Renzi e l’illusione del potere carismatico

di Guido Moltedo

Le primarie, i gruppi dirigenti del Pd attuale e passato e dei Ds prima, le hanno sempre subite. E quando proprio non potevano non tenerle, hanno sempre fatto di tutto per “pilotarle”, cambiando le regole, inventandosi cavilli e, anche, combinando impicci poco puliti per indirizzarne i risultati.

Nessun dirigente della sinistra ha mai considerato le primarie – al di là del giudizio di merito sulla loro efficacia selettiva – un’opportunità vitale e una risorsa per coinvolgere i simpatizzanti, i sostenitori e gli elettori progressisti. La democrazia dal basso, quando funziona, dà fastidio al leader di turno. Adesso, a volerle far fuori, è il leader politico che non starebbe dove sta se non fosse stato per le primarie.

Nessuno ha mai pensato, neppure in America, che il processo di selezione di un candidato possa sempre funzionare al meglio attraverso le primarie.

Può succedere, ed è successo in diverse occasioni, che le primarie di un partito premino il candidato più in sintonia con la base militante che partecipa di più al voto e si dà da fare anche per mobilitare altri elettori. Nel Partito democratico americano capita che vinca, nelle primarie, il candidato più di sinistra in un collegio conservatore, e non quello più centrista e moderato più adatto ad andare oltre il suo perimetro di appartenenza. Col risultato di avere la certezza di perdere. Lo stesso avviene nel Partito repubblicano, dove gli estremisti del tea party sono una forza che condiziona la destra americana e che, nel caso delle presidenziali, spaventa l’elettorato in bilico e centrista, a vantaggio del Partito democratico. Obama, anche per questo, è riuscito a farsi eleggere con facilità una seconda volta, avendo di fronte un avversario moderato, ma ostaggio del tea party.

Ma chi in America si sognerebbe mai di abolire le primarie? Hillary, che pure è già virtualmente la candidata democratica alla presidenza, è lei stessa a invocarle, perché senza quel processo – anche se l’esito è già deciso – senza il confronto con altri candidati, senza un minimo di conflitto, non ci sarebbero il coinvolgimento e la partecipazione necessari per rendere la sua corsa una vera corsa, e galvanizzare i supporter e, infine, rendere più robusta e credibile la sua sfida.

Lasciamo perdere le motivazioni portate da Renzi nella sua conversazione con Massimo Gramellini della Stampa, che appaiono a dir poco frettolose ed emotive, e finiscono per confermare l’immagine di un leader in difficoltà, sul suo stesso terreno.

Ma come fa a non capire che il Pd ha quasi l’encefalogramma piatto? Come fa a non vedere che l’astensionismo attivo, l’astensionismo per scelta, dilaga? Come pensa di ridare un po’ di voglia di politica a chi l’ha persa? Come crede di vincere ancora con un partito che non c’è e con una moltitudine di suoi elettori che hanno rinunciato a votare forse per sempre?

Non ricorda che la sua stessa spinta propulsiva scaturisce da primarie, le prime perse, le seconde vinte, che non solo gli hanno consentito di arrivare dov’è ora, ma soprattutto di dare il senso alla sua sfida di avere dietro di sé una grande forza popolare, non organizzata, d’opinione, ma una grande forza, che poi è la stessa che gli ha consentito di trionfare alle elezioni europee.

Inoltre, rottamando le primarie, Renzi dimostra di essere fatto della stessa pasta dei suoi predecessori, in particolare di Bersani e D’Alema (e dei loro seguaci) che hanno sempre guardato storto alle elezioni primarie.

Un partito moderno, ridotto a comitato elettorale permanente, una forza liquida rischia davvero di diventare gasosa – direbbe Massimo Cacciari – senza neppure le primarie.

Ricordate quando iniziarono in Italia, a livello nazionale? Ricordate l’Ulivo? Romano Prodi?

Poco più di dieci anni fa, era il 16 ottobre 2005. Vi parteciparono 4.311.000 elettori quasi diecimila seggi elettorali, un euro per votare. Poi il 14 ottobre 2007, 3 554 169 i votanti, e vinse Veltroni. Poi il 25 novembre 2012, 3.110 210 votanti e il secondo turno, il 2 dicembre, con 2.802.000 votanti, che preferirono Bersani a Renzi. E infine l’8 dicembre 2013, 1 895 332 votanti, la domenica dell’incoronazione di Renzi.

E tra queste primarie nazionali, come dimenticare le tante primarie locali e regionali, come l’eccitante vittoria di Nichi Vendola in Puglia, 79.296 “elettori” nel gennaio 2005, un confronto che, per la partecipazione e l’esito, convinsero anche molti riluttanti e critici dell’estrema sinistra che quel metodo non era un’americanata ma una risorsa molto promettente per ridare smalto alla politica.

C’è una storia dunque, e l’Italia ha fatto anche scuola all’estero. Ma i dirigenti della sinistra sono riusciti anche nel capolavoro di ammazzare un metodo, al momento l’unico, in grado di tenere viva la partecipazione. E ora il colpo di grazia.

Che ne hanno fatto dei soldi raccolti? Che ne hanno fatto, soprattutto, degli indirizzi telefonici, anagrafici e email dei votanti? Nel corso di questi dieci anni il Pd avrebbe potuto creare una banca dati politica di straordinario valore e incredibilmente utile per essere in contatto continuo e produttivo una base larga di simpatizzanti. Tutto buttato via, tutto sprecato. E poi ci si sorprende che non si va più a votare.

Ora Renzi dice di voler tornare a fare il Renzi 1, dunque il rottamatore, e distrugge l’unico strumento che gli resta per interagire (regolandolo, rendendolo più omogeneo e funzionante, perfezionandolo) con la parte dell’elettorato che lo sostiene di più e che sostiene la sua parte politica.

Se le primarie gli sono diventate d’impaccio per fare il “suo” partito, è perché si sopravvaluta. Pensa davvero che il suo carisma, peraltro “fisiologicamente” logorato dal potere, possa sostituirsi a forme di partecipazione attiva? Ci provi. Auguri.

2 risposte a “Renzi e l’illusione del potere carismatico

  1. Purtroppo non esiste alternativa a Renzi, il quale, malgrado tutto, resta ancora il meglio che la politica italiana offre. La sua presunzione di poter fare tutto da solo, contando solo sull’appoggio del mondo imprenditoriale, lo ha portato a perdere il consenso non solo di una parte della sinistra ma, soprattutto, del mondo del lavoro.
    Anziché partire in quarta con il jobs Act avrebbe dovuto spingere sul taglio della spesa pubblica improduttiva, sulla riforma fiscale, sulla semplificazione amministrativa; temi sui quali avrebbe avuto come alleati convinti i lavoratori e i sindacati che li rappresentano. Al contrario ha individuato proprio nel sindacato, senza distinzione, il principale nemico da sconfiggere…

    Per quanto riguarda le primarie, a me hanno sempre fatto sorridere perché ritengo non facciano parte della cultura politica italiana e sono sempre state vinte dal candidato designato dai giornali…
    Fabrizio De Pascale

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