Presunti innocenti nella gabbia dell’indifferenza

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Dal film “Sin City”, 2005

GIORGIO FRASCA POLARA
Nelle carceri italiane crescono i presunti innocenti, cioè i detenuti in custodia cautelare, in attesa di processo. Sono più di un terzo di tutti i reclusi. E sino a sentenza definitiva vale per loro il principio costituzionale che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. È questo il dato più impressionante del Pre-Rapporto 2016 dell’Associazione Antigone sullo stato delle carceri, oggi. Ma non è l’unico elemento di allarme: per la prima volta da un biennio, si registra un aumento dei detenuti: dai 52.754 del 30 giugno 2015 ai 54.072 alla stessa data di quest’anno. Nel giro di dodici mesi una crescita di 1.318 unità. Ricordiamo che la capienza regolamentare delle carceri italiane è, secondo il ministero della Giustizia, di 49.701 posti.

Ora attenzione: i detenuti in custodia cautelare erano, tre mesi fa, 18.908 (34,9 per cento della popolazione detenuta), contro i 17.830 (33,7 per cento) del giugno dell’anno scorso. È qui – nell’aumento di 1.078 detenuti in attesa di giudizio – la spiegazione pressoché al millimetro della crescita globale della popolazione detenuta. Si badi che i numeri crescono a legislazione invariata e nonostante non crescano i numeri delle denunce prevenute all’all’autorità giudiziaria.

È interessante una scomposizione del dato sui presunti innocenti, cioè in attesa di una sentenza definitiva la cui attesa, spesso, si prolunga per anni. Sempre al 30 giugno 2016 erano 9.120 i detenuti in attesa di primo giudizio, contro gli 8,.878 dell’anno precedente. I detenuti appellanti 4.566, contro i 4.618 del 2015. I ricorrenti in Cassazione 3.841 contro i 3.107 di un anno prima. E infine 1.381 sono i detenuti con più posizioni giuridiche contro i 1.227 dell’anno procedente. Totale i 18.908 di cui si è già parlato.

Ma il pre-rapporto di Antigone fornisce un altro dato significativo: lo stato di applicazione delle misure alternative, cioè l’affidamento in prova ai servizi sociali, o la semilibertà, o la liberazione anticipata o infine la detenzione domiciliare. Al 30 giugno scorso erano 23.850 le persone nei cui confronti sono state applicate misure alternative; erano 23.377 un anno prima. C’è una lieve crescita, che è la tendenza comune anche agli anni precedenti, ma i numeri rimangono tuttavia troppo bassi rispetto alle potenzialità. La conferma? Nel 2015 solo lo 0,79 per cento delle persone che scontavano una misura alternativa al carcere ha commosso un nuovo reato; era stato lo 0,76% nel 2014 e lo 0,92 nell’anno precedente. Percentuali dunque irrisorie, a testimonianza del fatto che investire nelle misure alternative conviene, non mette a rischio la sicurezza e infine riduce le spese di giustizia.

Giorgio Frasca Polara

Giorgio Frasca Polara

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