano un dollaro da casa telefonando al numero in sovraimpressione mentre il telepredicatore fa cadere in trance altri rinati-born again, ma anche nelle potenti orecchie di Ronald Reagan ha trovato nel repubblicanesimo politico da sempre casa e di questa natura intrecciata con la storia americana, dalla confederazione della Secessione alle lotte civili degli anni Sessanta, recano traccia letteratura e film, finanche all’ultima delle serie  diffusa in questi ultimi due anni: True Detective, la prima annata in particolare, con Matthew McConaughey e Woody Harrelson ambientato nel sud magico, religioso, settario e appiccicoso di caldo e di natura incontaminata talvolta dalla fondazione oppure irriguardosamente violentata come le vite solitarie e sbandate di uomini che attendono la loro salvezza, o almeno, un annuncio di personale salvezza mentre la società li emargina e li deride o racconta altre storie, troppo diverse dalle loro, dall’ alto – per così dire – delle tv e oggi di internet.

Non sembra il racconto della vita di uno qualunque degli emarginati di banlieue, delle city di immigrazione di seconda e terza generazione, dove non si conosce più il luogo di provenienza ma si sa per certo, per esperienza di vita vissuta, di essere diversi ed emarginati dal contesto praticamente ogni giorno?

Il che porta fino ai giorni nostri, cioè al confronto con l’Isis e con il Califfato ( Daesh e alleati.) e con coloro che non vogliono avere una relazione diplomatica con gli Stati Uniti, a fronte della paradossale considerazione che il riferimento maggiore degli Stati Uniti nella zona orientale è da sempre l’Arabia Saudita patria del movimento Wahabita (ovvero la base anche storica del fondamentalismo islamico).

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Il dato importante per tornare direttamente alle domande che ci siamo posti sul ruolo del fondamentalismo cristiano nel Partito repubblicano e nelle sue scelte di voto rispetto a Trump e della sua influenza sul futuro candidato alla presidenza è che oggi il fondamentalismo cristiano all’interno degli Stati Uniti sicuramente incide molto meno dal punto di vista della presenza mediatica o dal punto di vista dell’autorappresentazione rispetto gli anni di Reagan, e questo porta certamente a un impegno diretto minore, e dunque a minori iscrizioni al voto. Cosa di non poco conto in un Paese dove ci s’iscrive apposta per votare, e magari solo in una occasione nella vita…

Ma, come abbiamo visto, esso può essere un terreno impensato di coltura per l’incrocio e l’integrazione per tutti i fondamentalismi presenti e in campo, soprattutto per la capacita di orientare e costringere i due candidati sul terreno delle proposte programmatiche e delle loro dichiarazioni…

Per intenderci, non c’è dubbio che Donald Trump rappresenti più il frutto delle campagne del cosiddetto Tea Party, urbano e modernizzatore, ancorché non un movimento-monolite, che non le preoccupazioni delle classi rurali della Bible Belt, ma quando non segue il ragionamento familistico e tradizionalista religioso dei fondamentalisti islamici, così come ha sempre scelto di ignorare quello dei fondamentalisti cristiani statunitensi, trova comunque un modo di interrogare il “suo” elettorato sollecitandolo nel campo della difesa a ogni costo dell’emendamento arcinoto sulla liceità e il diritto di portare un’ arma negli Usa.

Promette vendetta e cacciata dell’immigrato non richiesto non solo illegale ma ci va con i piedi di piombo quando gli ricordano che il mix peggiore è quello fondamentalista/arma da guerra liberamente acquistata.

Si barrica sull’emendamento iper “liberista” del “laissez faire” anche se si capisce lontano un miglio che vorrebbe occuparsi di economia piuttosto che di quattro voti Hillbilly della Bible Belt o degli Stati del Sud, per quanto decisivi possano essere.

E dunque , se volessimo por termine ai nostri interrogativi si potrebbe dire che il fondamentalismo cristiano Usa vive un momento di crisi dovuta a più fattori: il rischio – da alcuni ben percepito – di essere brodo di coltura per una sorta di “eterodossia dei fini”; l’indebolimento reciproco – nella polemica e nella sfida – con il Tea Party che ha però dalla sua la forza di aver generato il populista più liberista, e in parte libertario, che il suo schieramento abbia mai generato e nello stesso tempo l’anticasta populista meno rurale e meno legato al suo territorio che vi sia negli Usa: in buona sostanza un populista che non ama molto il “suo” popolo o almeno non si lascia influenzare.

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Questo disegna un candidato repubblicano poco incline a cedere a ricatti elettorali, che siano nel campo a lui lontano dei valori e dei proclami come a quelli, a lui più congeniali delle grandi scelte energetiche o del rispetto (o della denuncia…con Donald Trump è possibile…) dei Trattati a cui gli Usa hanno faticosamente adempiuto, come quello di Kyoto e più ancora in futuro, se il futuro dovesse chiamarsi Trump, alle richieste su ambiente ed energia disposte dalla Cop 21 di Parigi.

Un uomo libero, ai limiti della rozzezza e grossolanità ( appositamente?) esibita, Donald Trump, ma di certo non un leader repubblicano classico, dipendente dal fondamentalismo religioso e valoriale.

Una “rottura” che può cambiare definitivamente in un senso o in un altro il Grande Vecchio Partito Repubblicano degli Usa.

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