“Venezia chiama Boston”. ytali. conversa con gli autori, Busacca e Rubini

GIUSEPPE SACCA’
Oggi, giovedì, in piazzetta Battisti, al Festival della Politica, alle ore 18 si presenta il libro fresco di stampa “Venezia chiama Boston. Costruire cultura, innovare la politica” di Maurizio Busacca e Lucio Rubini edito da Marcianum Press. Il libro suggerisce azioni capaci di rilanciare lo spazio metropolitano prendendo a oggetto principale dell’analisi Venezia e le politiche culturali pensate e realizzate in città negli ultimi 25 anni.

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Presentare al Festival della Politica una pubblicazione che mette al centro la cultura come motore di rigenerazione dello “spazio pubblico inteso come spazio politico” (così nella quarta di copertina del libro) appare particolarmente azzeccato considerando che, da quando è nato, il Festival si propone come pratica concreta di rigenerazione di alcuni spazi della città utilizzando la cultura all’insegna dell’approfondimento politico. Inoltre nel libro “Venezia chiama Boston” si possono trovare spunti interessanti per immaginare politiche culturali atte a contrastare le paure e le insicurezze generate dallo scenario internazionale e da anni di crisi economica che sono il tema principale di questa edizione. Un libro che dialoga idealmente con l’appuntamento di apertura del Festival, ossia la presentazione del progetto G124 incentrato su Marghera guidato da Renzo Piano, progetto anch’esso all’insegna della riqualificazione di spazi pubblici ed edifici abbandonati grazie all’impegno di diverse associazioni/gruppi informali di cittadini a forte trazione culturale.

Lucio Rubini

Lucio Rubini

Maurizio Busacca

Maurizio Busacca

Ma veniamo al libro che qui presentiamo grazie a una chiacchierata con i due autori. Il libro parte dalla politiche culturali, ma allarga spesso e volentieri lo sguardo tanto che le politiche culturali sono lo strumento per aprire una riflessione più ampia su passate e futuribili “idee di città”. Prima di tutto è importante capire gli autori cosa intendano per innovazione sociale visto che questa locuzione si ritrova spesso nel libro perché è, secondo gli autori, proprio attraverso processi capaci di generare innovazione sociale che si può riportare la comunità al centro del rilancio dello spazio pubblico e quindi anche in campo culturale generare esternalità positive, sociali ed economiche.

MB-LR: Quello che all’inizio ci ha spinto a scrivere il libro è stata una certa insoddisfazione per alcune dinamiche cittadine. Abbiamo sentito la necessità di cercare delle forme di conoscenza che potessero aiutarci a sciogliere alcune questioni ed ecco l’innovazione sociale. L’innovazione sociale, per come la intendiamo noi, è strettamente legata ai processi che la società si dà per creare qualcosa di nuovo, di innovativo appunto. La gestione dei processi è la chiave per portare a cambiamenti interessanti che in principio non esistevano. Come abbiamo inteso utilizzare nel libro questa espressione è una delle provocazioni principali della pubblicazione: abitualmente innovazione sociale è collegata alle start-up, al mondo delle invenzioni e alla creazione di prodotti e servizi che dovrebbero rispondere a fenomeni sociali più meno manifesti. Noi la intendiamo in maniera differente, più estensiva e pervasiva. Nel libro c’è una bella definizione di innovazione sociale di Agostino Riitano: “L’innovazione sociale non è una visione della politica è la profezia dei cittadini che si rifondano”. Quindi l’innovazione sociale è un processo nel quale una serie di attori sociali e culturali e le istituzioni si ingaggiano reciprocamente sulla base di obiettivi condivisi e precisi. La logica è far entrare tanto i saperi comuni quanto i saperi esperti all’interno di un processo che ha l’obiettivo di far ibridare le diverse esperienze. Secondo noi è anche importante definire cosa s’intenda per “cittadini”, spesso il dibattito su questo tema è molto superficiale, s’inneggia a una sorta di innocenza del cittadino che mai si è occupato di cosa pubblica e quindi non corrotto, puro. Per noi tutti i saperi devono entrare in gioco, anche il sapere politico.

Il libro ha una caratteristica precisa, raccoglie racconti di buone pratiche (personalmente sono stato molto colpito dal racconto di Agostino Riitano sull’esperienza di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, ma troviamo anche esperienze da Palermo e da Bologna), testi dal profilo strettamente accademico (Francesca Gelli e Michelangelo Savino) e la sintesi degli autori che cercano di tirare le fila sulla realtà veneziana partendo dalla più stretta attualità, ossia dall’analisi della campagna elettorale di Brugnaro e dai sui primi atti. Siamo quindi davanti a un prodotto ibrido con tutti i rischi che comporta. Perché questa scelta che rischia lasciare “Venezia chiama Boston” orfano di un lettore preciso?

MB-LR: È un rischio voluto, cercato fin dalle prime discussioni sull’architettura del libro. In testa avevamo un’idea precisa: se vogliamo sostenere il bisogno di produrre conoscenze ibride, allora anche il libro deve accettare questa sfida. Fin da subito abbiamo cercato di mantenere il libro aperto a diversi linguaggi per cercare di mettere assieme saperi e sensibilità diverse. Tutto ciò, hai perfettamente ragione, porta a diversi “sbalzi” nella lettura che noi cerchiamo di gestire con i nostri interventi scritti tutti a quattro mani. Del resto ci piaceva avere dai quattro operatori culturali che abbiamo interpellato un racconto molto personale della loro esperienza, ma anche porre delle basi solide ai ragionamenti presenti nel libro e in questo gli interventi più propriamente accademici sono fondamentali. Inoltre noi non siamo ricercatori puri seppur abbiamo rapporti stretti con le università cittadine, ma tutti i giorni ci confrontiamo in prima persona con le dinamiche cittadine, ci sentiamo più operatori che studiosi. In definitiva il libro rispecchia ciò che facciamo tutti i giorni, ossia agiamo in prima persona interrogandoci costantemente sulle basi teoriche del nostro lavoro. Infine ci guida una riflessione ben precisa che si basa su due punti che hanno contraddistinto le politiche della città almeno negli ultimi venti-trent’anni: nel costruire le politiche pubbliche ci si è finora affidati a due impostazioni. La prima è quella dei “professori”, alle loro analisi e alle loro soluzioni. L’esempio forse più famoso è quello del convegno “Idea di Venezia”, alla fine degli anni Ottanta, dove parlano solo professori che ne azzeccano qualcuna e ne sbagliano un bel po’ sul futuro della città. La seconda è quella del “cittadino comune”, basta leggere la rassegna stampa degli ultimi anni dei principali quotidiani locali per trovare anche qui analisi e soluzioni di senso comune, che a loro volta ne azzeccano qualcuna e ne sbagliano un bel po’. Noi cerchiamo di ibridare diversi linguaggi, se vuoi in perfetta coerenza con quando dicevamo sull’innovazione sociale.

Il titolo del libro riprende uno degli slogan utilizzati da Luigi Brugnaro durante l’ultima campagna elettorale. Una immagine evocativa di una città, Boston, che coniuga forte carica attrattiva per l’esistenza di un importante polo formativo e un’offerta occupazionale molto qualificata. Tutto ha inizio in un famoso – per chi segue la politica veneziana – dibattito su TV7 tra Brugnaro e Casson, dove l’attuale sindaco lancia l’idea del “modello Boston”. Non un’idea nuova. Di Venezia città degli studi oppure Venezia città dell’innovazione, se ne parla almeno dagli anni Sessanta. Ma Brugnaro, secondo gli autori, ha il merito di presentarla e cavalcarla egregiamente. E vinte le elezioni mantiene la delega alla Cultura. È ancora troppo presto per dare dei giudizi sull’azione di Brugnaro considerando che è sindaco da poco più di anno, ma gli autori hanno visionato i documenti pianificatori del Comune a partire dal Piano Esecutivo di Gestione e quindi vorrei chiedergli se si può ravvisare una coerenza tra la campagna elettorale e questi documenti ufficiali.
MB-LR: Lo slogan presentato durante la campagna elettorale ha funzionato visto come sono andate le elezioni, ma a noi aveva colpito fin da subito anche perché il modello Boston richiama una forte vocazione metropolitana di un territorio che mette al centro la formazione dei giovani, formazione non solo culturale ma anche sportiva come è d’uso negli Stati Uniti. Insomma racchiudeva in sé diverse suggestioni. Nei documenti ufficiali questo modello è richiamato in più punti, ma in maniera molto frammentaria sostanzialmente non riuscendo a diventare regolativo dell’azione amministrativa. Insomma si è un po’ annacquato. Anche se spesso Brugnaro ci pare lo riprenda. Ad esempio quando Renzi vieni in visita lo scorso ottobre. E la narrazione fucsia oltre a Boston si arricchisce strada facendo di altre Venezia possibili, ad esempio Venezia come Manhattan (per Porto Marghera) o Venezia come Lisbona (per risolvere i problemi di campo Santa Margherita). Sicuramente dal punto di vista comunicativo Venezia come Boston riattualizza questa idea di Venezia città della cultura che, come richiamavi, è presente soprattutto per la città storica dagli anni Sessanta ed è molto evocativa e facile da raffigurare: giovani altamente formati che poi hanno acceso a occupazione altamente remunerate, e quindi, a cascata, dei vantaggi per la città nel suo insieme (commercio, mercato immobiliare, ecc.). Il sindaco è stato bravissimo a costruire un racconto basato su obiettivo condivisibile. Ma gli atti nel campo culturale rientrano nella tradizionale logica del consumo culturale piuttosto che della produzione. Si cerca di assemblare quello che c’è nella maniera migliore possibile, o ritenuta tale, non di creare le condizioni perché nascano reali innovazioni.

Veniamo al centro-sinistra veneziano. Un ciclo si è chiuso e, seppur conclusosi da poco e contraddistinto da fasi differenti, è più facile dare dei giudizi più circonstanziati. Io ho ravvisato due critiche molto puntuali nel libro. La prima: la sinistra ha interpretato il prodotto culturale in termini tradizionali, ossia mostre, convegni, concerti, ecc. sottovalutando totalmente quelle produzioni e produttori culturali capaci di dialogare con le attività produttive e quindi sono mancate azioni di supporto a processi di innovazione economica e sociale. Inoltre ha curato i rapporti con il mondo della cultura con una eccessiva “burocratizzazione dell’azione politica”, diciamo un approccio illuministico attento a consolidare una situazione data piuttosto che creare percorsi innovativi. Critiche pesanti nel merito di cosa la sinistra abbia inteso per cultura e nel metodo di governo. Non riusciamo proprio a salvare niente?
MB-LR: Per capire cosa c’è da salvare sarebbe necessario parametrare i risultati agli investimenti fatti. Qualche risultato è di certo stato ottenuto. Soprattutto in terraferma gli interventi sono stati diversi, basti pensare al Candiani, al restauro del Toniolo, alla biblioteca civica solo per restare nelle zone centrali di Mestre. Per Venezia città storica il discorso si complica notevolmente, ha dinamiche del tutto differenti dove la dimensione locale e quella internazionale si intrecciano in modo inestricabile ed è più difficile la governabilità. Se però dovessimo tentare di tracciare il fil rouge, questo è che ad alcuni soggetti è stato permesso di operare con grandi disponibilità economiche e per periodi di tempo molto lunghi. Oggi qualcosa si è smosso. Ma, tanto per essere molto chiari, non ci pare che la logica delle cose sia cambiata poi molto con il cambio d’amministrazione. La logica di governo ci appare la stessa o comunque molto simile. Sembrano cambiare i beneficiari, ma per il resto… La vera differenza è che una volta l’amministrazione poteva sovvenzionare oggi, data la situazione economica, può solo patrocinare.

Insomma, rifacendosi al discorso iniziale sull’innovazione sociale e da quello che state dicendo avete una idea molto chiara di come dovrebbero essere oggi le politiche culturali del Comune. Non funzionano quindi gli uomini soli al comando ma nemmeno il monopolio della pubblica amministrazione. Quindi si suggerisce una grande attenzione ai processi e alla capacità di allargare la dimensione culturale ibridando ambiti e prodotti. Se per far questo la politica deve mutare radicalmente le forme di esercitare il proprio ruolo (vale per la destra come per la sinistra) deve trovare però una città pronta a giocarsela. Secondo voi ci sono queste condizioni? Pensiamo all’università che è imprescindibile per il modello Boston. Nella storia veneziana ci sono stati intellettuali/professori che interagivano quotidianamente con la città, entravano nel dibattito. Sono molti i nomi che mi vengono in mente, uno su tutti Bepi Mazariol. O Wladimiro Dorigo. Nel libro compare sul tema un pezzo di Michelangelo Savino che affronta questo tema e non mi pare proprio che i giudizi siano lusinghieri.
MB-LR: Qui a nostro parere c’è un problema più nazionale che veneziano. Le riforme che si sono susseguite nell’ultimo decennio e più hanno potenziato la dimensione aziendale indebolendo altri aspetti. Oggi la principale preoccupazione è fornire corsi che possano vivere sul mercato e con un carico amministrativo per i professori molto forte.

Però Boston in quest’ottica è perfetta. La formazioni universitaria americana ha tra i suoi punti di forza “stare sul mercato”
MB-LR: E qui troviamo la vera critica al modello Boston richiamato da Brugnaro. Non si può infatti prendere un modello e appiccicarlo a Venezia. La radiazione metropolitana e federalista degli USA è totalmente differente dalla tradizione urbana e amministrativa europea e ancora di più italiana. Al di là del contesto metropolitano sono proprio diversi i rapporti istituzionali presenti in Italia: non c’è un dialogo rettore-sindaco capace di racchiudere i rapporti tra università e amministrazione, in Italia i rapporti tra istituzioni sono molto più complessi e chi volesse governare senza tener conto di questa realtà, andrebbe incontro a cocenti delusioni. Il dialogo tra diversi soggetti è molto, molto difficile, nei fatti non c’è riconoscimento reciproco. Le università veneziane, basti pensare solo al turismo, hanno prodotto tonnellate di studi, perfino degli spin-off universitari, eppure nulla di questo lavoro è passato all’amministrazione. Queste soluzioni/ipotesi di lavoro non sono ritenute tali dalla politica, e qui ritorniamo alla tua prima domanda su cosa sia l’innovazione sociale ossia una modalità di governo nella quale una serie di attori sociali, culturali, istituzionali reciprocamente si ingaggiano sulla base di obiettivi condivisi e precisi. Fino alla metà degli anni Novanta in qualche modo c’è un rapporto università-amministrazione poi salta. Secondo noi l’esempio palpabile a Venezia della rottura completa del rapporto è dato dalla chiusura del COSES che per molti temi fungeva da anello di congiunzione.

Nel libro non affrontate il tema dello stato di salute di associazioni/fondazioni culturali. Ma entrambi conoscete bene il tessuto culturale cittadino e quindi vorrei domandarvi se secondo voi questi attori potrebbero essere pronti ad accettare le regole di ingaggio che voi tratteggiate o, come per l’università, è tutto il Sistema Venezia a dover cambiare pelle.
MB-LR: Stiamo vivendo un passaggio importante. Nel libro lo scriviamo: la discontinuità politica è una opportunità per la cittadinanza culturale. Male o bene siamo arrivati da una situazione di appiattimento che andava bene a chi governava e al tessuto culturale che da lì “pescava”. Quei rapporti non ci sono più, quella stasi, quella quiete dovrebbe rompersi. Una volta quando parlavi di teatro, di arte contemporanea ecc. sapevi perfettamente quali erano gli interlocutori. Oggi non è più così. Il momento è giusto, si è aperta una finestra di opportunità, nuovi soggetti possono battere la porta e dire “ci siamo anche noi”. Inoltre l’acqua è arrivata alla gola, le forme di finanziamento sostanzialmente si sono azzerate rimangono piccoli rivoli dalla Regione o dal MIBACT. Ma veramente poca cosa. Anche questa è una spina che pungola gli operatori. Ma francamente ci sembra che la porta si stia chiudendo velocemente, infatti quello che noi proponiamo, ossia nuove regole di ingaggio accettate reciprocamente dall’amministrazione alle associazioni/istituzioni culturali, funziona solo se c’è una idea chiare di città, tanto condivisa, quanto capace di “mobilitare” una comunità cittadina. Torniamo al modello Boston: è un modello preciso, se fosse condiviso e portato avanti in maniera coerente tutti gli attori saprebbero come relazionarsi a tale idea, il campo sarebbe perimetrato per tutti e su quello tutti potrebbero decidere se giocare o meno la partita. Ma oggi, come abbiamo detto, gli slogan non si sono tradotti in atti amministrativi concreti. Capacità di visione e comunicazione sì, capacità di progettazione molto debole. C’è una totale mancanza di fiducia, non solo da parte della politica, in determinate progettualità, c’è una mancanza di fiducia collettiva che provoca uno stallo molto pericoloso. Così l’operatore culturale dà colpa al Comune, il Comune agli operatori culturali e così via. Tutti sono molto concentrati sul governo dell’oggi, ma francamente non vediamo grandi idee sulla città del domani.

PS.: ci preme segnalare come il libro sia un prodotto editoriale interessante anche per una bella copertina designata da Small Caps, una realtà imprenditoriale-culturale veneziana da tenere d’occhio.

Giuseppe Saccà

Giuseppe Saccà

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