Venezia e i turisti, la storia di un castello di card

MARCO SCURATI
Il problema dell’eccessivo carico turistico che grava sul centro storico di Venezia si pone da almeno trent’anni, quando dalla metà degli ‘80 lo sviluppo turistico registra un’impennata e la città inizia a subire una trasformazione radicale. Con la conseguenza che quella che doveva essere una risorsa, si è rivelata nel tempo sempre più una minaccia alla vita e all’integrità della città.

TURISTI A VE

Per paradosso, risalgono pure a quegli stessi anni l’inizio e la crescita del debito del Comune. Nel 1988 Paolo Costa, allora professore di economia a Ca’ Foscari, in uno studio destinato a lasciare traccia, stabilisce in ventimila giornalieri e sette milioni annui il numero massimo di visitatori che la città poteva sostenere. Dopo qualche anno, si era allora nel 1991, ricalcolando la capacità di carico del centro storico, Costa e Jan van der Borg alzano questa soglia ideale a dodici milioni di visitatori.

Nonostante il dibattito avviato in ambito accademico sul problema del controllo dei flussi, le due giunte Cacciari che si sono poi susseguite non sembrano darsene conto e seguono politiche turistiche “tradizionali”. Bisognerà attendere il 2001, l’anno in cui Paolo Costa, lo stesso studioso di economia turistica autore degli studi citati, si candida a sindaco vincendo, perché il tema torni in qualche modo di attualità.

IL FLOP DELLA VENICE CARD

E lo ritorna sotto forma di un progetto che Costa stesso fa partire con la collaborazione di van der Borg. Un pacchetto di servizi turistici alla cui base stava l’idea di incentivare la programmazione della visita e la regolazione flussi. Viene così istituita la società VENICECARD spa, con amministratore delegato van der Borg. Nonostante i buoni propositi, la card si rivela presto un insuccesso, sia per non avere nessuna capacità operativa di indirizzare i flussi, sia sul piano delle vendite, il cui fatturato si attesta sui 130.000€. Ma pur non perdendo molti soldi! Come avrà modo di dichiarare in seguito lo stesso van der Borg. Forse un risultato prevedibile, dal momento che le card non sono attraenti per un pubblico escursionista e di solito anche dove funzionano intercettano circa il 2-3% del visitatori totali.

IL COSES SI SOSTITUISCE AI PROFESSORI

Sempre in quegli anni il Coses si sostituisce ai professori come ente che studia il fenomeno turistico a Venezia e fornisce supporto ai decision maker. S’iniziano anche a stimare i turisti escursionisti. Un segmento in più rapida crescita, con esigenze differenti che richiederebbe misure ad hoc. Mentre vengono erroneamente trattati allo stesso modo come tutti gli altri turisti. Questa volta, con più elaborati e complessi algoritmi, si fissano nuove capacità di carico della città storica, considerandone tutti i “fruitori”.

Facendo ricorso a differenti livelli: confort, affollato e saturo. Dove per saturo s’intendono 186.000 anime in totale che comprendono la popolazione equivalente. In altre parole i residenti, gli studenti, i pendolari, le seconde case, gli escursionisti, e i pernottanti nel Comune. Un carico massimo di turisti rivisto all’insù fino ai 53.000 giornalieri del 2008. L’anno in cui il Coses stima in 21,6 milioni le presenze totali annue, con un peso pari al 66% di escursionisti, che sale al 75% se s’include anche chi risiede in strutture della terraferma del Comune. E così nel 2009, sulla base degli studi del Coses e in attuazione del Piano di Gestione, parte il mega progetto per la piattaforma Venice Connected, varato dalla giunta Cacciari con responsabile del progetto il vicesindaco Michele Vianello, e come dirigente del Comune Cristiana Csemerly, a capo del settore turismo pur provenendo da un’esperienza nel settore teatro.

UN SISTEMA DI PRENOTAZIONE TELEMATICO

Ancora un sistema di prenotazione, questa volta telematico, basato su un sito internet e su indici di stagionalità che garantiscono tariffe diverse per i differenti servizi comunali. Il sistema prevedeva nelle intenzioni l’apertura anche ai privati e agli altri servizi turistici a maggior valore. Tuttavia non essendoci elasticità nel prezzo dei servizi offerti dal Comune, veniva anche meno l’interesse per un turista a cambiare il periodo della sua visita a Venezia. Visto che alla fine dei conti, il vantaggio si sarebbe ridotto a pochi euro di risparmio rispetto a costi ben più consistenti tra volo, albergo, ristoranti e via dicendo. Così l’obiettivo di indurre a prenotare la visita per programmare gli arrivi viene mancato. Inoltre il sistema usava un calendario stagionalità di almeno dubbia validità. Riportiamo due eventi: la settimana d’inaugurazione della Biennale viene considerata MEDIUM cioè due livelli più bassa del full price. E i giorni contigui di capodanno lo stesso. Cosa che avevamo avuto modo di segnalare all’epoca all’allora vicesindaco Michele Vianello.

Quindi, con l’andar del tempo, anche Venice Connected si rivela alla fine fallimentare, ma con un costo per le casse comunali considerevolmente più alto. Nel frattempo passano altri anni d’inazione a scapito di Venezia e, verso la fine della giunta Orsoni, il sistema viene chiuso.

L’ENNESIMA CARD, VENEZIAUNICA

Il Comune passa la palla a Vela spa che introduce, quasi per inerzia, l’ennesima card: VeneziaUnica. Che, se vediamo i dati del 2013, fa addirittura meno accessi e meno vendite del sito di Venice Connected. Dal che si può sospettare che Vela non ha nemmeno mantenuto le posizioni acquisite con un semplice URL redirect per quei pochi che conoscevano il sistema, oltre ad avere VeneziaUnica posizionamenti organici e indicizzazione anche peggiori di Venice Connected.

Oggi VeneziaUnica fa solo 1100 visite al giorno per circa 150.000€ di vendite a trimestre, come si vede sotto dal report del bilancio sul sito Vela. Ancora numeri irrisori, ma a fronte del fatto che nel 2015 il turismo passa quasi tutto su internet e le transazioni virtualizzate aumentano enormemente. Ma noi a Venezia ancora non siamo in grado di fornire un bar code per chi compra on line, costringendo l’ospite quindi a stamparsi un voucher con cui fare la coda per scambiarlo con una card. Annullando quindi il vantaggio di comprare on line. E pensare, tanto per fare un esempio, che nel 2004 il sito dell’APT faceva oltre 4000 visite giornaliere, quindi un buon bacino cui vendere qualsiasi cosa se Vela spa si fosse attrezzata.

E così giungiamo al 2015, quando I candidati sindaci vogliono ancora introdurre l’ennesima card come soluzione. E all’obiezione fatta citando i fallimenti precedenti, rispondono che loro farebbero meglio, perché è stata sviluppata male. Su quali basi ci si può fidare? Il sistema attuale è effettivamente fatto male e fatichiamo a capirlo perfino noi veneziani e gli addetti ai lavori. Figuriamoci un contadino del Kentucky! Ma la verità è che non è lo strumento utile per gestire i flussi.

DIRITTI IN ALTRI PAESI, IMPOSSIBILI DA NOI

Sarebbe lo strumento per vendere on line a pacchetto i servizi del Comune, ma ci vorrebbe anche qualcuno che conoscesse il mercato, e non solo ingegneri e sviluppatori. Mentre sarebbe anche sufficiente copiare card già fatte in paesi e destinazioni turistiche simili a quella veneziana, dove almeno tecnicamente sanno fare bene piattaforme di e-commerce e via dicendo. In altri paesi si compra servizi da mobile e con codici di accesso digitali. Perché quelli che sono diritti in altri paesi per noi sono cose impossibili?

Come avere giornali e internet wireless nelle biblioteche aperte mattina e pomeriggio? In ogni caso il mercato delle card inteso come vendita a pacchetto, anche dove viene fatto bene, pesa per circa il 2-3 per cento del totale. Altra cosa è la vendita on line dei prodotti che andrebbe facilitata e incentivata, ma non c’entra nulla con la regolazione e limitazione dei flussi e la possibilità di generare entrate aggiuntive per ripagare la città del costo del turismo escursionista e dei processi usuranti (materiali, sociali, economici) innescati da questa tipologia di visitatori in continuo aumento. Le iniziative di mitigazione basate sull’incentivo alla prenotazione dei servizi comunali e sul prezzo non hanno avuto alcun effetto.

Si sono rivelate inefficaci per gestire i flussi, ma hanno comportato costi e perdite di tempo, sbagliando lo strumento per l’obiettivo che ci si era prefissato, soprattutto in assenza di un prodotto/servizio che valga la pena di prenotare. Che sia, in altre parole, determinante e decisivo nella scelta del viaggio, come lo può essere l’ingresso o meno ad un’area monumentale considerata essenziale, per esempio Piazza San Marco. Veniamo quindi a oggi. Le misure finora annunciate da varie figure istituzionali sono o inefficaci o irrealizzabili.

ITINERARI ALTERNATIVI E CITY TAX

I programmi di incentivi sul prezzo per destagionalizzare sono falliti. Gli itinerari alternativi e nuove city tax non ridurrebbero i flussi (il tema non è mandarli a Mestre), non sono controllabili gli accessi alla città, un numero chiuso è contestabile. Tutti gli indicatori sul turismo mondiale mostrano un aumento dei turisti escursionisti, ma come frenare allora le ondate di turismo di massa che stanno sommergendo Venezia? Come gestire un numero crescente di visitatori in uno spazio limitato come Venezia? Far coesistere l’esigenza di vivere di turismo con quella di vivere con il turismo, preservando la città e la qualità della vita?

LE STRATEGIE PER UN TURISMO SOSTENIBILE

Le strategie per un turismo sostenibile a Venezia, secondo noi, dovrebbero essere impostate tenendo conto della teoria economica dell’impatto sull’ambiente-beni culturali-vita cittadina che miri a regolamentare situazioni con esternalità negative. Dove il beneficio economico di pochi va a scapito di costi e danni verso una comunità intera. Cioè nei casi in cui la pressione su un luogo superi una certa soglia oltre la quale il danno diventa insopportabile e irreversibile, l’unica soluzione è porre un limite quantitativo, cioè un vincolo all’eccesso di domanda poiché l’offerta è limitata. Venezia è un’isola fragile e non si può allargarla né la si può sacrificare per il guadagno di pochi a tutti i costi. Perché significherebbe svuotare ancor più la città dei suoi abitanti, danneggiare il prodotto turistico compromettendo la stessa esperienza di visita (quindi le entrate di una maggioranza che ancora vive di turismo), oltre a non garantire alle generazioni future il diritto alla città. La soluzione da noi proposta sta nella declinazione del concetto di limite. Imposto non a tutta la città, bensì alla sua parte più aggredita dal “mordi e fuggi”, Piazza S. Marco.

Secondo la teoria del fattore limitante, agendo sulla parte più piccola e facilmente controllabile si avrebbe un effetto sull’intera città. A tal fine bisognerebbe fissare un numero programmato per l’accesso all’area marciana (per fare un esempio, .l’equivalente degli abitanti della città storica). Come filtro si userebbe un pass (bar code check in) da acquistare con strumenti digitali a monte, cioè nel momento della decisione di acquisto del viaggio a Venezia presso i siti internet, market place e GDS degli intermediari che vendono oggi Venezia sotto varie forme. Il turista giornaliero, o l’agenzia per lui, potrà verificare se c’è disponibilità rispetto al massimo di saturazione della Piazza. Se non vi fosse posto la gran parte rinuncerebbe, rimanderebbe il viaggio, o visiterebbe altre zone, o dovrebbe comprare un biglietto a un museo della piazza o una card culturale (gli obiettivi di sempre). L’ospite pernottante nel Comune di Venezia, pagando la city tax e ottenendo una ricevuta dalla struttura ricettiva, avrebbe sempre garantito l’accesso alla Piazza con riconoscimento in radiofrequenza, (card con chip, o smart band personale), in corsie preferenziali fast pass contact less. Lo stesso per i residenti, lavoratori, studenti, proprietari, affittuari regolari. E tutti coloro che già contribuiscono all’economia cittadina, ma senza creare un disagio.

Poiché tali categorie non frequentano abitualmente la piazza nella loro vita cittadina, e la piazza stessa è facilmente controllabile a differenza dei vari accessi alla città. Questa è una soluzione facilmente comprensibile all’estero, poiché nessuna città può ricevere in un giorno più del numero dei propri abitanti, e si potrebbe al contempo garantire uno spazio vitale per un’esperienza di visita soddisfacente. Inoltre è nei doveri di chi amministra nei momenti di picco prendere contromisure per la sicurezza e l’ordine pubblico di un luogo limitato e delicato come la Piazza. Oltre a quanto previsto dai dettami della Costituzione circa la tutela del patrimonio ambientale e monumentale. L’altra parte più aggredita della città sono i mezzi pubblici. Anche qui proponiamo un sistema di limite e programmazione degli accessi, attraverso mezzi dedicati (tourist line). I servizi di trasporto sarebbero volano (il trigger) cui abbinare l’offerta dei principali attrattori culturali della città, sempre da pre-vendere in bouquet via internet attraverso intermediari, nello stesso sistema dynamic packaging che vende il San Marco Pass. Infine per riqualificare l’offerta si dovrebbe introdurre un circuito che metta a sistema e valorizzi l’enorme patrimonio di tradizione e qualità ancora presente in città, attraverso un marchio della “vera Venezia” (made in Venice / Venezia Doc) gestito da un‘entità super partes, per incentivare un offerta di eccellenza più consona a una città come Venezia. Il turismo da minaccia diventerebbe così un’opportunità e Venezia (anche grazie agli strumenti digitali) potrebbe risolvere i problemi di bilancio tassando anche il turismo giornaliero, riposizionandosi verso un offerta culturale e di qualità, e diventare la capitale di un turismo sostenibile, e uscire dalla spirale perversa cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

http://www.flussiturismo.wordpress.com

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