Perché un giornalista che copia è osannato in Italia

Se andate su Google News, con la parola plagiarism, troverete un’infinità di casi attuali di plagio in varie parti del mondo, dei quali si discute. La vicenda più recente, che fa scandalo, riguarda la scrittrice sudcoreana Shin Kyung-sook, che, scoperta, ha ammesso di avere copiato abbondantemente, in un suo racconto dell’ormai lontano 1996, Legend, il romanzo Patriotism del giapponese Yukio Mishima.

In America il problema del plagio tra gli studenti universitari è un tema che preoccupa assai ed è ampiamente discusso. Nell’era di internet copiare è facile, e la tentazione di farlo è forte, ma è altrettanto facile scoprire i casi di plagio.

Non solo gli universitari. Una firma e un volto celebre del giornalismo scritto e televisivo, Fareed Zakaria è stato sospeso un paio d’anni fa per un lungo periodo dalla Cnn e da Time dopo essere stato scoperto come abituale manipolatore di fatti e come plagiarist.

Il fact checking e il double-checking, la verifica dei fatti riportati in articoli e in libri, è una buona pratica del giornalismo e dell’editoria americana, anche per la tutela legale della testata e della casa editrice, ma ciò nonostante sono abbastanza frequenti i casi di alterazione, invenzione e copiatura. Quando sono scoperti, sono guai per chi ci capita.

A volte basta anche solo enfatizzare un resoconto giornalistico, per renderlo più sexy, e si finisce nella gogna. È quel che è capitato alla star di NBC, Brian Williams, sospeso per sei mesi dalla conduzione del tg più seguito d’America NBC Nightly News per aver “esagerato” un suo reportage nella guerra in Iraq del 2003. Dodici anni dopo qualcuno se ne’è accorto, ed ecco la condanna.

In Germania, la ministro dell’istruzione Annette Schavan si dimise nel 2013 in seguito all’annullamento della sua tesi di dottorato, discussa una trentina d’anni prima, da parte della sua università, Heinrich Heine, a Dusseldorf. Un blogger aveva scoperto che il testo conteneva almeno una sessantina di passaggi privi delle fonti ed evidentemente copiati.

In Italia? Si sa che nelle scuole e nelle università il problema ha ormai dimensioni epidemiche. Ma se ne parla? Sembra di no. Perché? Si può ipotizzare, malignando, che, andando a frugare nel mondo accademico, si scoprirebbero chissà quante magagne. Idem in altri campi, in particolare in quello dei media.

Evidentemente copiare non è considerato un misfatto, al massimo un peccato veniale. D’altra parte, in nessun altro paese al mondo il corredo bibliografico nei libri, anche di studiosi stimati, è spesso povero, sciatto, addirittura inesistente. E a chi segue la politica internazionale capita spesso di fare sobbalzi di meraviglia, leggendo le corrispondenze di pregiatissimi giornalisti di lungo corso che attingono a piene mani da altri giornali senza mai citarli. E dire che chiunque oggi va sui siti giornalistici di tutto il mondo e legge gli stessi articoli che leggono i giornalisti. Un tempo, se eri a New York, chi mai avrebbe saputo che prelevavi interi brani del NYT appropriandotene disinvoltamente? Quanti gloriosi corrispondenti della vecchia guardia lo facevano?

Chissà perché, citare le fonti è un problema, in Italia. Perché si darebbe l’idea di fare giornalismo di “seconda mano”? Può essere una spiegazione.

Sta di fatto che nella cultura dominante nel nostro paese, anche quando si è colti in fallo, si fa spallucce, e tutt’intorno sono pressoché tutti solidali con il copione di turno. Casomai è chi solleva il problema, è un rompiscatole noioso da mettere subito a tacere.

Sembra trovare conferma, questa sensazione, nel totale silenzio seguito alle osservazioni puntuali e puntigliose di Nicola Perugini a proposito dell’ultimo libro di Maurizio Molinari, Il califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente.

Un silenzio rotto, da quel che si vede finora nella Rete, solo da Ranieri Salvadorini su Lettera 43. Che scrive: “Leggendo Il Califfato del terrore l’antropologo Nicola Perugini ha subito notato curiose coincidenze tra il libro di Maurizio Molinari e il best seller di Jay Sekulow, The Rise of Isis.
E ha fatto qualche verifica, rilevando passaggi ‘eccessivamente simili’. 
In molti hanno messo la faccia sul volume. Il Califfato del terrore è il ‘libro che in questo momento tutti dovremmo leggere’ (Roberto Saviano, sulla sua pagina Facebook e sulla fascetta di copertina); ‘un libro prezioso che ci aiuta a capire’ (Paolo Gentiloni, ministro degli esteri); ‘un libro davvero profondo’ (Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale); ma anche ‘una guida importante e carica d’informazioni'(Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano).
Il lavoro di double-checking (traduzione dall’italiano all’inglese per risalire alle fonti originali, ndr) fatto da Perugini, e pubblicato sul suo blog Il lavoro culturale, inizia a pagina 36 quando l’antropologo avverte quello che definisce ‘uno scalino nello stile di scrittura’”.

Da aggiungere a quanto osserva Perugini – che mette a confronto i brani di Molinari e gli originali inglesi di Sekulow e del Guardian – la natura della fonte scelta dal giornalista.

Jay Alan Sekulow è uno strano tipo, non è semplicemente un esponente noto dell’estrema destra statunitense, al quale difficilmente si potrebbe dare un qualche credito come studioso, sia pure di parte, del mondo islamico e dei recenti fenomeni come l’Isis.

Sekulow è un fanatico

Appartiene a un movimento religioso-politico denominato Messianic Judaism, che combina la credenza cristiana secondo cui Gesù è il Messia con alcune tradizioni ebraiche. Sia il Vecchio sia il nuovo Testamento sono considerate scritture basilari. Il movimento conta oltre 400 luoghi di culto negli Stati Uniti e un centinaio in Israele, dove la setta non è considerata parte dell’ebraismo ma è tollerata.

È un ibrido religioso e politico in sintonia con le sette evangeliche americane del cosiddetto Christian zionism che sostengono con fervore lo stato d’Israele in quanto baluardo della Terra sacra in vista del secondo ritorno di Gesù.

Sono formazioni non marginali dell’estrema destra americana, un mondo nel quale il fanatismo a sfondo religioso non resta nel perimetro della fede, ma intende influenzare le scelte del governo e della politica estera americana.

Non sono oggi semplicemente i massimi nemici di Barack Obama, ma partecipano attivamente, e con tanti soldi, a una martellante campagna di odio e di discredito del presidente democratico.

Personaggi come Sekulow non dovrebbero essere considerati fonti a cui ispirarsi – né apertamente né tanto meno di nascosto – a meno che non s’intenda alimentare il dibattito italiano sull’Islam attuale, anche nelle sue forme più inquietanti, come l’Isis, con la propaganda, e non con un’informazione la più ampia e analitica possibile, una propaganda per giunta mutuata dai peggiori figuri in circolazione nell’estrema destra americana (negli Usa, peraltro, c’è solo l’imbarazzo della scelta nell’attingere a fonti di alto livello accademico e scientifico per orientarsi nella complessa situazione mediorientale).

La sciatteria e la compiacenza verso la sciatteria, compresa l’accondiscendenza verso forme di plagio smaccato, non sono solo fenomeni eticamente reprensibili, ma alimentano anch’essi un dibattito pubblico già fortemente alterato da pregiudizi e stereotipi d’ogni tipo, che a loro volta alimentano razzismo e xenofobia.

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